Sette prima dell’alba: racconti notturni

Sette prima dell’alba di Angelo Basile

Sette racconti da leggere di notte, sette racconti scritti di notte che vi faranno ridere e piangere e che poi vi porteranno in scene horror e grottesche facendovi entrare in un incubo.

Sette è il numero che indica fin dall’antichità la completezza. Nelle tre religioni monoteiste riveste un ruolo profondamente simbolico: sette sono le virtù ma anche i vizi capitali.

Sette sono i colli su cui è fondata Roma, i giorni della settimana e i nani di Biancaneve. Sette sono le meraviglie del mondo e altrettanti sono i racconti contenuti in questa raccolta.

Anche in questa seconda antologia, dopo Sette al crepuscolo, gli stili narrativi dei racconti si susseguono, mescolano atmosfere e generi e pur risultano legati da un fil rouge che, declinandolo in molti modi, riporta sempre all’amore.

In Sette prima dell’alba, troverete fra gli altri, la scoperta del sentimento amoroso adolescenziale, la riproposizione dellʼarchetipo della famiglia universale, lʼamore sensuale che tocca il cuore nero del diavolo, lʼamore disinteressato, e perfino un amore epistolare.

Ironia, sensualità, horror, suspense, emozioni sono tra gli ingredienti che compongono questo cocktail narrativo, inebriante e potente per sette racconti che, come le ombre, si dissolvono alle prime luci del mattino.

Perché ingabbiarli tutti fra il crepuscolo e l’alba? Perché l’autore scrive prevalentemente di notte, alla luce di una piccola lampada da tavolo dove tutto il resto intorno è buio.

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Sette prima dell’alba:

Lorenzo Malerba e la scuola degli scomparsi[1]

Maggio 2016, sera

A quindici anni è facile distinguere tra bene e male.

Si riesce a suddividere l’umanità in due categorie: buoni e cattivi.

Non esistono le scale di grigi.

Lorenzo non pensa esattamente a questo mentre spinge sui pedali della bici, ma è sicuro di essere dalla parte della ragione e ha una fede incrollabile nella giustizia espressa nell’azione che sta per compiere.

Il vento caldo della sera di fine maggio gli scompiglia i capelli, mentre sfreccia tra le auto in sosta e le luci dei lampioni.

Da casa sua la scuola dista in bici una ventina di minuti, a quell’ora forse meno.

Ha atteso il tramonto per uscire da casa, raccontando ai suoi che avrebbe fatto un salto da un amico a guardare un film insieme.

Sa di non avere molto tempo, perché comunque domani c’è scuola e deve rientrare presto. Queste le regole alle quali attenersi durante l’anno.

Spera di fare un lavoro rapido e pulito, aiutato dal favore delle tenebre.

Il favore delle tenebre è un’espressione ricorrente di certi romanzi che lo appassionano, e intende sfruttarlo questa particolare sera, non avendo calcolato però che a Milano difficilmente avrebbe trovato un angolo completamente immerso nel nero di china che alcune storie di fantasia descrivono.

Sente di avere alcuni tratti in comune con i protagonisti di quelle storie.

Primo fra tutti la solitudine che condivide con essi.

Spesso gli eroi o i giustizieri, come nel suo caso, agiscono da soli.

Altrettanto spesso sono incompresi.

Sarà, si dice, la sete di verità che urta la suscettibilità dei più, o la voglia di rompere gli schemi, di fuggire la quotidianità e la banalità dell’esistenza, nel tentativo di darle un significato.

Per queste ragioni, unite al suo spirito di quindicenne ribelle e all’innata timidezza, si trova quasi emarginato nella sua classe e ha avuto più di un richiamo disciplinare.

Ha sempre patito la difficoltà ad accettare la sterile disciplina imposta da alcuni professori, le lezioni apatiche, il nozionismo impartito senza spunti di riflessione. Con i compagni non condivide molto. La loro superficialità in genere lo innervosisce. Il loro accontentarsi. Lui passa ore ad approfondire, vuole capire le ragioni fondamentali di un avvenimento storico o le passioni intime che muovono gli animi dei poeti. E poi non sopporta le ingiustizie, anche quelle piccole angherie che di solito gli adolescenti commettono nei confronti dei soggetti più deboli. Tutto questo l’ha portato spesso a contestare e contraddire i professori e a scontrarsi vivacemente, e non solo sul piano dialettico, con i compagni.

Ecco in sintesi spiegati i motivi delle sue continue visite nell’ufficio di presidenza.

