Barricate

 

 

 

 

Enrico A. & Roberto Cameriere

 

 

Barricate

Un sud disperato e ribelle che si nasconde dietro alle Barricate.

In questo romanzo di barricate ve ne sono ovunque e dividono, allontanano, respingono. Vi sono quelle fisiche e materiali che si trovano per strada durante la violentissima rivolta di Reggio Calabria nel 1971, barricate infiammabili e spaventose ma più espugnabili di quelle che si trovano nei bar di paese dove i vecchi giocano a carte. Sono queste ultime le barricate di cui avere davvero paura poiché sono fatte con gli impenetrabili mattoni dell’omertà che non subiscono nemmeno una scalfittura fino all’estate del 2008 quando, sulla Jonica reggina, in un campo spaccato dal sole, tra ulivi e fichi d’india vengono rinvenute delle ossa umane.

Toccherà a un antropologo di grande fama costretto a tornare nella sua Calabria per occuparsi del caso a intaccare, per la prima volta dopo 35 anni, le barricate di quella stessa omertà dalla quale, molti anni prima, aveva creduto di riuscire a fuggire.

Il romanzo, che si svolge su due linee temporali, è animato da una pletora di personaggi ambigui, legati al mondo della criminalità organizzata in un torbido intreccio tra mafia, gruppi estremisti di destra e faccendieri collegati ai servizi segreti. Personaggi che innalzano nuove barricate, di nebbia e di sabbia negli occhi per nascondere un segreto che bussa dal passato. Un segreto che per anni si è sperato di nascondere dietro alla falsa quiete di luoghi dove non sembra accadere mai nulla, dove il tempo pare immobile, in un’atmosfera rarefatta e rovente, luoghi in cui, all’ombra degli ulivi, si mangia ‘nduja, pescestocco e pane conzato ascoltando imperturbabili il canto delle cicale.

 

 

Dettagli prodotto

  • Autore: Enrico A. & Roberto Cameriere
  • Editore: Oakmond Publishing (28 maggio 2019)
  • Lingua: Italiano
  • ISBN paperback: 978-3-96207-116-5
  • ISBN kindle: 978-3-96207-117-2
  • Acquista qui: amazon.it

 

 

 

Incipit

Prologo

Una curva a gomito seguiva il fianco scosceso della montagna. Muri a secco chiudevano il margine destro della strada. Sopra su un fianco della collina, sterpi e piante di fichi d’India. Si vedevano i frutti rossi e maturi che pendevano dalle spinose pale verdi. A sinistra un guardrail e giù una scogliera dove s’infrangevano delle onde che producevano una schiuma bianca. Il mare era di un blu così intenso che sembrava non ci fosse fondo. Per aria un odore selvaggio, quasi primordiale. La rocca di Scilla si ficcava nello stretto, come le dita di una mano verso l’amata. Il tempo era fermo, immobile.

Nel cielo galleggiavano esili nubi, sembravano non avessero intenzione di spostarsi di lì. Il sole era caldo, lo si sentiva secco e implacabile sulla pelle.

Un rumore prima lieve, poi più presente. Un motore diesel, poi una frenata brusca e una sgommata.

Un pullman si fermò nel pieno della curva.

Attimo di pausa.

Si aprirono sia la porta anteriore che quella posteriore, producendo un cigolio sommesso. Decine di turisti inglesi scesero con i loro buffi cappelli color pastello, con i dépliant in mano. Parlavano sommessamente e s’interrogavano. Mettevano le mani sul volto per guardare lontano, cercando di non farsi accecare dalla luce intesa. Alcuni di loro, quelli più arditi, avanzarono, girandosi sempre indietro per avere conferma e per sentirsi rassicurati. Le donne si sedettero sul guardrail, con il ventaglio in mano e si misero a guardare le onde che sbattevano sulle rocce nere. Un uomo del gruppetto di avanscoperta, vestito completamente di bianco, con un foulard color ciliegia al collo, decise di tagliare corto e si mosse ancora più spedito, avanzando per la strada. Aveva un passo deciso, sembrava Montgomery in cerca della Volpe del deserto. Poi l’asfalto nero finì sotto i suoi piedi. Allungò la mano e la toccò, la barricata.

Cercava di osservare bene quella catasta irregolare di materiale che tagliava in due la strada. C’era di tutto: legni, ferri, vecchi comodini, televisori sfasciati, reti di letti, il tutto legato assieme da filo di ferro molto robusto. Sembrava un’opera del Gugghenaim. Un polimaterico concettuale.

