Sette al crepuscolo

Sette al crepuscolo - Angelo Basile

Sette al crepuscolo di Angelo Basile –

Sette racconti da leggere di notte, sette racconti scritti di notte che vi faranno ridere e piangere e che poi vi porteranno in scene horror e grottesche facendovi entrare in un incubo.

Sette è il numero che indica fin dall’antichità la completezza. Nelle tre religioni monoteiste riveste un ruolo profondamente simbolico: sette sono le virtù ma anche i vizi capitali.
Sette sono i colli su cui è fondata Roma, i giorni della settimana e i nani di Biancaneve. Sette sono le meraviglie del mondo e altrettanti sono i racconti contenuti in questa raccolta.
Fra questi racconti, come per le famose caramelle di Harry Potter, ce n’è di tutti i gusti più uno.
Si passa dallo spaccato ironico e dissacrante sul mondo della sala operatoria che l’autore ben conosce, all’avverarsi di un sogno che si trasforma in un incubo grottesco, per passare al delitto perfetto o al continuo gioco di specchi di personaggi e stili narrativi. Vi è l’incursione nell’horror post-apocalittico ma anche racconti intensi e toccanti che faranno versare qualche lacrima. Se lo faranno non vergognatevene, è un bene. Significa che siete ancora vivi.
E quando avrete finito questi primi magnifici sette non temete, la Oakmond Publishing ne pubblicherà altrettanti in una raccolta intitolata Sette prima dell’alba.
Perché ingabbiarli tutti fra il crepuscolo e l’alba? Perché l’autore scrive prevalentemente di notte, alla luce di una piccola lampada da tavolo dove tutto il resto intorno è buio.

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Sette al crepuscolo:

La ressi tonda[1]

