8 Ore

8 Ore

Gabriele Gallo

Piove a dirotto, l’oscurità del cielo è squarciata da qualche lampo e sulla strada che s’inerpica verso Rocca del Pizzo, c’è solo l’automobile di Claudia e Francesco. I due giovani procedono cautamente verso l’antico borgo montano convinti che la pioggia non interferirà troppo con l’inaugurazione dell’hotel che hanno appena finito di ristrutturare fino a quando non vengono travolti da una frana.

Bloccati e inermi sotto i detriti che si sono staccati dal fianco di quella montagna tanto amata e tanto odiata, provano a sopravvivere con la sola forza delle parole e dei ricordi, finché non scoprono che per entrambi Rocca del Pizzo, l’antico borgo sospeso fra Piemonte e Liguria che stanno tentando di riqualificare, rappresenta l’ultima possibilità per far pace con il proprio passato.

Otto ore alla ricerca di se stessi.

Otto ore di angoscia e solitudine.

Otto ore di rimpianti e promesse.

Otto ore di sogni e speranze.

8 ore.

Per la foto di montagna su questa pagina si ringrazia ©Gabriele Gallo

 

 

Dettagli prodotto

  • Autore: Gabriele Gallo
  • Editore: Oakmond Publishing (7 novembre 2018)
  • Lingua: Italiano
  • ISBN paperback: 978-3-96207-075-5
  • ISBN kindle: 978-3-96207-076-2
  • Acquista qui: amazon.it

 

 

 

Incipit

I

Ore 17.00

Imbocco la statale che conduce al paese sotto uno scroscio di pioggia accecante. Le gocce sono fitte, incattivite al punto da formare una ragnatela impenetrabile sui vetri dell’auto. La radio diventa un brusio confuso di sottofondo, mentre la strada vomita acqua a ogni tornante, a destra e a sinistra, dall’alto e dal basso.

«Ma non doveva smettere?» sussurra Claudia.

Percepisco in quella sua domanda un timore latente, che tuttavia non ammetterebbe mai, così fiera e orgogliosa nella vita e nel lavoro. Aveva accettato di aiutarmi in questo progetto di riqualificazione urbanistica montana con un po’ di titubanza. Lei, cresciuta tra Roma e Milano, amante della natura e degli spazi aperti solo a giorni alterni come suole ripetermi ancora oggi. Da circa due mesi condividevamo una piccola casa nel cuore di Rocca del Pizzo, ma non da soli. La cosiddetta Maison du Ciel per via dell’ampia vetrata che fissa la valle, si era infatti trasformata poco alla volta in un amalgama intergenerazionale e interprofessionale. Artisti, architetti, pittori, scrittori, tecnici, giornalisti. Ma anche semplici curiosi, anziani abitanti, bambini, giovani e meno giovani. Tutti sognatori con un unico obiettivo: trasformare quel caratteristico borgo sospeso tra Piemonte e Liguria in un faro luminoso delle terre alte. Proprio dal comune era arrivata la prima istanza specifica. Un grido disperato, un ultimo sussulto prima della sparizione.

Avviso esplorativo per l’acquisizione di manifestazioni di interesse finalizzate alla valorizzazione turistica e culturale del centro storico.

Mi ero imbattuto quasi per caso in quel bando, sfogliando l’elenco delle proposte suggeritomi dal mio database professionale. Conoscevo bene quel paese. I suoi vicoli e i suoi cortili trasudavano ancora un pezzo della mia infanzia. Non potevo quindi restare indifferente di fronte a una richiesta del genere. Avevo subito raggruppato un po’ di amici e colleghi, avevamo imbastito una proposta formale e dopo alcune settimane, eccoci lì. A vagare per quei viottoli medievali in pietra che chiedevano solo di essere calpestati da qualcuno. Dapprima una stanza in affitto per tre-quattro persone. Poi un bilocale, infine un intero stabile. Intorno una vitalità artistica crescente. Un rinnovato entusiasmo, un barlume di speranza. Un punto di partenza per la futura rinascita o l’ultimo alito di identità amministrativa. A noi l’arduo compito di scrivere un finale o l’altro.

Le ultime rampe si fanno intanto più scivolose. Acqua, pietrisco e terra si sovrappongono sulla carreggiata in un intreccio putrido che sa di marcio. Un ingannevole sabato di maggio vestito da novembre, così diverso dagli ultimi che avevamo vissuto lassù, quando qualcuno che si aggirava curioso tra le case abbandonate l’avevamo sempre incontrato.

«Bello schifo. Ma come ho fatto a pensare che questo luogo potesse realmente avere un futuro? Ma ti immagini dei bambini in una giornata del genere? Cosa potrebbero fare? Non vedrebbero l’ora di scendere a valle, sempre che nel frattempo il paese non si accartocci su se stesso.»

«Ma fammi il piacere! Sai bene che l’impianto urbanistico risale al Duecento! Otto secoli di pioggia e crolla adesso, tutto d’un tratto? Che poi, voglio dire, un paio di giorni di brutto tempo non mi paiono la fine del mondo. Pioveva anche in città come hai potuto vedere.»

