Beata gioventù

 

 

 

 

 

 

Beata gioventù

di Vincenzo Galati

Una commedia poliziesca saporita, avvincente e delittuosamente spassosa.

Protagonisti di questa storia ironica e fuori degli schemi un gruppo di strampalati amici, un po’ in là con gli anni ma con l’entusiasmo di ragazzini scatenati, alle prese con un’incredibile avventura. Tra una partita a carte e un cruciverba, i nostri s’imbattono in un omicidio e nel furto di una vecchia moneta di enorme valore. Capitanati dall’impavida Olga, gli arzilli vecchietti mettono in atto un ingegnoso piano che proverà a trasformarli in intrepidi giustizieri dai capelli d’argento. Ma sulla loro strada si presentano ostacoli e imprevisti di ogni tipo. Riuscirà la sgangherata banda di nonnetti a dipanare il bandolo della matassa?

 

 

La parola ai lettori!

 

 

Dettagli prodotto

  • Autore: Vincenzo Galati
  • Editore: Oakmond Publishing (15 giugno 2019)
  • Lingua: Italiano
  • ISBN paperback: 978-3-96207-134-9
  • ISBN kindle: 978-3-96207-135-6
  • Acquista qui: amazon.it

 

 

 

Incipit

1

Olga sollevò la testa e rimase a fissare il vuoto mordicchiando l’estremità della matita che aveva in mano. Come mai non le veniva in mente? Eppure lavorare a maglia le piaceva molto.

Era sicura di averlo sentito nominare, non molto tempo prima, da una delle sue amiche. Osservò di nuovo la definizione del quarantasei verticale: Un punto della maglia, quattro lettere. Allora, com’era che si chiamava? Chiuse gli occhi e ricorse al vecchio stratagemma. Immaginò di trovarsi in mezzo al gruppo che ogni mercoledì si riuniva per lavorare a maglia e cercò di ricordare tutte le sue compagne delle Scuole Vespertine; poi si costruì una conversazione con una di esse riguardo a un gilet lavorato a punti incrociati per il figlio, e poi con un’altra per un maglione lavorato a jacquard per la nipotina e passò in rassegna tutte le amiche che sferruzzavano parlando di punti e dei lavori che stavano facendo. Sempre concentrata, si passò lentamente la matita tra i capelli e tutto d’un tratto spalancò gli occhi e sorrise.

«Grana di riso! Punto riso! Gemma aveva fatto un golf a suo marito.»

Si chinò e scrisse la parola negli spazi vuoti. Poi, in tre minuti, completò tutto l’angolo del cruciverba e posò la matita. Controllò il tempo sul suo vecchio Longines: trentotto minuti.

«Avrei potuto far meglio» constatò con un sospiro. Poggiò la Settimana Enigmistica su Il Secolo XIX e l’occhio le cadde su un piccolo annuncio. Lo lesse e lo sguardo andò immediatamente a posarsi su un modesto mobile a vetri e, in particolare, su un oggetto di rara bruttezza, una teiera di peltro, fine Ottocento, dalle dimensioni di un ferro da stiro. Forse aveva la possibilità di disfarsi, finalmente, di quella cosa orribile. Oscar, buonanima, non lo avrebbe mai saputo. E chissà, magari valeva anche qualcosa. Oscar aveva sempre asserito che proveniva da un lontano parente del Re Umberto I di Savoia… Tornò a guardare l’annuncio fatto da Arte e Antichità, per la perizia di cimeli di famiglia: Portateci a vedere le anticaglie. Potreste avere delle ricchezze in cantina e non saperlo.

Olga non ci mise molto a prendere una decisione. È ora che quest’oggetto se lo goda qualcun altro. In meno di tre minuti la teiera si trovò infilata in un sacchetto di carta del panificio, e Olga era già diretta verso il centro.

 

2

Arte e Antichità aveva sede in un palazzo della centralissima via Venti Settembre, appena entrò Olga capì che non sarebbe stata una mattinata piacevole. La folla che girava disordinatamente le impediva di muoversi, e quando infine riuscì a infilarsi in un minuscolo ascensore, si trovò schiacciata tra un vaso cinese che superava il metro, una scultura primitiva in legno grande come una cattedrale, un incensiere sovraccarico di incisioni, che sembrava appena trafugato da una chiesa, e dal relativo orgogliosissimo proprietario. Si domandò dove diavolo fossero le persone che intendevano vendere gioielli o piccole collezioni di francobolli, mentre l’ascensore approdava finalmente al piano superiore dove c’era un grande atrio sul quale si aprivano molte stanze. Anche qui c’era tanta gente come nell’ingresso, ma suddivisa in piccoli gruppi. Olga seguì il proprietario dell’incensiere che cercava di farsi strada per raggiungere la porta contrassegnata dal cartello Oggetti d’arte. Lungo il tragitto superò i cartelli indicanti Quadri, Gioielli e da ultimo Monete. Si sentì quasi sfinita quando riuscì a trovarsi un posto a sedere in mezzo al gruppo che attendeva di vedere l’esperto di Oggetti d’arte.