Faccio l’infermiere strumentista in sala operatoria da oltre venticinque anni.
Posso dire di avere visto cose che normalmente gli umani non riescono nemmeno a immaginare, tanto per parafrasare un famoso film.
Ho lavorato molto come libero professionista, il che mi ha consentito di frequentare diverse realtà e molteplici equipe, regalandomi un’esperienza invidiabile.
Spesso è dura, gli orari sono impossibili, però è un’attività sempre stimolante.
Alcuni colleghi che lavorano per anni o tutta la vita nella stessa struttura, commettono l’errore di pensare che nella loro sala operatoria si concentrino i personaggi più bizzarri.
In realtà non è così.
Il mondo è pieno di gente estrosa, e le sale operatorie hanno la capacità di attrarla, a qualsiasi latitudine.
Sarà perché in questi luoghi si realizza una sorta di vita parallela, si lavora gomito a gomito in condizioni di stress continuo e questo slatentizza in taluni una personalità altrimenti repressa.
Ogni campo dello scibile umano ha un suo rappresentante universale.
Se penso alle arti, mi viene in mente Michelangelo, o Van Gogh, oppure Shakespeare.
In alcuni casi, la chirurgia può essere considerata un’arte.
La chirurgia del segmento anteriore dell’occhio trova la sua naturale epifania in Edoardo.
Lo conosco e collaboro con lui in sala operatoria da una quindicina di anni.
L’uomo all’apparenza rispetta i canoni della normalità, ma quando si siede al microscopio operatorio, il chirurgo esprime la sua peculiare unicità.
Le mani si muovono leggere come farfalle, i gesti sono precisi e studiati, non mi è difficile immaginare, vedendolo operare, il Buonarroti che accarezza lo scalpello per donare maggiore rotondità a un particolare della Pietà.
Non nascondo di studiarlo in segreto da diversi anni, e credo di avere individuato nella sua capacità di concentrazione la sua forza ispiratrice.
Riesce a creare, mentre opera, un’aura coinvolgente. Stargli accanto durante l’atto chirurgico vuol dire essere inesorabilmente attratti in una dimensione parallela, la sua concentrazione è come un buco nero che attragga la materia intorno.
Non parla.
Il suo corpo rimane del tutto immobile mentre imprime alle mani la forza necessaria a spostare gli strumenti di pochi micron nell’occhio del paziente.
La schiena dritta, i gomiti aderenti al busto, i piedi scalzi posati uno sul pedale del microscopio e l’altro su quello del facoemulsificatore, la macchina che serve a operare la cataratta.
Sono sicuro che se anche il mondo dovesse improvvisamente finire e sgretolarsi intorno a lui, rimarrebbe impassibile fino al completamento dell’intervento.
Il suo viso è nascosto dagli oculari del microscopio oftalmico, dal quale non distoglie mai lo sguardo, se non per brevi attimi.
Solo io, che gli sto accanto durante l’operazione, a differenza del resto dell’equipe, mi accorgo di questi guizzi.
Ognuno di essi, rivolti al sottoscritto, assume un significato diverso.
Va detto che, facendo questo lavoro da tanti anni, ho acquistato una dimestichezza e una padronanza dei tempi operatori tale per cui i chirurghi non hanno necessità di chiedermi un particolare strumento, o di variare un parametro sulla macchina complessa che gestisco durante questo genere di interventi.
Ad alcuni, però fa piacere ogni tanto formulare un pensiero o condividere qualche parola mentre lavorano. Aiuta a sdrammatizzare la tensione del momento.
Edoardo no. Lui muove solo gli occhi.
Ricordo una gita di qualche anno fa all’acquario di Genova con la mia famiglia.  Mi sedetti davanti all’enorme vasca degli squali. Intanto mi chiedevo come mai, seppure quei giganti fossero nutriti regolarmente, non si mangiassero gli altri pesci che nuotavano nella stessa vasca.
La risposta me la fornì una grossa cernia che portava sulla schiena l’inequivocabile segno di un morso. Pensai allora a quale genere di vita stressante conducessero questi animali e quanto dovessero essere nervosi. L’istinto di uno squalo, se pure tenuto in cattività, deve naturalmente prevalere. Uno di questi, un enorme esemplare di squalo toro, si avvicinò al vetro che ci separava, muovendo indolente la pinna caudale. Sono sicuro, nonostante fossi seduto con altre decine di persone, che fin dal principio fissasse proprio me. I suoi occhi, scuri e inespressivi, erano inquietanti.
A volte Edoardo mi fissa in quel modo.
Capita ad esempio quando sul mio tavolino gli preparo delle siringhe riempite con della sostanza viscoelastica, una sorta di gel liquido, che viene iniettata nell’occhio del paziente per mantenere gli spazi durante l’intervento chirurgico, evitando che collassi.
Edoardo manifesta un’avversione particolare per l’aria, dimenticando che gli esseri umani sono circonfusi da tale elemento e di conseguenza anche i propri manufatti.
Anche se sospetto che possieda un apparato respiratorio non del tutto sovrapponibile a quello umano, atto a consentirgli di operare in apnea.
Conscio comunque della sua idiosincrasia, mi sforzo di non intrappolarne neanche un atomo all’interno delle siringhe.
Nonostante le mie premure capita, a volte, che una piccolissima bollicina vi rimanga, così insignificante da risultare invisibile all’occhio umano.