Sa di vivere sul filo del rasoio, i suoi genitori lo amano ma non sono disposti a sopportare i suoi eccessi.

A questo proposito ha già dovuto sostenere incontri a cadenza settimanale con una psicologa dell’età evolutiva ingaggiata dai suoi, dietro suggerimento dei docenti.

Ultimamente, avvicinandosi il compimento del secondo anno di liceo, suo padre ha iniziato a paventargli l’iscrizione in un’esclusiva scuola privata di Milano, che accompagna gli studenti alla maturità dopo il biennio e dove avrebbero saputo inculcargli valori fondamentali come il rispetto e la disciplina, puntando a insegnargli a lavorare in un gruppo omogeneo, nella speranza di trarlo dal suo volontario isolamento dal resto del mondo.

Tutto questo avrebbe dovuto fare da deterrente, nella sua testa si sarebbe dovuta accendere una spia rossa, risuonare una qualche sorta di sirena a tenerlo lontano dai guai, ma più si avvicina ai muri bianchi del liceo, più le ultime labili remore si dissolvono.

La missione che si è prefisso di portare a termine non prevede esitazioni, e ha la consapevolezza di essere l’unico a poterlo fare.

Di più, sente di doverlo fare.

Nello zaino che porta sulle spalle, insieme con ciò che gli occorre, ha messo una torcia, ma quando arriva a poggiare la bici alla ringhiera, si rende conto che sarebbe stata inutile.

Al di là della cancellata di ferro si apre l’ampio parcheggio del liceo, deserto ma illuminato da potenti riflettori.

Anche la scalinata che porta all’ingresso è ben visibile.

L’unico punto seminascosto alla vista, da dove si trova lui, è l’ingresso sbarrato dagli alti portoni di vetro, sotto la tettoia verde, ai lati dei quali si aprono i muri intonacati di bianco, che lo attendono come enormi pagine spalancate.

La strada non è di passaggio, finisce proprio all’entrata della scuola.

Le auto sono parcheggiate su ambo i lati, immobili.

Aspetta mezzo minuto, per essere sicuro che non passi nessuno, poi scavalca con agilità le inferriate e si ritrova all’interno del parcheggio, che attraversa di corsa, fino a salire silenzioso le scale.

Arrivato in cima, sotto la tettoia, raggiunge l’estremità opposta all’ingresso della parete di sinistra.

Ha avuto cura, uscendo da casa, pur essendo una serata calda, di indossare una leggera felpa grigia col cappuccio, per nascondere il viso alle telecamere che lo avrebbero ripreso sicuramente dall’alto, agli angoli delle pareti d’ingresso.

I jeans anonimi e le scarpe da ginnastica lo rendono simile a migliaia di altri studenti che frequentano il liceo. Anche lo zaino, che ora appoggia ai suoi piedi e apre, non è lo stesso che usa per recarsi a scuola.

Ne estrae una prima bomboletta, la agita per rendere il colore fluido e inizia a tracciare segni precisi sul muro bianco, spostandosi da sinistra a destra.

L’odore della vernice spray impregna l’aria e gli fa prudere il naso, ma mentre procede nel suo lavoro, cambiando bomboletta e colore in base alle proprie velleità artistiche, si accorge che la sua scritta assume nella forma, oltre che nel significato, quell’impatto visivo che ha sperato dall’inizio.

Lavora veloce, usando anche due bombolette contemporaneamente.

Dopo una mezz’ora si sofferma sudato e soddisfatto a contemplare l’opera finita, che occupa in lunghezza tutta la parete di una decina di metri circa.

Le lettere che ha tracciato in stampatello maiuscolo sono alte circa un metro, quanto la sua altezza gli ha consentito senza l’ausilio di una scala che non avrebbe saputo dove mettere sulla bici.

Il corpo delle lettere brilla di un rosso abbagliante e i margini blu cobalto si stagliano bene sullo sfondo verde acido che ha creato.

È rapito dalla sfrontata bellezza della sua opera, ma la sua attenzione viene attratta da uno strano fenomeno.

La scritta sul muro inizia a pulsare, quasi a ritmo con il suo cuore, prima nell’angolo di destra e pochi istanti dopo per tutta la sua estensione, virando tutti i colori in un blu intenso.

Ma non è solo il suo lavoro, si accorge, che pulsa. Tutta la parete s’illumina a tratti di una viva luce blu.

Ora il lampo intermittente alle sue spalle si riflette perfettamente nella vetrata del portone che ha di fronte.

Lorenzo ha solo il tempo di sbuffare una parolaccia prima che il silenzio della sera venga squarciato dal latrato di una sirena accesa e subito spenta, a mo’ di avvertimento.