E dietro la barricata, quasi nascosti, due occhi densi e scuri lo stavano osservando, con uno sguardo fisso e impassibile. A prendergli le misure. L’inglese fece quasi un balzo indietro e si portò la mano destra alla fronte. L’uomo fece un agile salto, scavalcò i legni e balzò sull’asfalto nero. Una signora si alzò dalla pietra sulla quale era seduta e mise la mano sulla bocca per coprire un urlo di paura e sgomento. L’uomo era alto e atletico, sui venticinque anni, forse anche meno, capelli neri e ondulati. Sorriso aperto e ironico. Camminava sicuro e dinoccolato. Faceva ancheggiare appena il bacino. Indossava un paio di jeans a zampa d’elefante a vita bassa e una camicia bianca con dei ricami dorati sul davanti. Fissò l’inglese negli occhi, poi gli fece un cenno con la mano, guardò gli altri turisti inglesi più distanti e replicò il gesto, facendo intendere di seguirlo. S’infilò in una viuzza, che fino a quel momento sembrava fosse stata invisibile. Lasciarono la barricata e il pullman alle loro spalle. L’odore diventò pungente, acidulo, arrivò una ventata di mare che portò con sé la rappresentazione di conchiglie, alghe e pesci di profondità. Il gruppo di turisti si compattò e seguì ordinatamente l’uomo. La stradina si piegò un poco sulla destra e lo sfondo s’illuminò, mostrando scaglie d’argento in movimento, come un volo d’uccelli. Le onde sembravano volessero sbattere sul selciato, per renderlo ancora più nero e lucido. Ritmicamente l’acqua urtava sugli scogli neri, si sollevava una nube biancastra e profumata e si vaporizzava nel nulla. Il mare si era mostrato all’improvviso, con una pienezza e un effetto scenico da mozzare il fiato. Sulla destra la rocca del castello che guardava verso il basso come la testa di un’aquila. Di fronte una lingua di terra, dopo lo specchio d’acqua.

«Sicilia. Sicily!» disse mostrando i denti bianchissimi e indicandola con un dito. Si piegò in avanti, spostando il baricentro in maniera plastica. Sembrava un antico e romantico brigante, con quel suo fare spiccio, i suoi muscoli possenti, con quell’odore selvaggio. Pareva avesse da sempre abitato quella zona, ogni segreto gli apparteneva. Aveva lo guardo acuto e guardava quell’acqua muoversi sotto il suo dito, come forse aveva fatto Ulisse nei tempi remoti.

Una finestra si aprì al primo piano della casina in pietra che aveva le fondamenta ficcate nel mare. Una vecchia signora, con un fazzoletto bianco legato sulla testa, comparve e guardò verso il giovane.

«Antonio?» e scosse la testa, per capire cosa stesse succedendo, accompagnandosi con un gesto della mano.

«Sono inglesi! Sono turisti inglesi!» e sorrise indicandoli.

«Ingrisi?» e si portò la mano destra sulle tempie in gesto di commiserazione, come se avesse pensato che fossero venuti dell’Inghilterra a piedi.

«Sì, ingrisi! Prepara venti cafè, fatti come sai tu, ca’ schiuma e molto zucchero!» e mimò di darle un bacio.

La signora scomparve e dopo qualche minuto aprì il portoncino al pianterreno e fece un gesto con la mano ai turisti che si sistemarono come meglio poterono nel soggiorno.

La donna salì al piano di sopra, per una scala stretta, poi si riaffacciò e disse «Spìanci ai signorini si devono andari ‘nto bagnu

Il signore che prima si era avvicinato alla barricata, si fece coraggio, guardò il giovane e domandò a voce bassa e cortese «What’s happen? I dont’understand.».

«Il caffè, prima ‘u cafè. Coffe! E poi si parla del resto!»

L’inglese sorrise e si accomodò nel divano a fiori, ancora incellofanato. Ai muri c’erano dei quadri che rappresentavano dei paesaggi marittimi. Sopra un televisore a valvole, una serie di souvenir di città italiane. Ben piegato, accanto al trasformatore, sul mobiletto che reggeva l’apparecchio, c’era un giornale, una Gazzetta del Sud. Si leggeva appena un titolo Reggio ancora una volta… Non s’intuiva altro, ma era scritto a caratteri cubitali.

La signora rientrò, con un vassoio di porcellana bianca, con disegnate delle vivide rose rosse, pieno di tazzine di caffè fumanti e le distribuì agli ospiti. Scomparve per ritornare con un altro vassoio di confetti e cioccolatini.

«Prego, favorite!» disse facendo una smorfia complice e ospitale. Poi facendo un evidente gesto con la mano, mimando di girare il cucchiaino nella tazzina, disse all’inglese che parlava con il nipote «Dovete riminare lo zucchero ‘nto cafè!» poi guardò il nipote e gli sussurrò «Ma lo sanno questi forestieri che Reggio bampa, ‘nta sti jurna? A stannu vutandu sutta supra

Lui alzò le spalle, fece sì che tutti prendessero il caffè e si rimise a discutere con il suo ospite. Gli fece vedere dei suoi dischi dei Beatles e dei Rolling Stones, poi, con fare da girondino, tirò fuori l’ellepì di Bob Dylan, The freewheelin’.

