La bestia a due schiene

La bestia a due schiene di Giada Trebeschi

La bestia a due schiene di Giada Trebeschi

Un thriller storico oscuro e terribile che scava negli anfratti più reconditi dell’anima umana.

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Nero. Il colore della fuliggine londinese, del mistero, del retroscena di quello che è la grande, imponente e maestosa facciata vittoriana.

In questa oscurità continua, in questa Londra di fine ottocento in cui Jack lo squartatore può agire indisturbato, si muovono personaggi che si mostrano solo nel momento in cui un accidentale fascio di luce li rivela per poi tornare, come a teatro, a nascondersi di nuovo nel buio più profondo.

Nel tentativo di far diradare le tenebre, Scotland Yard chiede in segreto allo scozzese Duncan Primerose d’infiltrarsi nella compagnia che sta mettendo in scena l’Othello poiché si sospetta che l’attore principale, Jack Hutchinson, la stella che tutti adorano, sia proprio il feroce assassino che uccide le prostitute a Whitechapel.

Duncan accetta l’incarico e, vestendo i panni di uno dei dieci membri della compagnia, si rende presto conto che ognuno di loro, oltre a odiare profondamente Hutchinson nasconde segreti inconfessabili. Che Hutchinson sia davvero un mostro? O che siano le voci messe in giro su di lui a farlo credere tale?

In una discesa agli inferi ancora più nera di quella de Il vampiro di Venezia l’autrice conduce il lettore in un viaggio claustrofobico che si muove lungo i cunicoli più nascosti e impervi dell’animo umano creando un giallo della camera chiusa il cui fine ultimo non è solo la risoluzione del caso.

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La bestia a due schiene:

I
Un doppio gin

Sabato 8 settembre 1888
ore 6 a.m.

Lʼavrebbe legata, incatenata al letto.Una catena pesante e nera come il dolore mai sopito che gli si spandeva nel petto ogni volta che pensava a lei.

Guardava il soffitto e meditava su come rinchiuderla.

L’avrebbe imprigionata in una delle stanze del suo palazzo, una prigione di broccato e velluti, una stanza blu e argento con, al centro, un grande letto a baldacchino sul quale l’avrebbe torturata.

Sì, una tortura inesorabile, infinita, senza tregua e dolcissima esattamente come quella che lei gli infliggeva da quando avevano sedici anni.

Il solo pensiero di lei, del suo profumo, della sua pelle d’avorio che qualche volta gli concedeva di assaggiare, apposta per aumentare la sua pena e il suo desiderio, gli fecero scendere il sangue verso un’erezione così violenta da fargli male.

Si girò verso il corpo dell’amante di quella notte e immaginò che fosse lei, l’unica donna che avrebbe mai voluto, desiderato, amato. La sua compagna occasionale era nuda e dormiva profondamente dopo le fatiche del sesso. O forse era stordita dal vino e dall’oppio che avevano fumato insieme, non avrebbe saputo dirlo e, in fondo, non gli importava. Lui non le aveva dato tregua la notte appena passata, e non gliel’avrebbe concessa neanche ora.

Accostò le tende pesanti che lasciavano entrare i primi tenui raggi del giorno nascente: cercava l’oscurità, il buio, voleva per sé il colore nero del sonno, quello stesso nero da cui nascono i sogni più luminosi.

La prese senza svegliarla, s’infilò dentro di lei senza dire nulla, con la stessa foga di un assetato che anela una fonte limpida, la penetrò con tutta la violenza di un innamorato ferito. La donna si svegliò e provò a muoversi ma lui la teneva ferma, bloccata sotto il suo peso non indifferente; solo per un momento fu turbata da quell’erezione potente che si agitava dentro di lei, credette fosse per la bellezza delle sue grazie, per la curva sinuosa delle sue natiche e lasciò che quell’irruenza si calmasse nel suo ventre. Assecondò volentieri il ritmo di quei movimenti che avrebbero dato piacere a entrambi e si compiacque con se stessa. Quello che non avrebbe mai saputo era che lui la stava prendendo a occhi chiusi, in un buio irrinunciabile nel quale poteva liberamente sognare di star facendo l’amore con un’altra. E quell’altra, la desiderava così intensamente che quando finalmente esplose, ebbe un orgasmo doloroso.