Decide di abbandonare la bici.

Afferra lo zaino, se lo butta in spalla e si precipita a capofitto verso la parte opposta del parcheggio, che confina con un piccolo giardino pubblico.

Mentre salta le scale quattro a quattro, sente alle sue spalle una portiera chiudersi di colpo e la pantera bianca e celeste della pula partire sgommando, ma non si gira a controllare.

Balza al di là della ringhiera e si ritrova nel giardino, fa di corsa uno slalom tra scivoli e altalene e intanto sente il motore che ruggisce e spinge l’auto di pattuglia lungo l’unica strada che costeggia la scuola.

Con un guizzo supera la bassa palizzata che delimita il giardinetto e si ritrova sul marciapiede, a correre a tutta birra in direzione opposta a quella da dove sente arrivare l’auto che prende una curva derapando tra uno stridore di freni e di gomme infernale.

Lorenzo corre come mai in vita sua, sembra trasportato dal vento.

Ha la sensazione che i piedi non tocchino il terreno, il cuore pare avere cambiato sede anatomica, iniziando a sbattere nella gola come volesse schizzare fuori dalla bocca aperta.

L’adrenalina gli fa pompare sangue ai muscoli delle gambe, in quei brevi istanti retrocede nello stadio evolutivo di qualche milione di anni.

È una preda che fugge dal predatore. Ciò che conta è correre più veloce.

Ma, per quanto motivato, non può battere una pantera.

L’auto lo supera sulla destra e gli taglia la strada invadendo il marciapiede davanti a lui con un balzo.

Lorenzo tenta di frenare all’ultimo istante, ma la forza d’inerzia non glielo permette, e va a schiantarsi rovinosamente sul fianco dell’auto, ritrovandosi semi stordito e riverso sul marciapiede.

Chiude gli occhi, ormai sconfitto, e sente delle mani che lo toccano, gli tastano il polso, lo scuotono.

Apre gli occhi e vede su di sé i visi dei poliziotti che lo sovrastano, preoccupati.

Uno di loro parla, le sue parole si confondono un po’ con il gracchiare della radio che arriva dalla macchina lasciata aperta.

«Come stai, ragazzo? Tutto intero?»

Sente la propria voce rispondere, ma gli arriva da lontano, come fosse quella di un altro.

«Sì, credo di sì.»

Ancora il poliziotto, lo mette seduto, gli appoggia una mano dietro la nuca, tastando per controllare che non si fosse rotta come un melone maturo.

«Oh! Ma che volevi fare? Battere il record dei cento metri?»

Lorenzo non apprezza la battuta, non è incline al sorriso in quel particolare momento storico della sua vita.

«Ce l’hai un documento?»

«Sì.»

Lo estrae dalla tasca dei jeans e lo mostra all’agente.

Il suo documento di identità passa nelle mani di un altro agente che scompare nell’abitacolo della pantera e inizia un fitto colloquio con la centrale attraverso la radio.

«Quanti anni hai?»

Gli fa male la testa e la luce intermittente dei lampeggianti non lo aiuta, ma non osa dirlo al poliziotto.

«Quindici.»

«Beh, ragazzo, hai appena fatto una grossa cazzata.»

Davanti all’evidenza Lorenzo non oppone resistenza.

«Già.»

Maggio 2016, mattina

«Gaboardi è uno stronzo!»

Lorenzo se ne sta seduto sul divano.

Manca poco a mezzogiorno.

Le mani sono raccolte tra le gambe e il capo è chino mentre ascolta il padre.

I lividi e le escoriazioni, medicate al pronto soccorso, bruciano ancora sulla pelle.

Sua madre è seduta di fianco a lui, gli occhi umidi, e guarda ora lui ora il marito, in piedi di fronte a loro.

Sono tornati da poco dal liceo di Lorenzo, dove hanno avuto un colloquio piuttosto intenso e poco piacevole con il preside.

Non è stato l’unico impegno inaspettato che i genitori di Lorenzo hanno dovuto sostenere nelle ultime ore.

La sera prima hanno ricevuto una telefonata dal posto di polizia all’interno di un ospedale durante la quale venivano avvisati che il figlio era stato fermato, dopo un inseguimento, e accompagnato in pronto soccorso a causa delle contusioni riportate.

