Undici passi

Undici Passi di Giada Trebeschi

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Un romanzo breve, un noir storico che è un pugno nello stomaco e che vi farà scendere anima e corpo in trincea. Oserete?

Ottobre 1917
Emanuele Giuffrida, giovane pittore siciliano, viene mandato a combattere in Friuli, dove è costretto a vivere e combattere, al freddo, sotto la pioggia, lontano dalla sua terra assolata, in un luogo in cui abbondano solo fango, paura e morte.
È già un miracolo che riesca a sopravvivere per più di tre mesi ma ancor più prodigioso è il fatto che Luigi, suo vecchio compagno di scuola imboscato in ufficio al comando di Palmanova, riesca a tirarlo fuori dalla trincea. Emanuele ha mani magiche, sarebbe uno spreco perderle in prima linea; così Luigi riesce a far impiegare il pittore nella realizzazione delle nuove importantissime mappe del fronte.
Emanuele è riconoscente al suo salvatore e farebbe qualsiasi cosa per lui, qualsiasi cosa pur di non tornare in trincea condannandosi a un inferno ben peggiore di quello che mai avrebbe potuto immaginare.
Un racconto duro e violento sulla discesa agli inferi di uomini e donne che, trasfigurati dagli orrori della guerra, combattono il nemico e i propri demoni; una storia nera, buia in cui Giada Trebeschi dimostra come la brutalità provi a soffocare il bello che pur si annida nel cuore degli uomini e l’arte sia l’unica luce possibile in grado di squarciare l’oscurità.
Sullo sfondo gli orrori della Grande Guerra e la disfatta di Caporetto.

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Undici passi:

I

Ho ventiquattro anni e sono un morto che cammina.

Un morto.

Che cammina.

Undici passi alla volta.

Undici passi per andare fino alla fine di questo inferno di roccia, fango e gelo. Undici passi per tornare indietro al punto di partenza.

E poi ricominciare, per altri undici passi.

Ho ventiquattro anni compiuti ieri.

Mi hanno regalato del cioccolato e un po’ di grappa. In fondo qui sono gli unici beni che contino davvero. Del cioccolato, per sciogliere sulla lingua il dolce ricordo di casa, e della grappa, per far finta di riscaldarsi almeno per qualche istante e illudersi di vivere un attimo di normalità.

Mi sarebbe piaciuto ricevere anche delle nuove matite colorate. Chissà che non me le mandino.

Sono un artista io, un pittore.

Ho usato tutto quello che ho trovato per disegnare.

Ho riempito il mio taccuino, ho riempito le lettere che ho spedito a casa e anche le lettere che ho scritto per i miei commilitoni analfabeti. Dicono che le loro madri, le loro fidanzate si faranno leggere le lettere dal prete. Io le ho scritte per loro e vi ho aggiunto uno schizzo, spesso proprio il ritratto del fratello d’armi che mi dettava la lettera. Se morirà alla prossima carica, potranno almeno ricordarne il volto.

Con il nero dei tizzoni ho disegnato sui muri di contenimento, ho inciso la roccia carsica con coltelli, temperini e chiodi, ho fatto le caricature dei miei compagni sulla iuta dei sacchi di sabbia che usiamo per rinforzare questa sorta di casa, ho persino fatto schizzi erotici sulla carta dei pacchi che ci arrivano quando la posta militare riesce a consegnarli.

Schizzi erotici.

Io, che ho ventiquattro anni e sono stato con una donna una volta sola.

Non ho certo disegnato quello che ho fatto con lei, ma quello che ancora vorrei fare, quello che ho immaginato ascoltando i racconti dei soldati, quello che ho visto nei dipinti dei grandi pittori del passato. Sono andati a ruba i miei disegni, persino il cappellano militare non ne ha contrastato la ripartizione, non li ha sostituiti con i santini della vergine, e la cosa mi rende felice. Potrei morire domani, fra due ore o tre minuti eppure qualcosa di me resterebbe.

Io sono un artista.

Non sono solo questo corpo che combatte, mangia, prega e che cadrà nel fango, abbandonato nella terra di nessuno, ucciso da fuoco nemico e destinato a essere mangiato dagli uccelli e dai ratti.

Del resto, è solo un corpo.

Uno dei tanti.

E spero proprio non verranno a recuperarmi rischiando la vita per un corpo morto.

Sono un artista, io.