Stava riprendendo fiato col viso appoggiato sul seno della sua amante quando Sir Melville Macnaghten, seguito da Mr. Anderson, il suo trafelato valletto personale, irruppe nella stanza.

«Duncan! È successo di nuovo! Dobbiamo fermarlo o sarà panico collettivo» tuonò uno dei più abili collaboratori di Scotland Yard entrando nella stanza come una furia.

«Scusate Milord, non sono riuscito a trattenerlo…» farfugliò Mr. Anderson, affrettandosi a cercare la vestaglia da camera.

«Non preoccuparti Wallace. Sir Melville, amico mio, a che devo l’onore?» domandò Lord Duncan Archibald Primrose, quarto figlio dei conti di Rosebery, Pari di Scozia, senza uscire dalla sua amante e soprattutto senza perdere nemmeno una goccia di quella disinvoltura e di quell’aristocratico aplomb che contraddistinguevano da secoli il suo casato.

«È la seconda! L’hanno ammazzata stanotte con le stesse modalità: squartata. Andiamo, non c’è tempo da perdere, ti spiegherò lungo il tragitto. Devi seguirmi sul luogo del delitto prima che arrivi il resto del circo».

«Wallace, i miei abiti» ordinò Lord Duncan alzandosi dal letto mentre la sua amante cercava maldestramente di coprire le proprie grazie.

«Non preoccupatevi io non vi ho mai visto» disse Sir Melville Macnaghten sorridendo alla donna mentre Wallace aiutava Lord Duncan a vestirsi.

«Siete pronto?» chiese poi a Lord Duncan non appena Wallace gli porse il cappello.

«Sempre. Andiamo».

Scesero le scale velocemente e salirono sulla carrozza che li aspettava proprio davanti all’ingresso. Non ci avrebbero messo molto ad arrivare dal dottore; a quell’ora Londra si stava svegliando e le strade non si erano ancora riempite di tutta quell’umanità e di quelle bestie che si sarebbero poi mescolate al punto che sarebbe divenuto difficile distinguerli.

Lord Duncan abitava in una grande casa nei pressi del più imponente monumento barocco di Londra, situato nel cuore antico della città: la cattedrale di San Paolo. Da lì a Hanbury Street dovevano essere un paio di miglia e con i cavalli lanciati a quella velocità non ci avrebbero messo più di una quindicina di minuti per arrivare.

«Come certamente saprai Sir Charles Warren, il commissario capo della polizia metropolitana di Scotland Yard, è ai ferri corti con James Monro che però è appoggiato dal ministro degli interni, il visconte di Llandaff Henry Matthews e che secondo me lo designerà presto successore di Warren del quale, tra l’altro, ha già in mano le dimissioni» cominciò Melville non appena la carrozza fu partita.

«Sì lo sapevo. Ma il ministro non ha appena nominato Monro capo dei servizi investigativi?» chiese Duncan.

«Esatto. Ed è proprio questo il punto. Poiché i due si stanno facendo la guerra su ogni minima inezia, e si mettono continuamente i bastoni fra le ruote a vicenda ho suggerito a Monroe di chiederti di darci una mano per investigare sul caso da esterno, libero dai controlli di Scotland Yard».

«Un’indagine parallela e non autorizzata vuoi dire» lo rimbeccò Duncan.

«Parallela sì ma diciamo che si tratterebbe più di un’operazione sotto copertura autorizzata da Monro e segretamente spalleggiata dal ministro».

Duncan non fece in tempo a riflettere su quelle parole né a rispondere alcunché perché la carrozza si fermò e Melville scese più che rapidamente trascinandolo con lui.

Il dottor Phillips aveva finito la prima analisi sul corpo della vittima e stava dando gli ordini per rimuovere il cadavere e portarlo dove avrebbe proceduto con l’autopsia.

«Cosa può dirci dottor Phillips?» chiese senza indugi Sir Melville Macnaghten forte del fatto che si conoscevano bene.

«Che si tratta di un mostro» rispose il dottore allargando le braccia.

«A questo c’ero arrivato anche da solo. Dottore, che altro?» incalzò Sir Melville già irritato dal nugolo di curiosi che si stava avvicinando per non parlare poi dei visi stravolti che osservavano la scena dalle finestre che davano su quel cortile maledetto.

