Il disoccupato

Il disoccupato di Andrea Raciti

Il coraggio del resiliente – La storia agrodolce di chi guarda nel buco nero della mancanza di lavoro senza lasciarsi tirare a fondo.

La disoccupazione ha la capacità di divorare il tempo trasformandolo nel peggiore dei datori di lavoro. Lo sa bene Carlo, senza occupazione da tre anni, periodo in cui ha coltivato un unico interesse: quello di presentarsi ai colloqui di lavoro.

Carlo, che porta sulle spalle anche il peso di una madre malata di Alzheimer, ha vissuto a lungo ripudiando la vita sociale e, quando la sua situazione economica gli sbatte in faccia l’impossibilità di crearsi il futuro che vorrebbe, decide di spendere gli ultimi risparmi per un insolito ultimo viaggio.

Come ogni volta accade più della meta, è il cammino, il percorso la parte più importante del viaggio ed è proprio nelle varie tappe del suo itinerario che il ragazzo vivrà momenti di coraggio, normalità, speranza e sconforto, di solitudine infinita ma anche di condivisione con Laura, la ragazza di cui è innamorato.

Fra risate e qualche lacrima, Carlo proverà a riprendersi parte di quella serenità che la disoccupazione gli ha portato via e tutto prima di compiere il gesto estremo in una storia di cui crede di conoscere il finale.

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Il disoccupato:

Prologo

Lei mi guarda. Nei suoi occhi leggo un ultimatum.

«Sono cinque mesi di ritardo. Io non posso più coprirti. Credimi, mi dispiace.»

Abbasso lo sguardo. Il mio inutile orgoglio pretende rispetto.

«Carlo, ho cercato di venirti incontro ma non posso più farlo, capisci?»

Comprendo, ma fa ugualmente male. Mia madre sarà cacciata dall’unico posto dove potrà avere le attenzioni che merita. Posso capire, ma no, non posso non essere contrariato. Tiro fuori dalla tasca gli ultimi risparmi. Li poggio sul tavolo. La mia mano non li lascia ancora andare. Se vanno via, non avrò più nulla.

«È tutto ciò che ho. Troverò gli altri a fine mese.»

Non ricordo più a quanto ammonta adesso il debito. So per certo che i soldi sul tavolo non bastano nemmeno per la metà.

La mano rugosa della direttrice Barbara finisce delicatamente sulla mia.

«È davvero tutto ciò che hai?»

Continua a parlarmi e io continuo a non guardarla. Mi vergogno. Un figlio che non riesce a prendersi cura della madre. La donna che lo ha cresciuto da sola senza mai fargli mancare nulla. Passati pochi giorni a lei mancherà tutto. Ora che ha bisogno di me, io non so rispondere a questa necessità. Proprio adesso che l’Alzheimer sta prendendo lei e tutti i suoi ricordi.

«Li tenga. Saranno forse due mesi pagati. Per gli altri provvederò, ha la mia parola. Deve solo darmi un altro po’ di tempo, non pretendo altro.»

Le sue mani accarezzano le mie. Un conforto di cui non ho bisogno.

«E tu come farai a vivere?» Stavolta ho il coraggio di guardarla. Le sorrido come a mostrarle davanti agli occhi un’ovvietà. «Conosco la tua situazione. E credimi quanto ti dico che tutto questo mi fa male, ma non posso permettere a tua madre di restare qui gratis. Non posso, Carlo.» La direttrice, un’anziana dallo sguardo dolce ma dal temperamento ferreo, continua a fissarmi. «Deve lasciare l’istituto. Io vedrò di cancellare i debiti passati, okay? Hai la mia parola. Tieni i soldi.»

Velocemente ricaccio le banconote dentro la tasca. Mi sento un ladro che sta rubando davanti agli occhi del derubato.

«Non sono in grado di badare a lei.»

«Non ti lascerò da solo. Troveremo la soluzione migliore per tutti, ma tra una settimana al massimo deve andare via.»

«No, questa è casa sua.»

«Sai che non è così.»