E allora osservo, disegno e fisso la vita che qui fugge veloce.

I miei superiori hanno persino mandato qualcuna delle mie vignette satiriche al giornale della trincea.

Chissà se vivrò abbastanza da vederle pubblicate.

Sono di guardia stasera.

Undici passi avanti e indietro in questi dieci metri di fosso da controllare. Undici passi fra le due curve che dividono questo settore dai due adiacenti. Solo dieci metri così che, se anche questo pezzo di prima linea dovesse essere conquistato, gli austro-ungarici non potrebbero espugnare con facilità il resto della trincea.

Sono di guardia stasera e camminerò questi undici passi per chilometri interi. Lo farò perché questi sono gli ordini, camminerò per tenermi sveglio, per controllare il nemico, per muovere le gambe e la mente in questo orrore paralizzante.

Camminerò molte volte undici passi stanotte ma domani disegnerò per il sergente la bella portatrice carnica di cui si è invaghito. Lui nega ma io li vedo come si guardano quando lei porta i rifornimenti.

Gli dirò di osare. Mi ha confidato che non ha nessuno ad attenderlo ad Acerenza, non è fidanzato né sposato e allora perché dovrebbe aspettare? Non gli resta molto da vivere. Forse solo fino al prossimo assalto, forse meno.

Cammino.

E disegno.

Per non impazzire.

Ieri hanno portato via Giovanni. Lo hanno rispedito a casa sua a Perugia; credo lo abbiano riformato per squilibrio mentale. Quando l’ho conosciuto tre mesi fa non mi sembrava per nulla matto. Ma qui tutto può succedere. Questo è l’inferno dove tutto si perde: l’umanità, la ragione, la vita.

Non mi stupirei però se lo vedessimo riapparire. Non sarebbe il primo e non sarà certo l’ultimo che rispediscono a combattere. Antonio per esempio, il caporal maggiore di Sciacca è stato rimandato al fronte dopo un periodo in manicomio. C’è chi dice gli abbiano fatto l’elettroshock per tranquillizzarlo e rimandarlo al più presto in trincea. E adesso se ne sta qui con noi con quel suo sguardo spiritato, con quella sua paura irrazionale dei ragni, con quella sua insonnia innaturale.

A dire il vero, non è che noi si dorma molto ma Antonio sembra non dormire mai. Dice di non voler essere mangiato dai ragni durante il sonno e dunque sta sveglio. Suona quel suo stramaledetto scacciapensieri e sta sveglio.

E suona anche la notte, anche in terza linea quando i più provano a riposare qualche ora. Qualcuno non ci fa caso ma la maggior parte vorrebbe prendere lui e il suo strumento da pastore e mandarlo dagli austriaci. Vorrebbero torturasse il nemico con le sue ossessioni.

Perché Antonio parla, anzi straparla in quel suo dialetto che per fortuna capiamo in pochi, ma quando parla dice il vero. Le sue ossessioni, le sue paure, i suoi tormenti sono anche i nostri. Solo che noi non abbiamo il coraggio di dirlo né di gridare ai nostri superiori quello che pensiamo. Rischieremmo la fucilazione. Ma lui no, lui è folle e dentro la sua follia c’è nascosta la verità.

Il cappellano ha fatto presente al medico militare che Antonio non sta bene. Che è un pericolo per sé e per gli altri ma il medico dice che finge, che non è malato. Sostiene che Antonio simuli la pazzia perché vuole tornarsene a casa sua e lasciar qui solo noi a morire per la patria.

Forse dovrei provarci anch’io a fingermi pazzo.

E invece salgo sul gradino rinforzato e scruto al di là del parapetto.

Per una volta la notte tace.

In lontananza sento lo scacciapensieri di Antonio. Mi auguro sia l’unica musica che ascolteremo in queste poche ore che ci separano dall’alba. Non voglio sentire ancora le mitragliatrici. Non stanotte, non adesso.

Undici passi. Ancora. E ancora. Fino al mattino. Anche dall’altra parte, nella trincea nemica c’è qualcuno che, come me, conta i passi. E come me conterà per distrarsi, per dare un senso a questo camminar da vivi nella propria fossa, per non addormentarsi rischiando la propria vita e quella degli altri. Conterà i passi come faccio io, sperando di non notare nulla, di non vedere muoversi, di non dover uccidere di nuovo.

Questa è la fine dell’anteprima gratuita. 

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