Onorevoli ipocrisie

Onorevoli Ipocrisie di Alfio Cataldo Di Battista

Onorevoli ipocrisie è un avvincente romanzo giallo che, a tratti, assume le sembianze di un piccolo manuale di filosofia politica proponendo molti spunti di riflessione sulla politica e sulle sue ambiguità.

Tre amici quarantenni, l’età in cui molte certezze vengono rimesse in discussione, vivono senza grossi scossoni nell’entroterra abruzzese fino al giorno in cui uno di loro, candidato nella lista che vincerà le elezioni in paese, sparisce misteriosamente alla vigilia del voto. Sua moglie, figlia di un ricco costruttore ha i nervi a pezzi e tenta il suicidio dal quale però viene salvata in extremis.

La ricerca dell’amico scomparso metterà gli altri due a dura prova poiché si troveranno di fronte a uno scenario inaspettato, un mondo dai contorni opachi, fatto di sotterfugi e falsità, archetipo di una società malata, priva di certezze e senza alcun punto fermo.

Le storie personali dei protagonisti si mescoleranno così alle vicende legate a uno scandalo politico di portata nazionale che scuote i malfermi equilibri del loro piccolo paese montano. Situazioni scabrose metteranno a nudo i limiti di una comunità decadente, pervasa dall’ipocrisia sullo sfondo di una politica spietata che mastica le persone divorandone l’anima. La tranquilla quotidianità del paese e dei protagonisti verrà sconvolta dalle vicende giudiziarie di un’importante famiglia che tenta di conquistare i piani più alti del potere ma cade rovinosamente, vittima sacrificale di un sistema che non perdona gli sgarri.

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Onorevoli ipocrisie:

Prologo

Aldo era alla guida, andava piano e guardava la strada senza vederla. Perso in chissà quale altro tempo, si era dimenticato di tutto, anche di sua moglie. Da più di tre quarti dʼora lo aspettava sotto il colonnato, di fronte al Bar Alberti, vicino alla vecchia edicola del Bianchi. Giulia gettò lo sguardo sullʼorologio da polso di un tale che aveva proteso il braccio nellʼintento di afferrare un quotidiano sul trespolo dei giornali. Erano le due meno un quarto e non aveva la più pallida idea di che fine avesse fatto suo marito. Aldo era arrivato, quasi senza accorgersene, a quellʼetà in cui ci si guarda alle spalle chiedendosi se si è soddisfatti di se stessi. Le sue sottili frustrazioni riaffioravano senza preavviso quando meno se lo aspettava, come i dolori reumatici nei cambi di stagione. Un senso dʼinadeguatezza iniziava ad avvolgerlo poco alla volta e lo trascinava giù. Zavorrato sul fondale di quellʼacquario dalle pareti di vetro, levigate e trasparenti, era costretto a guardare il futuro scorrere veloce davanti ai suoi occhi; come se andasse per conto suo. Si chiedeva se non fosse stato meglio fuggire via per sempre da quella specie di vita apparente per nascondersi in qualche posto nel mondo. Si sarebbe dimenticato di tutto, anche del proprio nome. Ma aveva scelto il momento sbagliato per abbandonarsi a certe riflessioni, dʼaltra parte era sempre stato uno che andava controtempo. Di lì a qualche mese avrebbe compiuto quarantʼanni e sentiva nelle viscere tutto il peso del profondo malessere che lo schiacciava. Il solo pensiero di non riuscire mantenere fede alle attese che il mondo aveva nei suoi confronti lo paralizzava. Era così liberatorio immaginarsi, per un attimo, di essere Peter Pan, lʼeterno ragazzino senza pensieri. Lʼinverno se nʼera appena andato, tutto intorno la natura evidenziava il cambio di stagione ma il suo umore era tuttʼaltro che primaverile. Sua moglie era lì che incombeva minacciosa come un temporale.

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«È sempre il solito, è sempre in ritardo. Dove diavolo sarà andato a finire!» sbuffò nervosamente Giulia. Era impaziente, parlava da sola e non stava più nella pelle.

«Lo sapeva. Allʼuna dovevamo già essere dai miei. Me lo fa apposta, ma stavolta me la paga. Vedrai se me la paghi caro mio!»

