La licenza

La licenza di Mario Falcone

Un romanzo storico appassionante che vi condurrà in quell’Italia che passa dall’Imperialismo alla Guerra Civile straziando le anime delle sue genti.

In un’Italia stremata dall’incubo della guerra, il siciliano Enea Crisafulli, marinaio sommergibilista di stanza a Pola, approfittando di una licenza segue Vittorio, suo commilitone e amico fraterno, a Faenza. È l’estate del 1943 e il giovane, sordo ai consigli di chiunque, decide di tornare a Messina, già occupata dagli anglo-americani, per andare a prendere sua madre e portarla al Nord dove è convinto che starà più al sicuro.

È così che inizia il viaggio di Enea lungo un paese dilaniato dalla guerra e sfiancato dai bombardamenti che ne hanno cambiato la fisionomia. Ma l’8 settembre, travolto insieme con altri seicentomila soldati dall’armistizio che disgrega lo Stato chiedendo a ciascuno dei suoi abitanti, civili e militari, di decidere da che parte stare anche Enea è costretto a compiere una scelta.

La licenza è un affresco a tinte fosche che non lascia respiro ai personaggi che ne abitano le pagine costringendo il lettore a una lettura serrata. Con uno stile asciutto e dialoghi impastati dei tanti dialetti quante sono le regioni attraversate da Enea nel suo viaggio, il romanzo racconta come si sia disgregato il folle sogno imperialista italiano, come si sia passati dalla guerra coloniale d’Etiopia all’impietosa lotta fratricida che non risparmierà nessuno.

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La licenzaI giorni dell’odio:

1

Sfiorano l’onde nere nella fitta oscurità,
dalle torrette fiere ogni sguardo attento sta!
Taciti ed invisibili partono i sommergibili!
Cuori e motori d’assaltatori contro l’immensità!

L’inno dei sommergibilisti si gonfiava nella notte rischiarata dalle fiamme che guizzavano riflesse sull’acqua, sul volto dei marinai stipati in cima alla torretta.

Un gelido vento di tramontana strappava le parole dalle loro bocche, le portava via lontano, le mescolava alle grida dei superstiti e al sordo brontolio della pancia della nave appena silurata. Piegata su un fianco come una belva ferita, affondava lentamente. E intanto bruciava, squassata di tanto in tanto da una nuova esplosione, che illuminava l’intero teatro nel quale era andata in scena l’impari lotta.

Per non vedere quell’atroce spettacolo, il marinaio di prima classe Enea Crisafulli chiuse gli occhi e si concentrò sulle voci rauche dei commilitoni. Sentì l’odore acre del sudore e della convivenza forzata in lunghi mesi di mare, un odore di fiati, di barbe lunghe e di volti smagriti, e poi, infinitamente più forti, le zaffate di carburante e morte che avviluppavano il Grifo in un abbraccio maligno, come a volersi impossessare per sempre di quel tratto di mare di fronte alla costa marocchina, a sud-est di Gibilterra.

Mare nostrum. Ed era stato in acque nostre che il glorioso battello della Regia Marina Italiana aveva piantato due siluri, giusto vicino al timone del mercantile di sua maestà britannica, che trasportava i rifornimenti di carburante per la VIII armata inglese, sul punto di sferrare in quei giorni l’attacco finale a El Alamein, una piccola e insignificante cacca di mosca dove si sarebbe giocata una delle partite decisive per le sorti dell’intero conflitto.

Mentre la tragedia si avviava alle battute finali, il ragazzo riaprì gli occhi e rimase impietrito a osservare l’agonia del mercantile che, dopo un ultimo sussulto, sparì in pochi istanti risucchiato dalle amare acque in un gorgoglio sinistro, e poi l’agonia dei superstiti che, giunti a poche decine di metri dal Grifo, protendevano inutilmente le mani in cerca di aiuto.

«Bravo Crisafulli: stavolta dieci giorni di licenza non te li leva nessuno».

La voce del sottotenente di vascello Amadori giunse a Enea come da molto lontano.

Era stato lui a tirare le leve: «Fuori 1… fuori 2…» E checché ne dicesse quel rompicoglioni, il giovane marò messinese la licenza se l’era guadagnata tutta. Ma pur pensando ai dieci giorni di svago, di dormite e di scopate – tanto valevano tutti quei morti – che l’attendevano a La Spezia, un’oscura malinconia lo trafisse da parte a parte.

Il sottotenente Amadori, non si sa come, riuscì a decifrare la sua angoscia: «Che ti succede Crisafulli? Non sei contento?»