L’inglese, mentre sorrideva, si mise a guardare le copertine dei dischi, si sistemò più comodo sul divano e finì il suo caffè.

Dopo un po’ il giovane si diresse verso la porta e fece di nuovo cenno di seguirlo. Organizzò un estemporaneo tour per Scilla, partendo dalle case dei pescatori a Chianalea, con i balconcini direttamente sopra il mare, dai quali potevi vedere i pesci standotene comodamente seduto. Fece vedere quanto fosse vicina la Sicilia, che sembrava la si potesse toccare con la mano. Narrò di come Ulisse e i suoi compagni misero una nave in quelle acque furiose e tormentate, per affrontare i due mostri: Scilla e Cariddi. Mimò davanti a tutti la scena. Agli inglesi parve di vederli, con le loro orride bocche, con i denti aguzzi, mentre emergevano da onde rabbiose. Con le mani riproduceva l’impeto dei gorghi, come tante volte li aveva davvero visti lui. Disse poi di quando Re Ruggero, dal suo lontano regno, arrivò fino a quel punto, e vide la fata Morgana dall’altra parte e se ne innamorò. Invaghito, per raggiungerla si tuffò con l’armatura e morì. Commentò poi il folle progetto di costruire un ponte proprio in un posto sacro come quello. Descrisse della sua caccia ai pescespada in quello stretto imbuto d’acqua. Di come, ragazzino si appollaiasse in coffa, per scoprire l’ombra affusolata del pesce. Quando si perdeva nei suoi pensieri in quella sua strana casa traballante. Raccontò di come si accucciasse, lassù in alto, mentre leggeva di Moby Dick, e gli pareva di toccare con un dito la Calabria e con l’altro la Sicilia. Disse di come le onde da quell’altezza apparivano sbuffi insignificanti, lì dove lui era solo, in quella zona tra cielo e mare. Di come suo nonno gli avesse insegnato di baciare la pelle della bestia appena pescata, che animale nobile era, e gli si doveva portare rispetto. Tante cose disse, e li incantò.

Poi portò il gruppo al castello dei Ruffo, salì sul bastione più alto ed indicò a sud.

Una colonna di fumo densa si stava levando. Sembrava come un’eruzione, ma quella fuliggine stava radente al mare. Si spostava come una lugubre nebbia, che avanzava lenta. Allora, allora si percepì anche un odore acre, che prima era coperto da quello vitale del mare. Era metallico, fastidioso. Non te lo riuscivi a togliere più dalle narici, una volta che lo avevi sentito.

Il giovane guardò l’inglese con aria seria, diede una boccata al suo toscano, oramai ridotto a un moncherino. Si pulì la mano sui jeans e disse «É Reggio Calabria. C’è una rivolta lì!»

«Rivolta?» domandò con marcato accento inglese, sgranando gli occhi, come se da quella distanza potesse scorgere altro, oltre a quel fumo.

«A riot! The people is in riot! Reggio is burning

Prologo
Trent’anni dopo

Ce li avevo tutti allineati davanti a me, erano di ogni tipo. Alcuni in ottime condizioni, altri abbastanza malconci, ognuno aveva una storia. Sembravano spettatori sugli spalti, intenti a guardarmi. Non so se fosse un’illusione ottica, ma sembravano tutti rivolti verso di me. Quelle orbite nere mi scrutavano. Presi un sorso della mia camomilla, assaporai il retrogusto che sapeva di polline. Rialzai la testa. Erano ancora lì e sembravano davvero guardarmi. Gettai la camomilla nel lavandino e mi stappai una Tennent’s Super. Era una strong lager doppio malto. Se la sfilza di teschi salta in testa di mettersi a guardarti, devi passare al gioco pesante.

Ero in una cranioteca e gli spettatori erano morti in un vasto arco temporale in situazioni disparate. Il loro collo era stato reciso con varia modalità, a volte in maniera violenta, altre il tempo aveva fatto il suo corso. Ma la fine era sempre quella: una scatola cranica con le orbite rivolte verso di me.

Stavo facendo delle scannerizzazioni tridimensionali dei teschi. Confrontavo dei ritratti con i teschi originali. Non era facile arrivare a una conclusione definitiva. Avevo sempre dei dubbi se in qualche modo non stessi forzando la conclusione del lavoro. Avevo immaginato i piccoli trucchi dei pittori per ingraziarsi i committenti, le lievi o grosse imperfezioni a volte cancellate o migliorate. Ero riuscito a non essere influenzato dalla mia idea iniziale, ricostruendo volti che credevamo più sgraziati di come li avessero fatti i pittori.

