interZONE

interZONE di Angelo Guida

Il viaggio. L’altrove. Il piacere e il disagio della memoria

Proposto al PREMIO STREGA – POESIA 2024

Una raccolta di poesie che sembra instaurare una continuità tra la Parigi di Baudelaire e le unreal cities di T.S. Eliot, riflettendo ansie e inquietudini dei tempi che stiamo vivendo, con tutti i problemi connessi (alienazione, ambientalismo, commistione tra carne e acciaio). Un’opera densa di suggestioni sul rapporto ambiguo e tormentato tra uomo e città, tra vita interiore e mondo esteriore, la cui connessione avviene essenzialmente attraverso l’atto creativo della parola.

La lettura del libro si costituisce anche come un viaggio della mente verso quei luoghi immaginari evocati dalla parola poetica e modificati dal potere della memoria. Il poeta, dunque, scava nella memoria alla ricerca delle pietre miliari dell’esistenza che gli permettano, in mezzo alla frammentazione e al caos che sembrano dominare l’epoca contemporanea, di costruire attraverso la parola una solida catena da opporre alla decadenza e all’oblio. Esiste un modo di trascendere la morte, di vivere oltre l’obsolescenza programmata dei nostri corpi, ed è possibile solo tramite la parola e l’immaginazione.

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interZONE:

NOTA DELL’AUTORE

Il viaggio. L’altrove.

Il piacere e il disagio della memoria.

Interzone era il titolo provvisorio del Pasto Nudo di William Burroughs. In seguito, è diventato il titolo di una raccolta di racconti dello stesso autore. Il racconto omonimo è, in realtà, un reportage dall’International Zone istituita nella città nordafricana di Tangeri dal 1923 al 1956.

Il titolo della presente raccolta di poesie – che fa riferimento a una fantomatica zona internazionale – è, invece, una parola composta in cui la prima parte è scritta in minuscolo (inter), la seconda in maiuscolo (ZONE). L’espediente serve a mettere in evidenza la sua legittima discendenza non da Burroughs o dagli scrittori della Beat Generation – dei quali, comunque, non si possono negare le influenze – bensì da Zone di Guillaume Apollinaire. Il poemetto è la descrizione della lunga passeggiata di un flâneur attraverso Parigi (con divagazioni anche su altre città quali Chartres, Praga, Marsiglia, Roma, ecc.) scatenante nel protagonista tutta una serie di associazioni mentali e riflessioni che non rimangono confinate nello spazio circoscritto del suo io ma sfociano nell’eterogeneità del presente o nell’oggettività storica.

Tutte le poesie dell’omonima sezione principale di questo libro citano esplicitamente toponimi appartenenti a città, nazioni, continenti diversi (eccezion fatta per Rainfall e Cheapscape in cui i nomi dei luoghi sono nascosti). Ed ecco la zona di Apollinaire espandersi e diventare zona internazionale, interZONE, titolo linguisticamente ambiguo poiché – a seconda dell’idioma a cui viene attribuito – può essere inteso al singolare o al plurale.

Nel primo caso (interzona) l’ambito è quello della letteratura e dell’arte in genere, luoghi per eccellenza dell’altrove. Nel secondo (interzone) si tratta invece degli spazi attraversati dal turista che si pretende viaggiatore e che tenta di catturarne – sia pure in minima parte – l’essenza, anche in relazione alla ricerca di senso che contraddistingue il suo percorso esistenziale. Allora, pur nel suo fallace tentativo, l’io si estroflette nell’attualità e nella storia e da queste ultime procede per poi ripiegare nuovamente su se stesso, in un movimento circolare che potrebbe virtualmente continuare all’infinito. Il che s’intona senz’altro con la natura di work in progress dell’opera.

Sicuramente, l’interzona può essere concepita come la comfort zone dell’artista e del turista che hanno facoltà, tranne casi eccezionali, di osservare le realtà che li circondano senza lasciarsi coinvolgere e contaminare dalle situazioni meno gradevoli. Osservava Roberto Calasso: «Il turista vuole innanzitutto star comodo e premunirsi dagli assalti del luogo estraneo che si trova a visitare»[i].

È beninteso, però, che la tensione verso l’altrove non è semplice occasione o tentazione escapistica – indubbiamente c’è il rischio che lo sia o lo diventi – ma è anche un modo, anzi un metodo, per tentare di fuoriuscire dalla propria limitata prospettiva e proiettarsi – per quanto possibile – nel flusso dell’esistenza, nella storia, nel mondo, sia pur vivendo l’angusta condizione del turista che veste i panni improbabili del viaggiatore.

E allora, nel corso del tragitto, appaiono il plurilinguismo e il mistilinguismo mai qui considerati inutili vezzi, fini a se stessi, ma stringenti necessità che contribuiscono a evocare le idee che lo spazio-tempo tacitamente suggerisce o i suoni, le voci, le presenze tattili e olfattive, i gusti e i colori dei luoghi in cui ci si imbatte nel corso del viaggio.

Così, attraverso l’esercizio (e il disagio) della memoria, anche il turista ha l’occasione di ritrovare – magari solo per un istante – il viaggiatore dimenticato che è in lui.

MADEMOISELLE DE L’ESPINASSE Et qu’est-ce donc que la mémoire?

BORDEU La propriété du centre, les sens spécifique de l’origine du réseau […].

MADEMOISELLE DE L’ESPINASSE E cos’è dunque la memoria?

BORDEU La qualità intrinseca del centro, il senso peculiare dell’origine della rete […][ii].


[i] Roberto Calasso, L’innominabile attuale, Adelphi Edizioni, Milano 2017, p. 66.

[ii] Breve frammento del dialogo tra Mademoiselle de L’Espinasse e Bordeu tratto dal Sogno di d’Alembert (1769) di Denis Diderot.

Questa è la fine dell’anteprima gratuita. 

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