Mentre stava chiedendosi se valeva la pena di sobbarcarsi tutta quella faticaccia, girò lo sguardo verso le poche persone in attesa dell’esperto di numismatica e scoprì che tra quelle c’era anche Anna. Fece un cenno di saluto con la mano ma l’altra era girata e non la vide. Olga si alzò sorridendo, fece qualche passo, e andò a sedersi sulla sedia vuota accanto alla sua amica:

«Anna!»

Questa Volta la donna si girò.

«Olga!»

Il volto si aprì in un largo sorriso.

«Che ci fai qui?»

«A dirti la verità, non lo so. C’è una tale confusione!» In barba al divieto, si accese una sigaretta, ne tirò una boccata, e sollevò la borsa in finta pelle marroncina.

«Avevo in mente di far vedere la teiera di una zia di Oscar.»

Aprì la borsa e la tirò fuori.

«Sembra che sia appartenuta ai Savoia.»

«Carina.»

«Spero lo dicano anche loro.»

Olga si schiarì la gola e guardò l’altra attentamente. Erano due settimane che non la vedeva; l’ultima volta era stato al centro per anziani La Gabbianella. Aveva il solito sorriso cordiale, i capelli grigi raccolti come sempre sulla nuca, in una crocchia nella quale appuntava una spilla, e troppa cipria sulle guance. A Olga, Anna Pessagno era molto simpatica. Era una donna assennata che non aveva permesso che la morte del marito, avvenuta cinque anni prima, facesse di lei una reclusa, com’era invece successo a molte altre. Ogni anno, per il suo compleanno, Olga riceveva da Anna una cartolina di auguri e due biglietti per il Teatro Carlo Felice. Naturalmente, per ringraziarla, contraccambiava con un invito a cena, e si divertivano sempre, anche se, a voler esser completamente sinceri, Olga avrebbe preferito un film giallo al cinema. Comunque, trovarla lì fu una sorpresa.

«E tu, che ci fai qui?»

«Oh io…»

Anna frugò nella borsetta, e dopo un attimo tirò fuori una busta di plastica con dentro una moneta. Olga si chinò a guardare da vicino, e scoprì che era d’oro e recava la data del 1864.

«Bella. E in buone condizioni. Una volta Oscar aveva qualche moneta, niente di valore, ma insisteva sempre sul fatto che dovevano essere in buone condizioni.»

Tirò un’ultima boccata e schiacciò la sigaretta in un contenitore poggiato su un tavolino, sperando di non aver usato come portacenere una porcellana di valore inestimabile appartenente a qualcuno dei presenti.

«Dove l’hai trovata?»

«È una lunga storia.»

Anna scosse la testa, continuando a guardare la moneta che aveva in mano, mentre Olga aspettava pazientemente la risposta.

«Te l’ha lasciata Ermanno?» domandò infine, visto che l’altra non si decideva.

«Sì. Me l’ha lasciata Ermanno.»

Sollevò lo sguardo.

«Diceva sempre che non ne sapeva niente. Che gliel’aveva lasciata in custodia Krüger.»

Olga frugò rapidamente nella memoria per rintracciare qualcuno con quel nome, ma non ci riuscì.

«Krüger?»

L’altra sembrò sorpresa.

«Sì, la persona per la quale Ermanno lavorava a Stoccarda, dove la sua famiglia era emigrata. Non te ne ho mai parlato? Ermanno lavorava con lui già da ragazzino, e ha continuato fino al Trentanove. Pochi mesi prima che le SS andassero a prelevarlo, Krüger diede questa moneta a Ermanno perché gliela tenesse, nel caso gli fosse successo qualcosa. Gli diede anche dei documenti, ma Ermanno non ricordò mai dove li avesse messi. Dopo la guerra non si ebbero più notizie di Krüger, ma Ermanno aveva lasciato il suo nuovo indirizzo a Stoccarda prima di tornare a vivere in Italia nel Quarantotto.»

«Ed Ermanno ha atteso pazientemente per tutta la vita che Krüger o i suoi eredi si rifacessero vivi?»

Anna ebbe un attimo di esitazione, poi guardò Olga negli occhi.