Il problema è che, magnificata dall’ingrandimento del microscopio ottico, essa si manifesta, perfetta nella sua infinitesima sfericità.
Nel silenzio irreale che ci avvolge in questi momenti, la sento espellersi dal minuscolo ago ed espandersi, fino a formare un’unica perla trasparente che si annuncia, alle mie sole orecchie, con una sonora deflagrazione.
Allora volta il viso verso di me, insistendo lo sguardo quella frazione di secondo.  I suoi occhi sono ghiacciai desolati, all’apparenza inespressivi.
Mi domando se il pesce segnato dallo squalo che pure continuava a nuotare nella stessa vasca, avesse incontrato occhi simili prima di essere attaccato.
Naturalmente in questo lavoro gli incidenti, o infortuni, possono capitare facilmente, dovuti alla particolare affilatezza dei bisturi o di altri strumenti taglienti che ci si passa in continuazione.
I chirurghi con cui lavoro tentano quotidianamente di pugnalarmi con ferri diversi, ma io ho imparato a schivarli fin dai primi giorni di professione. Questione di sopravvivenza. Sono convinto che molti di loro non lo facciano nemmeno apposta. Il fatto deve essere che, in quanto chirurghi, sono abituati a osservare gente sanguinante e faticano a distinguere tra pazienti e infermieri.
È capitato un incidente del genere anche con Edoardo.
Durante un intervento, un gesto calibrato male, una piccola incomprensione, ha determinato il fatto che il bisturi che ci stessimo passando si sia conficcato nella prima falange del suo dito indice.
Tuttora non riesco a sentirmi in torto. Non c’è stata intenzionalità da parte mia. Poteva accadere a me.
Il corpo è rimasto immobile, non un fremito l’ha attraversato.
Non ha emesso un solo gemito.
Solo le pupille si sono mosse come le palline di un flipper impazzito, per poi posarsi alternativamente su di me e sollevarsi al cielo.
In quei pochi secondi il mortale si è rivolto alla divinità, affidandogli il mio cammino terreno. Quanti santi deve avere invocato mentalmente perché scendessero dai propri troni celesti e stendessero la mano sul mio capo!
A fine intervento gli ho chiesto se si fosse fatto male e mi ha risposto di no, che la lama era arrivata solo fino all’osso recidendo le carni.
È indubbio che possieda, tra le molteplici qualità, anche quella di sollevarti da inutili sensi di colpa.
Chi fa di queste situazioni materia didattica è il professor Franz, illustre primario di chirurgia plastica. L’ho incrociato diverse volte in una clinica famosa di Milano.
Si tratta di un personaggio davvero unico, che già ha ispirato un personaggio di un mio racconto.
Il professore, oltre a essere un ottimo chirurgo, è anche un affermato artista figurativo, pittore e scultore.
Una personalità eclettica e istrionica.
Se immaginiamo la sala operatoria come il palcoscenico di un teatro e tutti quelli che la abitano come attori, a lui spetta sicuramente il ruolo del mattatore, protagonista assoluto della scena.
Ha la capacità di catalizzare su di sé l’attenzione.
È anche maniaco della puntualità.
Se l’intervento è fissato alle otto, allo scoccare dell’ora lui entra in sala, sgocciolando acqua dalle mani che ha appena lavato, annunciandosi solitamente con un roboante «sono qui!»
Pretende di iniziare immediatamente a operare, incurante di qualsiasi ostacolo possa frapporsi tra sé e l’incisione della cute del paziente.
Durante i suoi interventi, a causa della complessità e della lunghezza degli stessi, è aiutato da diversi assistenti chirurghi.
Spesso è accompagnato da specializzandi che lo attorniano al tavolo operatorio per osservarlo, e lui tiene in queste occasioni vere e proprie lezioni, ammirato dai giovani rapiti dalle sue parole unite ai gesti.
Qualche volta concede a uno di questi di lavarsi per assisterlo al tavolo operatorio.
Essendo giustamente meticoloso, vuole avere a disposizione per i diversi casi dei ferri chirurgici ben precisi. Sono tantissimi, anche un centinaio a seconda del tipo d’intervento, e molti li individua per aver coniato un nome che li identifichi.
C’è una raspa, ad esempio, tra quelle che usa quando fa una rinosettoplastica, che chiama “la bionda”, divaricatori e forbici a decine, e ne utilizza ognuna per uno scopo diverso.
L’abilità dello strumentista sta nel non dovergli far domandare il ferro che desidera usare, ma anticiparlo passandoglielo appena lui apre la mano, in attesa.
Questo risultato si ottiene con anni di pratica.
È anche molto impaziente, e lo manifesta somatizzando a diversi livelli.
Se il ferro che si aspetta non arriva entro una frazione di secondo, muove le dita in maniera curiosa, come stesse facendo ciao, ma senza distogliere lo sguardo dalla sede anatomica in cui sta lavorando.
Se l’attesa si prolunga per più di un secondo, volge lo sguardo allo strumentista.
Se questo non è celere, ora, a passargli il ferro giusto, sbuffa vistosamente.
Lo step successivo lo vede impegnato a sbattere freneticamente un piede sul pavimento, come un coniglio che voglia avvisare il branco di un imminente pericolo.