«Mia madre ha sempre voluto il meglio per me. Io non sarò da meno. Questo è il posto migliore per lei, non può tornare a casa.»

«Perché no?»

«Qui è più bello.»

Non riesco a trovare una bugia migliore. Sempre meglio che rivelare la verità. Ben presto potrei essere cacciato dall’appartamento in cui abito se non trovo il denaro per pagare l’affitto.

«Quando finirai di raccontare bugie?» Sbuffa infastidita. «Immagino che dev’essere stata una mamma eccezionale la nostra Carmelina. Sei l’unico figlio che ogni giorno è qui. A differenza tua però, chi non viene può permettersi tutto questo. Tu no. Devi pensare alla tua vita adesso perché la stai trascurando troppo. Sono sicura che anche Carmelina ti direbbe le stesse cose.»

Ricaccio gli occhi in basso e con essi anche il tono della voce.

«Lei non sa nulla della mia vita.»

«So che non hai un lavoro da tre anni e che presto non avrai più un solo euro in tasca se continui a non guardare in faccia la realtà.»

«Lei che ne sa? Io ogni giorno sono costretto a guardare in faccia la realtà.»

Scuote la testa e un lungo sospiro accompagna le sue parole: «Mi dispiace essere così diretta, ma no, non stai osservando bene. Presto la malattia la porterà via da te. Non saprà più chi sei. Ti tratterà come un estraneo. Anzi, mi hanno detto che già…»

«Mia mamma sa chi sono.» La interrompo prima che possa terminare una frase che non voglio sentire. «Lo sa perfettamente. Era solo stanca ieri.»

Barbara scuote nuovamente la testa.

«È il momento che cominci a pensare a te e a come andare avanti risparmiando la retta dell’istituto. Farla tornare a casa è la soluzione migliore.»

«Non posso!» Mi alzo di scatto dalla sedia e la osservo rabbioso. «Come faccio a occuparmi di lei se non riesco a prendermi cura di me stesso? E non importa se lei non si ricorda più chi sono. Io non posso dimenticarla! Io ricordo tutto quello che ha fatto per me!»

Abbandono la stanza. Sento ancora la direttrice parlare. Non mi giro. Voglio vedere mia madre. I metri che mi separano dalla sua stanza sono invasi da ricordi. Risate, gioie e il grande dolore, quello vissuto alla morte di papà. Da quel momento lei è stata il mio tutto.

Arrivo davanti alla porta bianca. Busso, dentro c’è Vanessa. Una delle assistenti più giovani. Anche piuttosto carina se non trascurasse le sopracciglia fin troppo folte.

«Ciao Carlo, con tua mamma stavamo giusto chiacchierando.»

Entro in una stanza perfettamente in ordine. Il bianco è il colore predominante. Non c’è molto, giusto l’essenziale per una sola persona. Mia madre è seduta sul letto ordinatissimo. Continua a parlare alla sedia davanti a sé mantenendo la schiena più dritta che può. Occupo la sedia con la mia presenza. Le sorrido mentre fisso il suo viso stanco. Profonde rughe circondano i suoi occhi neri.

«Ciao mamma, come va oggi?»

Nessuna risposta.

Vanessa le si avvicina e si siede sul letto.

«Carmelina, non vuoi dire a tuo figlio quante cose belle abbiamo fatto oggi?»

«Io non ho figli, chi è lui?»

La malattia la porterà presto via da te.

L’Alzheimer l’ha già allontanata da me. Non riconosce più chi sono. Ormai sono due mesi che mi tratta come un perfetto estraneo.

Incasso il colpo in silenzio.

«Guarda, ti faccio vedere delle foto così magari ricordi chi è. Vuoi?»

Non aspetto una risposta. Con un cenno della testa comunico a Vanessa che non c’è bisogno di riprovare il solito giochino delle foto.

«Meglio che vada.»

«Chi è lui? Io non ho figli. Chi è lui?»

«Scusami, non volevo turbarla. Io…»

«Tranquillo Carlo, ci penso io adesso. Tu puoi andare.»

Esco frettolosamente dalla stanza senza salutare. Fuori ad attendermi c’è Barbara. La guardo negli occhi e la oltrepasso. Lei mi trattiene per un braccio.