Enea lo guardò con la stessa commiserazione con cui si guarda un idiota, o un moribondo, ed ebbe pietà per l’assoluta inconsistenza e povertà della sua anima. Stava per dirgli di andare a pigliarsela in quel posto, ma le parole, un grumo spesso e inestricabile, gli rimasero piantate in gola, non andando né su né giù. Se anche fosse riuscito a schiodarle, sapeva che non sarebbero bastate tutte quelle conosciute per descrivere l’insopprimibile senso di angoscia che gli devastava le viscere. Ci provò pure ad aprir bocca, con tutte le sue forze, ma non ci riuscì.

In quel momento nuove grida, seguite da altre disperate invocazioni di aiuto provenienti da quell’immensa bara nero pece in cui si era trasformato il mare, lacerarono ancora una volta la notte come un lampo maligno, ma lo sgomento di Enea non trovò ugualmente spazio nella ormai consolidata abitudine a tutto ciò che odorava di morte.

«Macchine indietro adagio».

L’ordine del comandante del Grifo, capitano di vascello Aurelio La Marca, fu eseguito all’istante.

Il sommergibile cominciò ad arretrare, ma quelli non la smettevano di gridare.

Enea si tappò le orecchie; guardò la luna piena che rischiarava di luce argentea il mare e immaginò di stare lassù. Tutto inutile. Gli strazianti richiami di quei poveri cristi condannati a una fine atroce continuavano a martellargli in testa. Ma cosa avrebbe potuto fare? Niente. Gli ordini di Supermarina su questo punto erano stati chiari: non prevedevano che i sommergibili si fermassero a raccogliere i naufraghi delle navi nemiche silurate. Enea si chiese che differenza ci fosse tra il lasciarli in pasto ai pesci o mitragliarli, come spesso facevano i sommergibilisti tedeschi per levarseli dalle palle. E in fondo non c’era alcuna differenza, giusto un ipocrita e pietoso tentativo di salvare la faccia, uno sciacquarsi l’anima.

Fu sentendo grida come quelle, per la prima volta da quando era in armi, che il suo universo morale scricchiolò pericolosamente, schiacciato dal peso di quella mattanza. Pur sapendo che nessun tribunale l’avrebbe mai condannato per l’immane strage, Enea cercò di convincersi che aveva solo eseguito un ordine.

Intanto i pochi inglesi superstiti, ormai sfiniti e con le labbra viola a causa del freddo, erano arrivati quasi sotto bordo nonostante la manovra d’arretramento del battello.

Enea vide i loro volti devastati dalla fatica e dal terrore: alcuni avevano più o meno la sua stessa età e di certo, in qualche sperduto paesino dell’Essex o dello Yorkshire, avevano una madre o una ragazza che li aspettava e palpitava per loro.

Per paura d’incrociare anche solo uno sguardo di uno di quei poveretti, Enea chiuse gli occhi, cercando riparo nell’antro più profondo della propria anima. Fu allora che sentì distintamente la voce di Gemma, sua madre, che lo chiamava chiedendogli aiuto. Enea riaprì gli occhi e ciò che vide lo proiettò con incredulità al centro di quell’inferno, che solo l’uomo ha sempre avuto la capacità di scatenare. I marinai inglesi s’erano improvvisamente trasformati in un orripilante mostro marino; una spaventosa Idra dalle fauci aperte, grondanti sangue, che ora si avventava sul battello. Anche se terrorizzato e confuso, il ragazzo si sporse ancora di più fuori bordo, giusto in tempo per vedere sua madre che annaspava tra le onde, circondata dalla famelica sorella di Cerbero pronta a farne un sol boccone. Enea urlò, chiese aiuto ai suoi commilitoni, ma con sorpresa vide che l’avevano lasciato solo ad affrontare i propri fantasmi. Aveva scatenato l’inferno e ora quel mostro gliene chiedeva conto.

Come un automa, con gesti febbrili e incomprensibili urla, si posizionò dietro la mitragliatrice e crivellò il mostro con un’infinita scarica di proiettili che rimbalzarono come la grandine sui vetri. Poi, consumato il primo nastro, quando capì che le speranze di salvezza della donna che l’aveva messo al mondo si assottigliavano sempre più, ricaricò velocemente l’arma e riprese a sparare, ma l’immonda bestia sorrise beffarda e, dopo aver raggiunto la preda, la ghermì fino a inghiottirla.

Poi, su tutto, cadde il silenzio; un silenzio tetro, assoluto, cavernoso, buono solo per fare accapponare la pelle.

Enea si guardò intorno, poi guardò le sue mani che prima avevano seminato morte e ora non erano riuscite a salvare sua madre, e maledì la vita e la guerra. Folle di dolore si rivolse alla luna, e come se lei potesse sentirlo le chiese più volte: «Perché?»

Sfinito, si accasciò sul gelido pavimento della torretta e sfogò il suo indicibile strazio ululando come un lupo ferito.