Si passa poi alla chiamata a voce alta del ferro, un’offesa per un bravo strumentista, al successivo improperio, fino all’insulto finale che consiste nel precipitarsi sul tavolo gestito dall’infermiere strumentista, travolgendo gli assistenti, per ghermire il ferro voluto e tornarsene imbronciato al posto di primo operatore.
Data la complessità della gestione di un intervento che può durare diverse ore e richiede l’utilizzo di centinaia di strumenti e presidi diversi fra loro, lo specializzando che è baciato dalla sorte e ha l’onore di potersi lavare con gli altri chirurghi per assistere il professore, solitamente sceglie di occuparsi della cosa che a prima vista può apparire più semplice, ossia un unico attrezzo presente sul tavolo operatorio, l’elettrobisturi a radiofrequenza.
Questo apparecchio serve a tagliare e coagulare, ed è composto da un semplice manipolo di plastica collegato con un cavo elettrico a una macchina, dotato di un tasto giallo, che indica la modalità di taglio, e di uno blu, che attiva il coagulo.
La funzione dello specializzando, che si pone tra me e il primo assistente, fronteggiando il professore e il secondo assistente sull’altro lato del tavolo operatorio, è quella di appoggiare la punta metallica, o elettrodo del manipolo sulla pinza impugnata dal chirurgo quando questo prende un vaso sanguinante tra le branche.
Premendo il tasto blu libererà l’energia selezionata dalla macchina che si trasferirà alla pinza, coagulando il vaso.
Oppure deve passare il manipolo nella mano del professore, quando lo chiede.
Quest’ultima operazione nasconde però delle insidie, ignote o sottovalutate dal giovane specializzando fresco di laurea.
Va notato per primo che il professore usa una punta molto particolare sul manipolo, detta Colorado.  Si tratta di un ago molto sottile.
In più dopo alcune ore d’intervento l’attenzione tende a calare, mentre l’ansia dovuta alla prestazione chirurgica sale.
Unendo tra di esse queste criticità variabili, l’incidente accadrà. È solo questione di tempo.
Lo so io, lo sanno gli assistenti, gli anestesisti e gli altri infermieri presenti in sala.
Non possono immaginarlo lo specializzando al suo primo intervento chirurgico al tavolo e l’altra mezza dozzina che circondano il professore, pendenti dalle sue labbra.
Bisogna aggiungere che agli occhi del medico in erba, che ha di fronte a sé l’arduo cammino della specialità, il professore assume le sembianze di una figura mitologica, una divinità che poco spartisce con l’essere umano, un’entità superiore che giustamente detiene ed esercita il diritto di vita o di morte sul giovane cerusico.
Seguendo un copione che sembra prestabilito, dopo qualche ora intento a operare, il professore allunga con fare impaziente il braccio sul lettino operatorio, aprendo la mano e pretendendo l’elettrobisturi.
Il giovane chirurgo, acerbo e diviso tra adorazione e timore sacro, nel tentativo di limitare al minimo l’attesa del luminare, lo passa dalla parte della punta, conficcandolo nella mano guaritrice stesa al suo indirizzo.
Come già detto, tutta l’equipe sa che per un paio di minuti potrà rilassarsi.
Alcuni fanno esercizi di stretching sul posto, passando il peso del corpo da un piede all’altro, per riattivare la circolazione, altri allungano i muscoli cervicali. Io mi dedico a riordinare sommariamente i ferri chirurgici e intanto preparo la medicazione per l’illustre ferito e un paio di guanti puliti.
Il professore manifesta il proprio disappunto cacciando un urlo gutturale e portandosi la mano offesa al petto, vicina al cuore, come avesse subito la stoccata mortale dal fioretto di un duellante.
Riavutosi dall’iniziale incredulità, comincia a saltellare a piedi uniti per tutta la sala, dando sfoggio di un invidiabile portafoglio d’imprecazioni, devo riconoscergli però sempre nuove. La sua fonte pare inesauribile.
Conquistata una zona della sala libera da apparecchiature, inizia un monologo, dapprima volgendo gli occhi al soffitto, poi scrutando uno per uno i giovani universitari, come a volerli interrogare, mentre lo osservano con le bocche spalancate sotto le mascherine e le pupille dilatate.
Il tenore del soliloquio, magistralmente sottolineato da una mimica che lo impreziosisce senza mai scadere nell’eccesso, in un drammatico crescendo Rossiniano, è all’incirca questo.


[1] Per scrivere i racconti di quest’antologia, ho seguito una delle regole fondamentali per eseguire una buona ressi, che se avrete la bontà di proseguire a leggere scoprirete cos’è. L’incisione va terminata nello stesso punto in cui è iniziata, il cerchio va chiuso.Quando scrivo una storia, non sempre ho chiaro fin dal principio cosa accadrà ai miei personaggi. Seguo un canovaccio, ma durante lo svolgersi delle azioni gli eventi tendono a prendere risvolti inaspettati.
Allora la indirizzo, cerco di mantenerla entro i suoi limiti, come fa un buon chirurgo con una ressi che tenta la fuga.
Alla fine, rileggendola, scopro di essere riuscito a chiudere il cerchio.
Ne traggo sempre soddisfazione.
Mi auguro la provi anche chi mi legga.

Questa è la fine dell’anteprima gratuita. 

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