Più del bronzo

Più del bronzo. Voci della poesia inglese della Grande Guerra di Roberta Mullini –

La poesia della prima guerra mondiale racconta tutto l’orrore della guerra di trincea forse persino di più di quanto non facciano le foto.

  • Titolo: Più del bronzo. Voci della poesia inglese della Grande Guerra
  • Autore: Roberta Mullini
  • Lingua: Italiano
  • Formati: kindle, copertina flessibile (124 pagine)
  • Editore: Oakmond Publishing (2018)
  • Generi: Saggisitica

Orazio esalta la sua poesia che, scrive, durerà nel tempo «più del bronzo», e Shakespeare afferma che la sua «possente rima» sopravvivrà ai monumenti di marmo.

Anche la poesia inglese della Grande Guerra, ora a pieno titolo nel canone letterario del Novecento, si erge – per il suo coraggio, la sua compassione, la sua verità e gli esiti a volte innovativi – quale monumento di parole ed emozioni che sono più durature del bronzo.

Il volume offre la lettura di molteplici testi della poesia maschile e femminile nata dalla guerra e scritta nelle trincee, negli ospedali da campo e in patria. Sono componimenti che trasmettono il dolore e la brutalità del conflitto e, insieme, la condanna della violenza. Sono poesie vere.

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Più del bronzo:

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Premessa

Scrivere sulla poesia inglese della Prima Guerra Mondiale dopo oltre quaranta anni e proprio nell’anno in cui si chiudono le commemorazioni del centenario della Grande Guerra, è per me un tuffo sì nel passato,[1] ma anche una presa di coscienza di quanto la critica letteraria e la ricerca storiografica hanno indagato e prodotto in tutto questo tempo. Se all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso la poesia di guerra inglese non era tanto studiata, in Italia in particolare, perché considerata estranea alla grande produzione modernista, nei decenni successivi e soprattutto all’avvicinarsi delle date del centenario dell’evento storico, è stata prodotta una vasta messe di studi e ricerche sia su autori individuali (con la ristampa delle opere complete di molti di loro), sia sul fenomeno in sé (ne sono testimonianza almeno tre raccolte di autorevoli saggi che mirano a consolidare la fama dei vari poeti e, in particolare, a sottolineare l’allargarsi del significato di poesia di guerra, secondo linee d’indagine culturale, di genere e femminista).[2] In questa sede non sarà certo possibile dar conto delle svariate sfumature che tali ricerche hanno messo in evidenza, né sarà possibile presentare – seppur sommariamente – i molteplici autori che sono entrati nel canone della poesia di guerra.[3] Le omissioni, quindi, saranno molto più numerose delle presenze. In ogni caso le mie posizioni di allora, relativamente ai tre poeti studiati in particolare (Wilfred Owen, Edward Thomas e Isaac Rosenberg) non sono radicalmente mutate pur alla luce degli studi più recenti, anzi posso affermare che alcune di esse trovano conferma proprio nella critica di oggi. Ad esempio relativamente alla centralità di Thomas e Rosenberg come poeti di guerra, che fu ottenuta successivamente a quella di altri autori, e alla dimensione letteraria, oltre che culturale e umana in senso lato, della poesia delle donne, spesso misconosciuta.

Oltre ad aver focalizzato l’attenzione sugli aspetti più prettamente letterari della produzione derivata dal conflitto, la critica più recente ha avuto il merito di ricordarci che la poesia di guerra, che ormai costituisce un canone a sé all’interno della letteratura inglese per lo meno con le voci dei sedici poeti i cui nomi compaiono nella lapide posta nel Poets’ Corner a Westminster Abbey a Londra, fu contornata anche da altre espressioni culturali di rilievo.[4] Al di là dell’idealismo trionfalistico e pro-bellico dei primi scritti del 1914, durante il conflitto si stamparono antologie e di versi e di testi di canzoni che già mostrano il disincanto, la disillusione e il rifiuto della guerra da un lato, ma anche l’autoironia e il sarcasmo delle stesse truppe. Si veda, ad es., la raccolta Tommy’s Tunes (1917) che mette insieme canzoni popolari riscritte in parodia in base agli eventi del fronte.[5] Una di queste canzoni, «Oh, It’s a Lovely War!», divenne famosa in particolare quando, reintitolata «Oh, What a Lovely War!», nel 1963 Joan Littlewood la scelse come titolo del suo spettacolo musicale pacifista, basato su molti canti popolari della Grande Guerra.[6] A questo proposito, l’antologia curata da Tim Kendall è particolarmente illuminante per il lettore contemporaneo poiché contiene, assieme ad alcuni testi scritti da donne, anche una ricca sezione dedicata a Music-hall and Trench Songs [canzoni da spettacoli musicali e di trincea].[7] E che i soldati cantassero nelle marce e nelle trincee è testimoniato anche da poesie ‘canoniche’, come «All the Hills and Vales Along» di Charles Sorley che, pur nell’amarezza dell’ultimo verso «So be merry, so be dead»[Allora siate felici, allora morite], esprime la paradossale situazione di soldati che cantano anche nella certezza della morte imminente:

All the hills and vales along
Earth is bursting into song,
And the singers are the chaps
Who are going to die perhaps.
(vv. 1-4)[8]

In quanto segue si cercherà di leggere la produzione poetica della Grande Guerra, limitando tuttavia la ricerca da un lato a quanto fu scritto dai soldier-poets durante il conflitto stesso, quindi da coloro che vissero direttamente l’esperienza del fronte, e, dall’altro, a quanto fu composto più o meno lontano dalle trincee continentali in particolare dalle donne sul fronte di casa e da quelle che operarono negli ospedali militari dietro le linee.[9] Si tratterà necessariamente di una scelta antologica limitata e guidata da una impostazione in prevalenza tematica, non avendo questa ricerca alcuna ambizione di esaustività.