Aldo lo sapeva, certo che lo sapeva, lo aveva sempre saputo ma lo faceva deliberatamente apposta. Se cʼera qualcosa che si ricordava puntualmente di dimenticare, era proprio quel genere di appuntamenti. Mai una volta che fosse arrivato in tempo. Quando si sposarono, Giulia lo convinse a fissare le nozze nello stesso giorno del settantesimo compleanno di suo padre. Non che questa cosa lo entusiasmasse granché, però suo malgrado, la accettò senza opporre troppe resistenze. Fece né più, né meno quello che aveva sempre fatto nella sua vita. Si arrese senza fare assolutamente nulla. Non era mai stato un combattente, non aveva mai lottato per difendere un punto di vista, sarebbe stato troppo faticoso. E poi, non è che ne avesse molti di punti di vista da difendere. Preferiva di gran lunga lasciarsi attraversare dalle cose e dalle circostanze, era più comodo. Si è vero, il giorno del suo matrimonio non fu facile rassegnarsi ad essere divorato da quella sgradevole sensazione. Si sentì uno fra i tanti invitati che erano lì a festeggiare i settantʼanni del suocero piuttosto che il suo matrimonio con Giulia. Quel giorno lo passò a sbevazzare qua e là. Un brindisi con gli amici, un altro con i parenti. Con chiunque si fermasse a tiro a fargli i migliori auguri. Con tutti. Ingurgitò tanta di quella roba che la prima notte di nozze la passò chiuso in bagno a vomitare abbracciato al water con la testa nel cesso. Era molto tardi quando si decise a chiamare Valter sul cellulare. Farfugliò che stava male. Non capiva, dove fosse, e soprattutto, non trovava più sua moglie. Valter si era gettato nella mischia, in pista, rapito da una scatenata dance di gruppo sulle note dei Village People. YMCA era un pezzo veramente forte, irresistibile. Con una smorfia di disappunto, non meno ebbro dʼalcool, cercò con lo sguardo la sposa fino a che come tarantolato urlò.

«Giulia! È per te. È Aldo!»

Lei si girò e gli si avvicinò lanciandogli unʼocchiata di disprezzo. Lui le passò il telefonino. Lo prese tenendolo con due dita, tra il pollice e lʼindice, come fosse un calzino puzzolente. Lo portò a debita distanza dallʼorecchio e quasi gorgheggiando disse.

«Amore, come ti senti? Va meglio? Aspettami, sto arrivando.»

Non aggiunse altro. Non era il tipo di persona da scomporsi. Non avrebbe mai urlato frasi concitate da moglie nevrotica. Riconsegnò il telefonino a Valter lasciandolo cadere nel palmo della sua mano come se stesse gettando un sacchetto dʼimmondizia nel secchio della spazzatura. Valter aveva bevuto di brutto, ci aveva dato dentro e aveva la camicia madida di sudore. Non aveva la certezza di puzzare come una capra ma Giulia lo guardò proprio come fosse così, lui però non si scompose. La guardò con lʼaria di chi non era mai riuscito a capire come facesse quella donna così analitica e razionale, dai processi mentali semplici e lineari, a stare con uno come Aldo, che al contrario, era il prototipo del pensiero debole. Dopo tanto tempo, tutto ciò, restava ancora un mistero. Fu la veloce considerazione che masticò tra sé e sé quando lei gli attraversò lo sguardo, ma in fondo, cosa poteva contare il suo parere sulla questione? Era soltanto il testimone dello sposo oltre che il suo migliore amico. Aspetto non secondario nella considerazione che Giulia aveva di Valter. Per qualche strana ragione nutriva una sorta di altera gelosia nei suoi confronti. Solo in seguito, capì che per lei, la sua amicizia con Aldo era unʼinaccettabile interferenza nel loro rapporto di coppia. Andava stroncata. Chi era Valter per intromettersi nella loro vita. Questa lʼesatta espressione che le leggeva in volto tutte le volte che lui aveva a che fare con lei. La stessa che aveva quel giorno che sʼincontrarono vicino allʼedicola. Erano trascorsi sei anni dal matrimonio. Le loro frequentazioni nel frattempo si erano diradate, e, salvo qualche casuale incontro per il paese, rivederla in quella circostanza fu per lui una piacevole, imprevista seccatura.

«Giulia!» esclamò Valter, «cosa ci fai qui?»

Lei lo guardò, lo riconobbe e con la solita espressione mitigata da unʼevidente irritazione che non avrebbe lasciato spazio a nientʼaltro se non al pensiero del ritardo di suo marito, rispose.         

«Ciao come stai?»