«Poco prima di morire, disse di volerla vendere. Mi disse che il signor Krüger era morto. Che aveva ricevuto una lettera da un suo nipote rimasto in Germania, nella quale diceva di essersi imbattuto in una persona con la quale Krüger aveva fatto amicizia ad Auschwitz. Era già vecchio quando era stato preso e non aveva resistito a lungo. In quel momento Ermanno era costretto a letto e non poteva uscire. Pensava che la moneta dovesse avere un certo valore, e che, vendendola, avrei potuto pagare almeno una parte dei debiti. Ma io non avevo il coraggio di andarla a vendere, dopo che lui l’aveva custodita per così tanto tempo.» Anna si strinse nelle spalle, tirò fuori un fazzolettino da una manica e si tamponò il naso. «Poi, prima che me ne rendessi conto morì…» Le parole si fecero sempre più lente. «Arrivò il denaro dell’assicurazione sulla vita che Ermanno aveva stipulato, e io non ebbi più bisogno di vendere la moneta.»

Seguì una pausa, interrotta da Olga.

«Fino a oggi.»

«Oh Olga, non so ancora esattamente cosa fare. Non ho idea di quanto valga. Non so neppure cosa sia. Credi che dovrei venderla o no?» Domandò con voce incerta.

Olga alzò le spalle.

«Non c’è nulla di male a chiedere un parere: quando saprai quanto vale, potrai decidere.»

«Sì, è quello che pensavo anch’io. Non c’è nessun bisogno che la venda, se non voglio farlo.» Gli occhi di Anna si rianimarono.

«Esatto.»

Olga si voltò a guardare il gruppo che aspettava di entrare dall’esperto d’arte. L’uomo con l’incensiere stava facendo il suo ingresso nell’ufficio proprio in quel momento.

«Mio Dio, sarà meglio che vada, altrimenti perdo il turno. Ma dopo aspettami, andiamo a prendere una tazza di tè assieme quando abbiamo finito.»

Batté una mano su quella di Anna, si alzò e tornò davanti alla porta d’angolo, ora era lei la prima della fila. Dopo tre minuti l’uomo dell’incensiere uscì. Mentre si scansava per lasciarlo passare, Olga lanciò un’occhiata in direzione della sua amica: stava parlando e mostrando la moneta a un altro cliente, un uomo molto elegante, dai capelli rossi. Era una peculiarità di Anna, quella di chiedere sempre più di un consiglio.

Spinse la porta ed entrò tenendo davanti a sé la teiera di peltro come si trattasse di un prezioso reperto di Tutankhamon.

Ne uscì tre minuti dopo, con la teiera in fondo alla borsa, il sorriso si era tramutato in cipiglio, e lei continuava a ripetersi: «Cento euro… Che faccia di bronzo!» Era così seccata da non guardare neppure dove andava, tanto che finì con lo scontrare la gamba contro degli alari supposti antichi che qualcuno andava a far stimare. D’improvviso si trovò seduta a riprendere fiato.

«Sarebbe solo un’imitazione.»

Si alzò lentamente e si avviò verso l’uscita. Ricordandosi di Anna, voltò lo sguardo verso la sezione contrassegnata dal cartello Monete e fu sorpresa di vedere l’amica ancora seduta sulla sedia di prima. Solo che adesso era rimasta sola. Si avvicina imbarazzata senza nessuna intenzione di sedersi.

«Anna, hai già finito? Questo posto è una gabbia di matti.»

Attese la risposta, ma l’altra non disse assolutamente niente. Olga si avvicinò un po’ di più e vide che teneva gli occhi chiusi.

«Che strano!» Si chinò: la sua amica teneva educatamente le mani intrecciate davanti a sé, così educatamente che Olga quasi non si accorse della piccola macchia che si stava allargando al di sotto di esse.

Istintivamente posò la borsa e si affrettò a sbottonare il cardigan all’uncinetto di Anna. Gli occhi rintracciarono immediatamente il sottile rivolo di sangue che, da sotto, saliva sino al cuore della donna.

Olga urlò, e, prima ancora di pensarci, capì che la moneta di Anna era sparita.

 

3

Il commissario Traxino era il poliziotto più elegante che Olga avesse mai visto. Forse era solo dovuto all’estrazione sociale, ma quella sua splendida giacca in tweed e quella camicia sciancrata con il colletto tenuto giù dai bottoncini e quell’aspetto palestrato e tronfio la facevano sentire a disagio. Lei era abituata alle camicie del suo amico commissario Schiappacasse piene di pieghe, tenute tese dal corpaccione con pancia annessa e alle sue cravatte a quadri che ricordavano una tovaglia e per giunta sempre cosparse di macchie, proprio come una tovaglia. Inoltre Traxino non fumava e lei, al solito, aveva finito le sue sigarette. Una delle cose più belle di Schiappacasse erano le Marlboro.

Riguardò l’investigatore tutto palestrato e aggrottò le ciglia «Temo di non poterle essere di alcun aiuto. Per quel che so io Anna non aveva parenti. Perlomeno, non qui a Genova.»

«E amici?»