«Si certo, ma in città è tutto più ammortizzato. Sei cullato dalla civiltà, quasi protetto da ciò che avviene fuori. Anche in giornate come queste avresti il tuo diversivo, sapresti dove rifugiarti, cosa fare, chi vedere, riusciresti a sentirti vivo insomma. Qui cosa fai? Dove guardi? Con chi parli?»

«Con te stesso per una volta. Considera quest’acqua come uno specchio. Cerca il tuo sguardo, la tua pelle, il tuo sorriso tra le pozzanghere del selciato. Fissa i tuoi lineamenti, rifletti su quello che vedi. Se non ti piaci, puoi sempre cambiarti e truccarti. Ecco la differenza. Qui tu sei il protagonista. In città non sempre. Se non ti sforzi, rischi di diventare uno spettatore come tanti.»

Claudia si volta e mi fissa. Perplessa. Scrolla appena la testa e sospira lentamente.

«Tu non cambi mai eh? L’eterno sognatore che non si cura della realtà. Guarda che se va avanti così, il tuo selciato fa una brutta fine. Altro che pozzanghere cristalline da fissare giorno e notte. Al massimo voragini profonde che inghiottono una dopo l’altra le nostre speranze e le nostre illusioni.»

«Tze, ecco l’iperbolica nata. Un paio di buche qua e là e tu, da buona romana, ti sentiresti quasi a casa, ammettilo!» sorrido, mascherando effettivamente un’inquietudine crescente per quella cascata d’acqua dal cielo che pare non volersi più arrestare.

In prossimità del bivio per la frazione Chioggia, rallento fin quasi a fermarmi. Il piccolo Rio Freddo, di solito placido e silente, mastica e sputa acqua e fango. Ergendosi in avanti riesce di tanto in tanto a schiaffeggiare l’asfalto e subito sulla carreggiata sanguinano piccole gocce nerastre. Fisso quel torrente quasi impietrito. Claudia a quel punto intuisce il mio timore. Si morsica nervosamente le labbra tentando di guardare verso l’alto. C’è ancora chiaro, ma la nebbia avvolge gli ultimi quattro chilometri che ci separano dal paese. La pioggia nel frattempo continua a cadere, incessante, e anche la terra comincia a lasciarsi andare, esausta. Scorgo infatti nello specchietto qualche abete che si piega d’improvviso, prima di sparire verso il basso, trafitto a morte da una frana profonda. Faccio finta di nulla per non accrescere il malessere di Claudia e ostento sicurezza.

«Accelera va, almeno ci togliamo subito da ‘sta gola che già mi inquieta nei giorni soleggiati, figurati oggi».

Giusto il tempo di ripartire, una frazione di secondo appena. Poi un boato che si amplifica poco alla volta. Deglutisco. Accelero. Claudia mi guarda. Si piega in avanti, come a voler bucare il vetro. Si allunga e gira la testa a destra e a sinistra. Apparentemente nulla. Guardo di nuovo nello specchietto. Acqua, nebbia, roccia. Nulla di anomalo. Eppure, nelle orecchie, il sibilo continua, si deforma, vibra. Poi all’improvviso si placa e sparisce.

La rotabile nel frattempo esce dalla prima gola e si prepara ad attraversare la seconda, per poi sfociare sul versante opposto prendendo quota. Il cielo rimane pesante e plumbeo, ma perde almeno temporaneamente le tonalità più cupe, che le pareti della valle contribuivano ad acuire.

«Che sarà stato? Francé, non è che ci convenga tornare indietro? Alla fine non sono neanche le sei. Tre quarti d’ora e siamo di nuovo in città. Qui veniamo domattina, quando sta pioggia si sarà placata.»

«Dai su…quarantacinque minuti per ridiscendere e un quarto d’ora per raggiungere il paese. Con sto tempo io non ci torno a valle. Facciamo un ultimo sforzo e saremo nella maison con gli altri. Così cominciamo a pianificare il primo evento social di giugno. Anzi…fai che avvisare Tommy e digli che ci venga incontro in piazza così evitiamo di fare due giri con tutta la roba.»

Claudia annuisce. Prende lo smartphone e con l’aria sempre più svogliata chiama Tommaso, architetto pure lui. E probabilmente suo grande amore, anche se non troppo ricambiato.

«Non prende. Ma come è possibile? L’unica salvezza di questo posto era la copertura telefonica. Se perdiamo pure quella possiamo gettarci nel fiume. Anzi, gettiamoci l’intero paese va, così ci liberiamo del problema alla base.»

Scorre la rubrica quasi compulsivamente, quindi riprova a chiamare, invano.

«Dai, ma come si fa? Non pretendo internet ma almeno il telefono, cazzo. Nel 2018. Manco fossimo a 4.000 metri!»

«Stai calma, Cla, che mandi in confusione pure me! Guarda dove siamo! Lo sai anche tu che nell’Orrido del Drago il segnale non c’è mai stato. Ritorna dal pilone lassù. Tre chilometri di silenzio. Qui neanche il sole osa disturbare le rocce, potevano forse riuscirci i cellulari scusa?»