 «Anche oggi è stanca? Lo è da due mesi stanca? Rispondi Carlo.» Il suo sguardo addolorato penetra le mie barriere. «Guarda in faccia la realtà, la sua essenza non c’è più.»

Mi libero dalla debole presa e la fronteggio. E non posso negarlo, inizio a gridare.

«Cosa devo fare allora? Cosa cazzo devo fare secondo lei? Cosa?»

«Intanto riportarla a casa. Dopo avrai tutto il supporto di cui hai bisogno. Te lo prometto.»

Allargo le braccia in segno di incredulità.

«Che soluzione è? Non sa più chi sono! Non vorrà mai vivere con me!»

La direttrice si guarda intorno. Le grida hanno attirato molti curiosi che però badano bene a stare in disparte. Uno di loro, un ragazzino dai capelli biondi e le guance paonazze, sta filmando la scena.

«Ritorniamo nel mio ufficio e parliamone in privato. Con calma se è possibile. Qui stiamo dando spettacolo.»

«Non devo parlare con nessuno, quantomeno con una come lei!»

Le do le spalle e mi incammino verso l’uscita. Sento però le sue ultime parole.

«Hai una settimana di tempo. E ti prego, non costringermi a prendere decisioni drastiche.»

Abbandono correndo l’edificio come per scacciare via l’ultima frase. Cerco l’auto nell’ampio parcheggio alberato. Non è difficile da identificare. Tra tutte è la più sporca. La scocca bianca non sa più cosa sia la lucentezza. Accanto alla vettura c’è un’altra macchina che spicca per pulizia e per lo sgargiante colore rosa. La proprietaria, un’aitante donna dal vistoso rossetto rosso, dopo aver chiuso lo sportello mi passa accanto e le mie narici vengono inebriate da un profumo intenso. Fragranza che mi accompagna fino all’entrata in auto. Qui, al riparo dai commenti altrui, inizio a battere i pugni sul volante. Fino a quando, esausto, non sprofondo completamente sul sedile.

Sono un uomo vinto dalla vita. Un trentenne che si appresta a perdere tutto, pure la voglia di vivere. Anche se questa, in verità, l’ho già persa da un po’.

1

Domenica 15 maggio

È mattino. Io sono sveglio già da ore. Sono abituato alle notti insonni. Ormai sono anni che non so più cosa significhi riposare. I troppi pensieri non contemplano il riposo. Stranamente a tenermi compagnia durante la notte non sono state le solite preoccupazioni sul mio status da disoccupato, ma le parole della direttrice.

Deve tornare a casa tra una settimana al massimo.

Quale casa? Se la situazione non cambierà, presto non ci sarà nemmeno un tetto sulla mia di testa. Non ho ancora pagato l’affitto del mese passato. Anche facendolo, resterei scoperto per questo e i prossimi. La sostanza non cambia: non avrò più un appartamento.

Deve tornare a casa tra una settimana al massimo.

Un ultimatum. Che ironia, finalmente nella mia modesta esistenza sta ritornando un qualcosa di certo. Beh, era anche ora. Negli ultimi anni non sono stato più sicuro di nulla. Ho vissuto sul filo dell’incertezza. Tutto merito dell’inappagante professione che esercito da tre anni, quella del disoccupato. Una mansione che ormai occupa quasi interamente le mie giornate. Riesco a ritagliare solo un po’ di spazio per il mio hobby preferito: i colloqui di lavoro. Incontri che hanno una durata differente l’una dall’altra ma tutti il medesimo fallimentare risultato.

Deve tornare a casa tra una settimana al massimo.