«Io bene. Piuttosto tu come stai! Hai una faccia così scura, è successo qualcosa? Aldo dovʼè?»

«È quello che vorrei sapere! Lo sto aspettando dallʼuna. Al cellulare non mi risponde e sono già due volte che mio padre chiama per sapere a che ora arriviamo. Oggi è il suo compleanno.»

Valter evitò accuratamente di farle gli auguri per lʼanniversario del matrimonio. Non gli sembrò il momento migliore. Non capiva se la preoccupazione di Giulia nascesse dallʼeventualità che fosse successo qualcosa a suo marito o se invece fosse dovuta al pensiero di suo padre. Lei lo sapeva, non si sarebbe lasciata sfuggire lʼoccasione di biasimarli per il ritardo. Di certo non avrebbe risparmiato dagli insulti Aldo, diventato lo zerbino dove il vecchio puliva le suole infangate della sua coscienza. Non avendo altro da aggiungere lui le chiese se poteva fare qualcosa per lei.

«Sei in macchina?» gli domandò. Lui le rispose di sì.

«Mi accompagneresti dai miei?»

Certo che lʼavrebbe accompagnata. Per la prima volta, quel sussiego compassionevole che aveva sempre esibito nei suoi confronti era scomparso, o forse era lui che di fronte alla richiesta dʼaiuto, si era liberato chissà come chissà perché delle sue antiche inibizioni nei suoi confronti. Durante il tragitto le chiese se fosse preoccupata. Ormai erano le due e mezzo e aveva tutte le ragioni per esserlo. Lei si voltò verso di lui che la fissò togliendo per un attimo lo sguardo dalla strada. Vide nei suoi occhi una benevola compassione e quel delicato dileggio riservato a certi idioti ai quali in fondo si vuol bene anche quando fanno domande stupide. Valter provò un profondo disagio. Che razza di domanda le aveva fatto! Lei non lo disse ma fu proprio ciò che il suo silenzio e la sua eloquente espressione fecero capire. Ormai erano prossimi alla vecchia casa colonica dei Marchi. Circa quarantʼanni prima, suo padre Guido lʼaveva acquistata e ristrutturata. La strada cingeva tutto il fianco della collina che sovrastava il paese. Saliva per non più di duecento metri di altitudine e poi la scavalcava dirigendosi a valle verso sud. Poco prima della discesa, una stradina secondaria, subito dopo unʼansa a sinistra, conduceva alla villa. Quella curva a sinistra era così secca e rapida che lʼattenzione con cui Valter eseguì la manovra di sterzo gli impedì di guardare un poʼ più in là in direzione della casa. Quando se la ritrovò davanti, in tutta la sua rassicurante e struggente bellezza, rimase sorpreso. Materiali diversi armoniosamente assemblati e fusi fra loro. Lo stile architettonico mutuato da certi borghi della Toscana rievocava la confortevole familiarità di tempi ormai andati. Da anni Valter non metteva piede in quella casa ma era esattamente come la ricordava. Osservò le pareti in pietra sormontate da un bellissimo portico realizzato in legno e acciaio. Tanto riuscì a vedere attraverso le sbarre della massiccia cancellata di ferro che iniziò lentamente ad aprirsi. Quando varcò il cancello, gli sembrò di oltrepassare una barriera del tempo. Fu come tornare indietro di almeno una quindicina dʼanni. Una timida lieve nostalgia sgattaiolò lesta da qualche parte della sua anima. Per sua fortuna era sempre stato molto accorto nel manifestare i sentimenti. Anche in quella circostanza riuscì a dissimulare con malcelata durezza lʼintensità dei ricordi che per poco non lo travolsero. Valter non era così certo di poter considerare una fortuna, la capacità di controllare i sentimenti. Lasciò andare le sensazioni e avvertì dentro di sé il fragore di una cascata maestosa. Cullato da queste emozioni, non prestò ascolto a Giulia che gli chiese di fermarsi, ma lui niente.

«Che cosa fai, mi hai sentito?»

No che non lʼaveva sentita, come avrebbe potuto.

«Scusami ero distratto, pensavo.»

Non gli lasciò il tempo di terminare la frase.

«A cosa, al tuo amico ritardatario?»