[1] Mi riferisco al mio Killed in Action. Saggi sulla poesia di Wilfred Owen, Edward Thomas e Isaac Rosenberg, Bologna: Ponte Nuovo, 1977 (il volume raccoglieva, tra l’altro, anche articoli comparsi nel 1973) e a «‘Nobody asked what the women thought’: la poesia femminile inglese della I Guerra Mondiale», in L’opera del silenzio, a cura di D. De Agostini e P. Montano, Fasano: Schena, 1999, pp. 177-98.

[2] Si vedano The Oxford Handbook of British and Irish War Poetry, ed. Tim Kendall, Oxford: Oxford University Press, 2007; The Edinburgh Companion to Twentieth-Century British and American War Literature, ed. Adam Piette and Mark Rawlinson, Edinburgh: Edinburgh University Press, 2012; The Cambridge Companion to the Poetry of the First World War, by Santanu Das, Cambridge: Cambridge University Press, 2013.

[3] La conquista di una collocazione nel canone non fu immediata o semplice. Infatti, quando nel 1936 curò The Oxford Book of Modern Verse, 1892-1935 (Oxford: Oxford University Press), il grande e influente poeta irlandese William Butler Yeats decise di non inserire alcun poeta di guerra nella raccolta, adducendo come motivazione che «passive suffering is not a theme for poetry» («Introduction», p. xxxiv; la sofferenza passiva non è un tema poetico). Alla fine dell’anno, in una lettera a Dorothy Wellesley datata 21 dicembre 1936, spiega con tono decisamente irritato di fronte all’accusa dei critici circa questa omissione e attaccando specificamente Wilfred Owen, che egli lo «consider[s] unworthy of the poets’ corner of a country newspaper», perché i suoi versi sono «all blood, dirt  & sucked sugar stick» [tutti sangue, sporcizia e zucchero candito]. A ulteriore ludibrio di Owen addita un’altra antologia pubblicata nello stesso anno, The Faber Book of Modern Verse, e curata da Michael Roberts, dove secondo lui, i lettori possono trovare  conferma del suo giudizio, visto che Owen (ed altri poeti di guerra) sono lì presenti (Letters on Poetry from W.B. Yeats to Dorothy Wellesley, ed. Dorothy Wellesley, Oxford: Oxford University Press, 1940, p. 124).

[4] I nomi nella lapide, scoperta l’11 novembre 1985, sono: Richard Aldington, Laurence Binyon, Edmund Blunden, Rupert Brooke, Wilfrid Gibson, Robert Graves, Julian Grenfell, Ivor Gurney, David Jones, Robert Nichols, Wilfred Owen, Herbert Read, Isaac Rosenberg, Siegfried Sassoon, Charles Sorley ed Edward Thomas.

[5] Tommy’s Tunes, ed. F.T. Nettleingham, London: Erskine Macdonald, 1917. «Tommy» è il nome generico per indicare il soldato semplice inglese.

[6] Nel 1969 un film fu tratto dal musical, con lo stesso titolo, con un cast eccezionale comprendente Maggie Smith, John Gielgud, Laurence Olivier, Michael Redgrave, Vanessa Redgrave, regia di Richard Attenborough. Nel musical il contrappunto tragico alle canzoni popolari e al clima festoso dei protagonisti in scena era dato da uno schermo che riportava e aggiornava costantemente il crescente e spaventoso numero dei morti nel passare dei giorni (e degli anni) di questa «bella guerra». All’avvicinarsi del primo centenario della guerra, lo spettacolo fu ripresentato nella stagione 2013-14 (si veda l’interessante recensione di Michael Billington su The Guardian del 17 febbraio 2014:

https://www.theguardian.com/stage/2014/feb/17/oh-what-a-lovely-war-stratford-east (accesso del 25/08/2018). A dimostrazione dello spirito dissacrante e fortemente critico di questo musical basti pensare che una delle canzoni dello spettacolo era «When this Lousy War is Over» [quando finirà questa guerra pidocchiosa], sulla musica del famoso inno religioso «What a Friend we Have in Jesus» [Quale amico abbiamo in Gesù]. Tutte le traduzioni sono mie se non diversamente indicato; in nota si collocano quelle di brani lunghi, mentre nel testo si pongono in genere quelle di espressioni brevi e di singoli versi; tali traduzioni hanno il solo scopo di permettere una prima comprensione dei testi.

[7] Poetry of the First World War. An Anthology, ed. Tim Kendall, Oxford: Oxford University Press, 2013, 221-32, d’ora in poi Poetry… A questa antologia rinvio non solo per molti testi poetici (segnalati in seguito), ma anche per le essenziali informazioni su autori, edizioni e date di composizione di singole poesie.

[8] Ibid., p. 187. «Per valli e colline» [Per valli e colline /la terra scoppia di canzoni, /e i cantanti sono i ragazzi /che forse stanno per morire.]

[9] Questo lavoro non prenderà in considerazione la poesia di Thomas Hardy e di Rudyard Kipling, autori che scrissero sì ‘sulla guerra’, ma non vi parteciparono direttamente. Poetry… e le antologie contem­poranee che si citeranno in seguito e a cui rinvio ospitano alcuni testi significativi di entrambi i poeti.

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