Continuo a pensare a questa frase. Rimbombante pensiero che, però, non riesce a sovrastare il solito rumore provenire dal terzo piano. Trambusto che puntualmente arriva alle nove del mattino. L’ora in cui la signora Pina, settant’anni portati dignitosamente, inizia ogni santo giorno a pulire il proprio appartamento. Mi chiedo cosa spinga una donna, non più nel fiore dell’età, a rassettare casa sempre allo stesso orario. L’unica risposta è la solitudine. Il marito è morto cinque anni fa e il figlio vive a Bruxelles. La solitudine è un brutto virus, se non si è pronti ad accoglierlo si rischia di trasformare tutto in una routine senza alcun significato. E io di routine ne so qualcosa. Negli ultimi tre anni la mia vita ha seguito sempre la stessa noiosa sceneggiatura: l’affannosa e infruttuosa ricerca di un lavoro che mi permettesse di vivere il presente con la prospettiva di un futuro.

Mi alzo dal letto. Lascio una spoglia camera arredata con lo stretto necessario: letto matrimoniale che non ha mai visto altre figure diverse dalla mia e una scrivania in cui trova posto solo un vecchio computer. Nessun armadio. Sono riuscito a venderlo, insieme a tanti altri oggetti, pur di guadagnare qualcosina e cancellare in parte il debito con l’istituto. L’ennesimo fiasco. Vendere non è servito a nulla. Sono sempre tornato al punto di partenza.

Abbandono l’odore di chiuso e mi rifugio nella sala da pranzo. Una stanza più popolata della precedente. A capeggiare su tutto il capiente frigo, anch’esso in vendita tramite un annuncio online, che al suo interno nasconde solo dell’Emmental incartato alla meno peggio e con strati di muffa ben visibili. Non c’è nient’altro da mangiare.

Mi accomodo a terra. Sedie e tavolo hanno lasciato questo appartamento da tempo ormai, pur di pagare una rata dell’affitto. La mia moderna cucina open space sì è ormai ridotta a un angolo chiuso. Niente divano, nessuna parete attrezzata e nemmeno la tv. Tutti venduti. La stanza è pressoché vuota.

Abbasso il capo vicino alle ginocchia. Chiudo gli occhi. Stringo forte le mani alla tempia. Appoggio la testa al frigo. Riapro gli occhi. Lo spettacolo è sempre lo stesso. L’incubo in cui sono finito è reale e non c’è modo di scappare.

Devi guardare in faccia la realtà.

Beh, cara direttrice, questa realtà fa schifo.

Ho dormito con gli stessi abiti di ieri. Non ho nemmeno tolto la giacca. Rovisto nella tasca dei jeans. Eccoli gli ultimi risparmi. Li guardo sapendo che, pur non pagando l’istituto, dovrò comunque utilizzarli per l’affitto di casa. Riducendo così, quanto faticosamente accumulato. Gli ennesimi risparmi che il tempo porterà via e non potrò impedire che ciò accada.

Mi chiedo quale sia il senso di tutto questo. Andare avanti per chi? Per cosa? Sto solo allontanando l’inevitabile con una pistola ad acqua. Ho sperato in un cambiamento che non è mai arrivato. Adesso non ho più la forza di sperare. Eppure, non ho mai chiesto nulla di particolare, solo una vita normale. Fare colazione in un bar, uscire con gli amici, litigare con la ragazza e riappacificarsi facendo l’amore. Andare in giro per negozi e comprare, invece di poter solo guardare.

Quando svolgevo il ruolo di capoufficio all’interno di una rinomata azienda catanese avevo tutto questo, oltre che uno stipendio più che dignitoso. Dal licenziamento per riduzione del personale ho perso tutto. O forse dovrei dire che non sono riuscito a tenere nulla. Non so tra le due frasi quale sia la più corretta. So che adesso rivoglio… anzi ho estremo bisogno di quella normalità. Desidero ritrovare quel pizzico di serenità per poi affrontare l’ultimo viaggio di un’esistenza che non ha più nulla da offrire.

Rimetto i soldi in tasca. Nessun affitto e nessun debito da saldare. Saranno il biglietto per il mio ultimo viaggio.

Questa è la fine dell’anteprima gratuita. 

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I libri di Andrea Raciti

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Il disoccupato di Andrea Raciti – Il coraggio del resiliente – La storia agrodolce di chi guarda nel buco nero della mancanza di lavoro senza lasciarsi tirare a fondo. Titolo: Il disoccupatoAutore:…