«Solo quei pochi del centro per anziani La Gabbanella.» Diede una rapida occhiata alla saletta che prima era servita da ufficio per l’esperto d’arte. C’era ancora qualche spaventosa maschera in legno alle pareti e, in un angolo uno splendido insieme di arco e frecce intagliate che, in quel frangente, assumevano un significato alquanto lugubre, e che la fecero sentire a disagio.

Accanto a Traxino, un poliziotto che stazzava quanto un orso bruno, e che dell’orso bruno aveva anche altri tratti caratteristici: la gobba pronunciata, la notevole riserva di grasso e il particolare aspetto brizzolato del manto. L’orso che rispondeva al nome di Sommariva, con le mani che parevano due badili, scriveva su un notes prendendo nota di quanto la donna diceva. Olga si rivolse all’investigatore: «Commissario, le ripeto che sta sbagliando direzione. Anna è stata uccisa a causa della moneta, non da parenti o amici.»

«Può darsi. Però vorrei essere io a deciderlo.» Si tolse un capello che era finito sul risvolto della giacca. «Mi parli di questo centro per anziani.»

Quando Traxino arrivò a chiederle della moneta e della sua conversazione con Anna, Olga era stanca morta e furibonda. Tutte quelle domande sciocche e generiche, quando lei sapeva perfettamente che l’assassino e la moneta non potevano ancora essere molto lontani. I fumi dell’ira la rendevano carica come una pentola a pressione. Alla fine non riuscì più a trattenersi e la pentola a pressione rilasciò tutt’assieme il suo carico di vapore rabbioso. «Mi vuole spiegare perché non mi sta a sentire e non mi permette di aiutarla? Anna era una mia amica.»

Traxino le sorrise con condiscendenza. Guardò la teiera che fuoriusciva dalla borsa e disse lentamente: «Signora Massone, lei potrà anche essere un’esperta nella preparazione del tè, ma qui si tratta di un delitto. Penso sia un pochino al di fuori delle sue capacità.»

«Sì… Certo» Olga arrossì dalla collera. Fece un lungo respiro. «Forse, ha ragione. Mi ha chiesto della moneta…» e continuò dicendo il minimo possibile sul suo incontro con Anna. Non era mai stata insultata così in vita sua. Finì in brevissimo tempo.

«Non c’è altro?» domandò Traxino molto pacatamente.

«Nient’altro. La moneta era pressappoco grande così.» Fece un cerchio unendo il pollice all’indice.

«E l’uomo che ha visto parlare con lei aveva i capelli rossi. Potrebbe descrivermelo un po’ più dettagliatamente?»

«L’ho visto solo di sfuggita.»

«Ha visto qualcuno con un pugnale da far stimare?» Consultò le annotazioni. «Un pugnale molto sottile con la lama a diamante.»

Olga scosse la testa.

«Saprebbe almeno descrivermi la moneta, allora? La data, per esempio.» La voce ora si era fatta un po’ irritata.

«Non credo di aver visto la data. Però ho letto la parola Italia, e c’era anche l’effige di un uomo. Può servire?»

Il commissario stava osservando con attenzione il gommino posto all’estremità della matita. «Signora Massone, sa dove abitava la signora Pessagno? Sembra che non avesse il telefono fisso, o almeno, non è sull’elenco.»

Olga esitò: «Adesso non mi viene in mente. Ma forse al centro per anziani lo sanno.»

Traxino fece una smorfia.

«Che c’è, commissario?»

«Senta, signora Massone, io ho soltanto un altro uomo per seguire questa indagine. Il minimo che lei possa fare è evitarci di dover attraversare la città. Era sua amica, deve sapere dove abitava. Perché si comporta così?»

«Io non mi comporto in nessun modo, caro commissario. Le ho detto la verità, non mi ricordo l’indirizzo; alla mia età non si può mica ricordare tutto. Comunque, se vuole la mia opinione, dico che è una vergogna… Due soli uomini! Appena uccidono un giovane della Genova bene, subito si mettono all’opera decine di poliziotti. Muore una cittadina anziana di un quartiere popolare, e al massimo concedono un assistente. Non è giusto!»

«Giusto o no, lei cerchi di venirmi incontro.»

Olga avrebbe voluto dirgli che gli sarebbe andata volentieri incontro… Sì, con un trattore. Ma si trattenne.

Per un bel po’ Traxino non disse nulla. Poi si appoggiò allo schienale della poltrona. «La ringrazio signora Massone. Ci manterremo in contatto.» Si rivolse al collega: «Prendi l’indirizzo della signora, Sommariva, e fai entrare l’uomo che attende fuori.» Si riappoggiò alla scrivania e attese in silenzio che Olga uscisse. Lei non se lo fece ripetere. Si trovò nuovamente in via Venti Settembre, si diresse verso la fermata dei tassì.

«In Piazza della Nunziata. Faccia in fretta, per favore», disse all’autista riponendo con cura nella borsetta la rubrica degli indirizzi.