***

«Oh, a Crisafulli, ora hai rotto er cazzo! Tutte le notti co’ ’sta manfrina. Se sei sbroccato marca visita, ma dacce tregua». L’inconfondibile voce arrochita dalle sigarette del caporale Adelmo Battistoni risuonò nella camerata della Scuola per cannonieri di Pola.

Il giovane marò si svegliò di colpo ansimando; si guardò intorno e, nonostante fosse ancora buio, riconobbe la sagoma di Vittorio Serioli, il suo migliore amico, che lo fissava seduto sul bordo della sua branda. 

«Ancora quell’incubo?»

Enea annuì e osservò i commilitoni che, santiando  ognuno nel proprio dialetto, si giravano dall’altro lato con la speranza di riprendere sonno.

Allungò una mano verso il comodino e afferrò il pacchetto di sigarette.

«Ma sono solo le quattro del mattino» gli fece notare Vittorio.

«E allora?» rispose Enea che ne accese velocemente una,giusto per allentare la morsa che gli stringeva la bocca dello stomaco. Ma dopo il primo avido tiro, tossì e si piegò in due fino a catturare un lembo del lenzuolo, con cui si asciugò la fronte madida di freddo sudore.

«Il caporale ha ragione: non puoi andare avanti così. Prima o poi i ragazzi si romperanno il cazzo e ti faranno il sacco» gli sussurrò Vittorio.

«Tu che mi consigli?»

«Di farti vedere da qualcuno».

«E da chi?»

«Parlane con il medico, con il cappellano. Loro forse ti possono aiutare».

«Ma che gli vado a dire? Che vedo i mostri?»

«Eh, sì. Proprio cosi!»

«E tu pensi che quelli mi crederanno?»

«E perché non dovrebbero?»

Enea sorrise scettico:

«Ma quando mai. Se gli dico una cosa del genere penseranno che ci sto giobbando , che sto facendo il furbo. No, no, lasciamo perdere. E poi non mi va di raccontare i cazzi miei a degli estranei».

«Ma si può sapere da quant’è che va avanti ’sta storia?» chiese Vittorio, intimamente offeso dal fatto che l’amico in tutto quel periodo non si fosse mai confidato almeno con lui.

«Tre mesi. Troppi».

Sì. Erano ormai tre mesi. Da quando, su sua richiesta, Enea era stato sbarcato dal Grifo e trasferito alla batteria aerea e navale di Pola quell’incubo lo perseguitava. Come un appuntamento fisso, almeno tre notti la settimana i marinai inglesi, che si trasformavano in un serpente marino che si ingoiava sua madre, venivano a fargli visita. Dopo il siluramento del mercantile inglese, fino a quando aveva continuato a dormire nella claustrofobica cuccetta a bordo del Grifo, o in seguito alla camerata della base navale di La Spezia, dove il sommergibile era tornato per riparazioni, non era successo nulla. Ormai era trascorso quasi un anno da quella terribile notte e tutte le volte che il ragazzo ci ripensava si mordeva le mani, le stesse che con un semplice gesto avevano dato la stura a quell’incubo a scoppio ritardato di cui non sapeva proprio come liberarsi.

2

Nonostante questo pesante fardello, a Pola il ragazzo ci stava bene, specie dopo che anche Vittorio era riuscito a farsi trasferire allo stesso reparto. Ai due amici Pola piaceva: bella città, belle donne spesso sole e disponibili, e soprattutto poche rotture di scatole. Una vera pacchia per chi, come loro, per più di due anni era stato costretto a condividere gli spazi angusti di un sommergibile insieme a un’altra ottantina di uomini che si muovevano in mezzo a un’insopportabile puzza di sudore, di latrine otturate e di carburante che perforava le narici e si appiccicava addosso come una piattola. E questo era niente paragonato alle epidemie di dissenteria che facevano la loro comparsa tutte le volte che il sommergibile d’appoggio non si presentava all’appuntamento, costringendo l’equipaggio a mangiare del cibo ormai andato a male. Cibo che anche un cane avrebbe rifiutato.

A questo desolante quadro c’era poi da aggiungere la paura, che costringeva il buco del culo a stringersi talmente forte da non permettere nemmeno a un chicco di riso di passarci dentro: di solito ciò accadeva in quelle occasioni in cui le parti s’invertivano e, da predatore, il sommergibile si trasformava inevitabilmente in preda.

La caccia s’apriva quando, intercettato dall’ASDIC, l’orecchio subacqueo dei destroyers inglesi, il Grifo veniva fatto oggetto di una vera e propria pioggia di bombe di profondità che lo sballottava costringendolo a posarsi sul fondo con gli strumenti impazziti e con i bulloni che, a causa della pressione dell’acqua, si staccavano dalle tubature sibilando sopra le teste dei marò più veloci e letali dei proiettili di un mitra.

Questa è la fine dell’anteprima gratuita. 

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