«L’hanno trovata con le gambe piegate, i piedi appoggiati al suolo e le ginocchia girate verso l’esterno. L’assassino le ha quasi staccato la testa con uno squarcio profondo, poi si è accanito sul ventre e ha tirato fuori le interiora. Una parte dell’intestino era appoggiata sulla spalla destra della vittima e sembra che abbia asportato altri organi ma per potervelo dire con precisione dovrete aspettare che esegua l’autopsia. Da una prima analisi sulla temperatura del corpo e visto il principio di rigor mortis direi che deve essere morta da almeno un paio d’ore. Vi saprò dire di più dopo l’esame autoptico. Se non c’è altro…»

«Grazie dottore, appena abbiamo finito qui, verremo all’obitorio».

«Mi metterò subito al lavoro. Arrivederci».

Il dottor Phillips si avviò seguendo il corpo della vittima che era già stato adagiato sull’ambulanza di servizio della polizia mentre alcuni agenti tenevano a bada i curiosi.

«Devi aiutarci Duncan, brancoliamo nel buio. E questo secondo delitto scatenerà il panico collettivo. Cercheranno un capro espiatorio e rischiamo che si facciano giustizia da soli massacrando degli innocenti».

Melville era tornato dall’India da poco più di un anno ma non era quella la prima volta che gli chiedeva questo tipo di aiuto e non sarebbe certamente stata quella l’ultima.

Fin dai tempi di Eton, Sir Melville Macnaghten e Lord Duncan Primerose, entrambi elementi di spicco della squadra di rugby universitaria, erano buoni amici. Melville non aveva mai conosciuto nessuno che, come Lord Duncan, riuscisse a carpire i segreti più intimi delle persone spingendole quasi magicamente a confidarsi con lui né aveva mai incontrato qualcuno capace di dedurre con tale precisione la verità basandosi sulla semplice osservazione dei dettagli. Sir Melville aveva sempre stimato l’intelligenza e lo spirito d’osservazione di quel nobile scozzese che, se non fosse stato un Lord, sarebbe certamente stato un poliziotto eccezionale.

Purtroppo per la comunità londinese, Lord Duncan Rosebery, era però in città per occuparsi del commercio dello scotch di famiglia, il Rosebud, un whisky prodotto nelle Highlands, e non per fare l’investigatore.

Lord Iain Rosebery, il fratello maggiore di Duncan, un uomo pratico e di buon senso, qualità piuttosto rara in un aristocratico, si era reso ben presto conto che, se la famiglia avesse voluto conservare il tenore di vita cui erano abituati da secoli, il solo contare sui loro possedimenti e sulle tasse che ne ricavavano presto non sarebbe più bastato. Così aveva migliorato e ingrandito la piccola distilleria di famiglia facendone il suo fiore all’occhiello.

Lord Iain, un colosso di più di due metri con i capelli rossi di un Dio vichingo e due mani che non avrebbero faticato a sollevare il martello di Thor, c’era da aspettarselo, non amava la vita di società. Le feste e tutta quell’etichetta cui un gentiluomo inevitabilmente doveva sottostare erano per lui una tortura cui si era sempre sottratto volentieri e così aveva pensato bene d’affidare il compito di gestione della vendita di whisky al fratello più piccolo, Duncan. Una soluzione eccellente che gli permetteva di restarsene nelle sue amate Highlands a occuparsi della produzione ed evitandosi tutte le noie che gli sarebbero derivate dall’entrare a far parte dell’alta società londinese.

Sebbene il Rosebud fosse un whisky di una qualità sorprendente, per Macnaghten, quello del suo amico era un talento sprecato e, ogni volta che la polizia si trovava in difficoltà con un caso particolarmente difficile o spinoso, cercava l’aiuto di Lord Duncan il quale, a dire il vero, si occupava volentieri della faccenda con discrezione assoluta e sempre sotto copertura.

Per Lord Duncan, e questo Melville lo sapeva benissimo, l’investigazione era un diversivo, una boccata d’aria che lo avrebbe impegnato in qualcosa di più interessante del commercio di whisky oltre che tenere la sua mente brillante lontana dall’ossessione per quell’unica donna che non avrebbe mai potuto avere davvero. E proprio perché gli dava la possibilità di liberarsi per qualche ora da quelle catene che mal sopportava, Lord Duncan non avrebbe mai rifiutato di aiutare Sir Melville nelle sue indagini.

Fu così anche quella mattina.

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