La capacità che aveva di irritarlo con quel suo tono sdegnosamente beffardo era sublime ma quella volta non riuscì nellʼintento perché il fiume in piena che aveva nel cuore fu più forte di lei. Sceso dalla macchina, Valter si diresse istintivamente verso il padre di Giulia. Era immobile. Stava in piedi sulla scalinata in mattoni rossi al riparo dellʼampio portico. Aspettò che Giulia lo precedesse seguendola a ruota fino a che non si trovò di fronte a Guido Marchi. Abbozzò un sorriso imbarazzato, gli chiese come stava e gli strinse la mano. La sua stretta parve una specie di morsa. Guido lo guardò dritto negli occhi con tutta la severità che sapeva esprimere il suo sguardo, non senza causargli disagio, poi, alludendo ad Aldo disse.

«Bellʼamico ti sei scelto! Uno che lʼunica cosa che gli riesce bene, è fare lʼassenteista, il latitante. Sul lavoro è uguale, fa lo stesso.»

Valter non rispose, si limitò a osservare Giulia accanto a lui. Visibilmente mortificata, rimase col capo chino senza dire nulla. Suo padre era lʼunica persona al mondo che riusciva a inibirla ma non lasciò che Valter la compatisse. Lo baciò sulla guancia informandolo che sarebbe andata dentro a salutare la mamma. Valter restò solo col vecchio, anche se in quel momento avrebbe voluto essere ad almeno mille chilometri di distanza. Pensò di salutarlo e di sparire il prima possibile ma non ebbe il tempo di farlo perché Guido lo invitò a seguirlo in giardino. Si accomodò su una panchina lungo il viale sotto a un tiglio. Il viottolo, realizzato in cubetti di porfido disposti da mani sapienti, lungo tutta la distanza che separava il cancello dalla base della scalinata, assecondava un leggero pendio del terreno salendo verso la casa. Era accompagnato da due file di alberi, una per ogni lato, distanti circa sette forse otto metri lʼuno dallʼaltro per un totale di circa dodici, tredici piante per ogni fila. Quando il vento attraversava le fronde, pareva che le piante parlassero fra loro e se ti sedevi su una di quelle panchine, prestando la giusta attenzione, potevi ascoltarne le voci. Ognuna era diversa dallʼaltra. La cosa però non riusciva a tutti perché non tutti sapevano ascoltare gli alberi. Aldo era uno dei pochi che ci riusciva. A ciò pensò Valter seguendo il vecchio lungo il viale. Ripensò alle lunghe giornate trascorse in villa durante le estati di più di venticinque anni prima.

Pensò ad Aldo, Giulia, i tre fratelli di Giulia e poi tutti gli altri amici di scuola. Quello era lʼunico posto del paese, dove potevi trovare una piscina. Lʼaveva fatta costruire il padre di Giulia dopo aver ceduto per stanchezza alle continue insistenze della moglie. Era stato in pratica obbligato a costruirne una sul retro della villa. Quando però vide lʼopera terminata, anche lui ne fu soddisfatto. La piscina era stata una delle poche concessioni al suo morigerato senso della misura. Forse la spensieratezza e la voglia di vivere che i ragazzi portavano in quella casa gli avevano fatto sembrare meno ridondante qualcosa che per lui rappresentava pur sempre un vezzo superfluo. Poteva ben togliersi qualche capriccio da ricco, lui che aveva fatto la gavetta e conosceva il prezzo della sua agiatezza. Intere giornate passate a rincorrersi lungo il bordo della vasca. Ci si tuffava nei modi più scomposti e strampalati per far ridere le ragazze. Loro si divertivano, erano felici e tutto questo lo riconciliava con il mondo. Essere in qualche modo, motivo di quella felicità, lo compiaceva ma per qualche misteriosa ragione non gradiva darlo a vedere. Valter lo aveva sospettato da sempre, sotto quella ruvida scorza esisteva una persona che sapeva ridere di gusto. Restarono seduti su quella panchina per più di venti minuti senza dire nulla ma Guido sembrò percepire i pensieri di Valter. Infatti, graffiò il silenzio con la sua voce rauca e gli disse.

«Te la ricordi la confusione che facevate qui dʼestate?»

Alla domanda seguì una specie di smorfia che parve un sorriso appena abbozzato.

«Come no! Certo che me lo ricordo signor Guido, quellʼetà non si dimentica mai. Mica vuol farmi credere che lei si è dimenticato dei suoi quindici anni?»

Sorrise ancora e gli rispose.

«Tu sei un ragazzo molto sveglio, lo sei sempre stato.»

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I libri di Alfio Cataldo Di Battista

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