L’isola di Ortega

L’isola di Ortega di Claudia Perfetti

Per sopravvivere in una terra ormai distrutta, l’umanità ha dovuto adattarsi, cambiare pur continuando a specchiarsi in ciò che di più umano è rimasto dentro ciascuno a dispetto di come ora appaiono.

Tutto ciò che rimane del pianeta Terra è l’isola di Ortega sulla quale vi sono soltanto due luoghi: Casa e Bosco.

L’umanità è molto cambiata, per sopravvivere si è mescolata ad altre razze e qualcuno di questi nuovi esseri ha acquisito poteri particolari come, per esempio, è accaduto alle dodici soldatesse che abitano nella Casa insieme alle donne. Le soldatesse non hanno nome, vengono identificate con un numero, imparano a usare i propri poteri grazie all’aiuto di una maga feroce, sono duramente allenate alla battaglia da un centauro e non conoscono pietà o tenerezza poiché esistono solo per proteggere le donne dal popolo dei Lupi che abita il Bosco.

Quando però la soldatessa Cinque viene catturata capisce che esistono luoghi magici che non si trovano all’esterno ma dentro l’anima e, percorrendoli, scoprirà una forza selvaggia e primitiva in grado di sbloccare porte che conducono ad altre dimensioni, a un’altra vita e, forse, perfino alla salvezza.

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L’isola di Ortega:

Prologo

Eravamo affamate. Eravamo bambine. Eravamo selvagge.

Non sapevamo parlare, sapevamo mordere. Non sapevamo amare, sapevamo combattere.

Eravamo guerriere, figlia mia.

Eravamo le dodici soldatesse dell’isola di Ortega.

Cinque

Solo con il cuore puoi toccare il cielo.
Jalāl ad-Dīn Muhammad Rūmī

Dormiamo nella stanza blu che si trova al centro di Casa. Il soffitto è alto e buio, le finestre sono lunghe e strette, con le sbarre di ferro scuro, e sembrano occhi sempre fissi su di noi. I letti sono disposti in due file orizzontali ordinate e bianche, lontani pochi centimetri l’uno dall’altro.

Io sono il numero Cinque, come le dita di una mano, come le punte di una stella.

Siamo nate tredici anni fa, siamo le prime dodici.

Mi tocco la fronte, disegno il tatuaggio con il dito. Cinque: la pelle è rialzata, come se non fosse mai guarita.

Prima che noi nascessimo non c’era guerra, ma c’era fame. Maestra ci ha parlato di Carestia, il periodo in cui noi ancora non c’eravamo: mangiavano l’erba e qualche frutto, quando riuscivano a trovarlo. Il cibo era nel Bosco e nel Bosco c’erano i Lupi. Li sento ululare, da qualche parte là fuori. Non ho paura di loro, perché sono nata per ucciderli e si fa tutto il necessario per sopravvivere.

I maschi non nascono più. Siamo solo femmine, siamo tutto quello che rimane della razza umana, dopo le Esplosioni. L’isola di Ortega, dove viviamo insieme ai Lupi, è ciò che rimane del pianeta Terra.

Casa e Bosco.

Sei si gira verso di me, socchiude gli occhi e mi sorride: ha la pelle chiara e tremolante e i capelli scuri e rasati, come tutte noi. Quando sorride mostra i denti bianchi e non riesco mai a capire le sue emozioni.

«Ciao, Cinque» dice a bassa voce. «È quasi ora.»

Guardo la luce che entra dalla finestra, disegna forme irregolari sul pavimento, nella polvere. Le altre dieci ancora dormono, siamo state le prime a svegliarci. Annuisco.

Centauro apre la porta, ci alziamo di scatto e ci mettiamo in fila in ordine numerico. Uso solo Vista, tengo chiuso il terzo occhio: posso aprirlo soltanto durante alcuni allenamenti e in battaglia.