Bevvi un altro sorso della Tennent’s. Era intensa e profumata, sapeva di malto e miele, con un retrogusto amarognolo dato dal luppolo.

Tornai in stanza e mi rimisi al lavoro. C’era qualcosa che non mi convinceva. Riguardai il monitor e aggiunsi alcuni valori. Non riuscivo neanche a chiamarlo lavoro perché era una cosa che mi appassionava. Certo definire gioco mettersi a misurare crani, forse era troppo e, se avessi trovato un ché di ludico in questo, avrei fatto bene a farmi un tagliando da qualche strizzacervelli.

Di solito non faccio di queste cose, però. O almeno la grossa percentuale del mio lavoro è di altro tipo di cose. In genere mi chiama un magistrato e, di corsa, vuole sapere sesso, età, misure di qualcuno che ha tirato le cuoia un po’ di tempo prima.

Continuai a scannerizzare i miei teschi.

Quanto avrà ingentilito Raffaello i tratti, quando era di fronte a Eleonora Gonzaga, per non perdere il lavoro? Sarei stato io più onesto con il mio lavoro su di lui?

Feci andare Foxy lady di Jimy Hendrix sull’I-Pod. La base del mio lavoro, comunque, se non proprio creativa, era almeno varia. C’era qualcosa che mi si metteva sempre di traverso e dovevo lavorare per mettere a posto i tasselli mancanti, lavorando d’intuito. Spesso, durante scavi di varia natura, venivano trovati resti scheletrici e le prime cose che ci venivano chieste, erano se fossero resti umani o meno. In seconda battuta, nel caso in cui si trattasse di resti umani, se fossero abbastanza recenti da essere d'interesse forense. Per lo più si trattava di resti animali, quindi era possibile far riprendere i lavori velocemente. Altre volte, invece, i resti erano umani e qui cominciavano i guai. I primi problemi erano legati al fatto che il ritrovamento poteva essere avvenuto durante opere che rimuovevano tutto il substrato che avrebbe potuto darci molte informazioni utili. L’ideale sarebbe avere un gruppo di archeologici forensi al momento della scoperta dei resti, ma quando mai ti capita una cosa del genere? Un appaltatore ha la disdicevole abitudine di assumere operai per fare gli sbancamenti, e non archeologi. La maggior parte delle volte mi chiamano quando sugli scheletri sono passate ruspe e operai li hanno estratti dalla terra con picconi e pale. E allora ci dobbiamo affidare a una serie di esami più costosi che ci diano delle informazioni approssimative sull’era del decesso. E poi il sesso, la razza, l’età e tutti i dati utili per un’identificazione spesso di probabilità quasi mai di certezza.

Decisi che potevo chiudere la giornata. Misi i miei bei teschietti al sicuro e montai in macchina.

Era una calda giornata, il traffico non era poi così caotico, e ci si poteva guardare intorno. Il paesaggio, passando fra Toscana e Umbria, era sempre dolce e gradevole e generava pensieri molto lontani dai miei teschi. Non c’era tempo per fermarsi, era già tardi e il giorno dopo saremmo dovuti partire per un nuovo sopralluogo.

Arrivai a casa che si erano fatte quasi le undici. Decisi di controllare anche l’email, perché potevano esserci comunicazioni da Hong Kong per il congresso. In effetti il lavoro era stato accettato, soddisfazione, ma significava anche altro lavoro. Mi soffermai su una mail che proveniva dalla procura di Reggio Calabria. Avevo lasciato Reggio da tanti anni e non mi andava minimamente di avere contatti con nessuno, se uno taglia i ponti, taglia i ponti. Stavo così bene a casa mia, mai voltarsi indietro, recidere i legami col passato e andare avanti. Non mi andava di aprirla, ma alla fine la lessi.

«Caro Vincenzo, spero che la tua memoria non sia peggiorata in maniera definitiva. La firma ti dirà qualcosa dei tempi andati. So che sei un famoso scienziato, mentre io sono un piccolo sostituto procuratore, ma devo sottoporti un caso spinoso e forse è che meglio rimanga sottotraccia, per un po’. Lo so che non vieni più giù, ma a me non puoi dire di no. Sono stati ritrovati degli scheletri a Palizzi. Dal primo esame sommario sembrano resti umani. Non ho notizie di scomparse recenti e tornando indietro nel tempo non ne ho trovate da un po’ di anni. Tutto questo, in effetti non vuol dire nulla, potrei affidarti l’incarico ufficialmente e così farò, ma prima mi piacerebbe che gli dessi un’occhiata e in privato mi dici che ne pensi. Ti chiederai perché? A dire la verità non lo so neanch’io, come ti ho detto una semplice sensazione. Ciao Franco Russo.»

Chiusi il pc, me ne andai in balcone e mi stappai una seconda Tennent’s.