Erano corsi in ospedale, dove avevano udito sbigottiti il resoconto dell’agente della polizia di stato in servizio sulla volante San Siro bis in qualità di capoturno, il quale aveva raccontato ai due sempre più esterrefatti genitori di come avesse ricevuto, durante il normale servizio di pattugliamento, una chiamata dalla centrale operativa che lo informava di un atto vandalico in corso all’interno di un liceo e lo inviava sul posto, dove coglieva in flagranza di reato il ragazzino che fuggiva alla vista della volante, per essere poi fermato poco più in là.

Hanno riportato il ragazzo a casa, la notte stessa, e la mattina successiva si sono recati al liceo.

Lì hanno visto un bidello smoccolante tentare di coprire con mani di vernice bianca la scritta a caratteri cubitali fatta dal loro figlio, prima di recarsi in presidenza.

Ora il padre cammina nervoso davanti al divano e ripete a Lorenzo la frase vista sulla parete della scuola, a beneficio di migliaia di studenti che la immortalavano con i telefonini in mano.

«Gaboardi è uno stronzo!»

Lorenzo non risponde. Non ha nulla da aggiungere, ritiene l’affermazione esaustiva.

Suo padre evidentemente non è d’accordo.

«Ma come diavolo ti è saltato in mente di fare una cosa del genere? Come hai potuto scrivere sul muro della tua scuola che il tuo professore di lettere è uno stronzo?»

Una lacrima scorre sulla guancia di sua madre.

«Non vai neanche male in quella materia. Si può sapere cosa è successo?»

Lorenzo non può raccontare nulla. È legato dal giuramento fatto a Carla.

Prendendo atto del silenzio del figlio, il padre prosegue.

«E comunque, si può essere o non essere d’accordo su un’affermazione del genere. Magari avrai anche le tue ragioni. Ma non puoi scriverla su un muro! Lo capisci questo?»

Lo comprende, ma nonostante ciò non esiterebbe a rifarlo. Non osa dirlo a suo padre, però.

Una mattina, pochi giorni prima, aveva tradotto dal latino un brano di Cicerone. Un normale compito in classe, neanche troppo difficile, ma aveva notato come Carla, una sua compagna di classe piuttosto carina, tremasse e arrossisse, in preda a un’evidente crisi d’ansia. Non capiva perché, giacché la compagna era sempre stata più brava di lui.

Dopo il compito, all’intervallo, l’aveva fermata in corridoio, chiedendole se andava tutto bene.

Lei era stata piuttosto acida.

«Da quando t’interessi a qualcuno?»

Poi era scappata via.

A casa aveva ricevuto un whatsapp da Carla.

Carla: «Scusami»

Lorenzo: «Tutto ok?»

Carla: «No»

Lorenzo: «Ti posso aiutare?»

Carla: «No»

Lorenzo: «Problemi con latino?»

Carla: «No»

Carla: «Tu sei diverso dagli altri»

Lorenzo: «?»

Carla: «Domani ti spiego»

Lorenzo: «Ok ciao»

Carla: «Ciao»

L’indomani a scuola Carla aveva invitato Lorenzo in biblioteca.

Si erano appartati in un angolino, seduti uno in fianco all’altra di fronte al monitor di un pc e lei aveva iniziato ad aprirsi con il suo compagno di classe più chiuso.

Gli aveva raccontato di come in un tema precedente fosse sicura di non essere andata bene, e infatti il prof Gaboardi l’aveva chiamata in aula professori e le aveva comunicato che le avrebbe dovuto dare un quattro.

Carla aveva subito notato lo sguardo del professore mentre enfatizzava il condizionale.

Aveva aggiunto di essere molto dispiaciuto perché si era sul finire dell’anno e quel voto rischiava di rovinarle la media.

Poi le aveva sorriso in modo strano e le aveva confidato che talvolta anche i quattro potevano diventare sei.

Solo allora si era accorta che in aula professori erano solo loro due.

A quel punto Lorenzo non era sicuro di voler continuare a sentire la storia, perché avvertiva già un principio di nausea e un senso di vertigine.

Invece Carla andò avanti.


[1] Avendo un figlio adolescente e una passione per i classici di ambientazione gotica (Lovecraft, Stoker, King), non potevo esimermi dal cimentarmi nella rilettura in chiave moderna di un tema cult del genere, affrontando questioni più impegnative come il rapporto genitoriale, la crescita, la scoperta dell’amore. Cercando al tempo stesso di non appesantire la trama, rispettando la sua naturale scorrevolezza.

Ne è venuta fuori una storia a mio avviso intrigante e coinvolgente che si svolge lungo un intero anno scolastico. In una scuola molto particolare.

Questa è la fine dell’anteprima gratuita. 

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