Centauro ha il pelo scuro e lucente, e i capelli lunghi e dorati intrecciati fino alla vita; ha quattro zampe e una lunga coda scura che ondeggia quando cammina. Due cicatrici profonde le solcano il petto, uguali alle mie, alle nostre. Si gira di spalle, osservo l’arco dorato pieno di frecce variopinte che si muove scintillante insieme al suo corpo.

Sole è ormai sorto. Seguiamo Centauro, camminiamo a ritmo di marcia dietro di lei.

C’è odore di bruciato nell’aria, di fumo tossico.

Un altro giorno è iniziato.

Percorriamo un corridoio stretto e grigio. Il tempo è scandito soltanto dal rumore dei nostri piedi scalzi che si muovono all’unisono sul pavimento freddo e ruvido. Io sono dietro Quattro, osservo la forma delle sue spalle, la nuca rasata. Quando cammina fa un movimento irregolare con l’anca, un rapido scatto verso destra, come una piccola deviazione. Mi chiedo com’era vivere prima delle Esplosioni, quando esistevano i continenti e gli oceani e le nazioni.

Centauro si ferma prima di girare l’angolo a destra e ci indica di proseguire.

«Vi aspetto in Palestra» dice con la sua voce roca e misteriosa.

Uno si muove per prima e la saluta con un pugno sul petto.

Ci dirigiamo verso Mensa, siamo un’unica creatura che si snoda tra i corridoi di Casa: prendiamo posto attorno a quattro tavoli circolari che si trovano al centro della sala e aspettiamo le Donne. Mi siedo tra Sei e Quattro e tengo lo sguardo basso. Non ho paura di combattere, non ho paura dei Lupi: ho paura che la mia vita sia racchiusa tutta qui, in questa lotta per la sopravvivenza. Sei mi sorride, mi accarezza la spalla con il suo terzo braccio. Sei è la mia unica amica.

Le Donne entrano dall’ingresso principale: Maestra, Sacerdotessa e Maga prendono posto attorno a un tavolo vicino al nostro.

«È un nuovo giorno sull’isola di Ortega,» esordisce Maestra mentre ci scruta con i suoi quattro occhi scuri «una nuova battaglia è vicina.»

Sento i Lupi ululare nel Bosco.

«Le nostre scorte stanno terminando» continua Maga. «Ci sono quindici Fertili che aspettano nuovo seme per riprodursi e le altre quindici sono di nuovo incinte.»

Ci guardiamo tra di noi, sbalordite: arriveranno altre quindici bambine, quindici soldatesse.

«Avete svolto il vostro dovere di guerriere di Ortega» dice Sacerdotessa e la sua voce è morbida come seta, come una carezza. Mentre parla osservo le cicatrici che ha al posto degli occhi, due piccole X poste l’una vicino all’altra.

«La Dea è con noi. La Dea ci guarda.»

Una Donna entra con un vassoio, sento il rumore delle catene che le stringono le caviglie. Indossa una tunica di tela molto corta e ha i capelli rasati come i nostri. Piccoli anelli dorati le serrano le labbra e anche le palpebre sono cucite. Non può vedere o parlare. È una delle Fertili, le ultime rimaste. Si avvicina al nostro tavolo e ci consegna le pillole. Il cibo non esiste più, Maga lo ha sintetizzato in queste capsule che ci garantiscono la sopravvivenza: le ingerisco meccanicamente e sento un calore frustare il mio corpo dalla testa ai piedi, come una scossa elettrica; nella bocca si scioglie un sapore metallico, che sa di ferro e di sangue.

Osservo la Fertile, sento il suo respiro, il suo odore aspro. Rimane qualche secondo davanti a me, come se si fosse accorta che la sto guardando. Poi si volta di scatto e passa al tavolo successivo. Maga ha cucito gli occhi delle Fertili per impedire loro di riconoscerci e ha cucito le loro bocche per non farci riconoscere il suono della loro voce. Quella Donna potrebbe essere mia madre.

Quando tutte abbiamo finito, ci alziamo e ci rimettiamo in fila, ritorniamo a essere una creatura sola. «Centauro vi aspetta, andate» dice Maestra

Questa è la fine dell’anteprima gratuita. 

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