Comincia subito a leggere „Uno spazio minimo“

 

 

Rosalia Messina

Uno spazio minimo

Angelica, Settembre 1963

Tra me e me la chiamo l’orribile strega. Mi sento molto cattiva, ma non posso farci nulla. Vorrei non aver fatto quel sogno, l’estate passata, perché è cominciato tutto da lì. Prima le volevo più bene e mi disperavo perché lei era sempre arrabbiata con me e non le piacevo.

L’anno scorso è nato Germano e non siamo più state solo Marianna e io, che sono la più grande, come ripete sempre la mamma, e lo so che devo essere la più brava perché ho già otto anni, ma l’anno scorso ne avevo solo sette ed ero più piccola e anche ora certe volte mi sento piccola ma non lo dico.

A giugno, quando è finita la scuola, siamo andati a stare a Gibilmanna, in una casa strana dove non c’è nemmeno la luce elettrica e le stanze sono piccole, quella in cui dormo con Marianna è lunga e stretta, però ci sono una terrazza e un giardino grande che per esplorarlo tutto ci ho messo tanti giorni. Il posto più bello è quello dove stanno il pozzo e il sedile di pietra, per arrivarci si deve camminare sotto un pergolato. Se si continua ad andare avanti si incontra una discesa e poi mi pare di trovarmi in un paesaggio dei miei libri di favole illustrate, perché c’è un ruscello di acqua trasparente e fredda. Mancano soltanto i principi avvolti nei mantelli e le principesse e i draghi e i folletti, ma per questo ho la mia magia segreta, il mio laccio che fa tanto arrabbiare la mamma e io non capisco perché. A volte trova il laccio, che si chiama Bric e solo io so il suo nome, nel mio letto, sotto il cuscino. Allora la mamma mi guarda con gli occhi cattivi. Ma anche se mi fa tanta paura non riesco a fare a meno della mia magia. Non posso giocare sempre con i Lego, mi piacciono tanto ma in certi momenti voglio vivere nelle favole che leggo e allora il mio amico laccio si comporta benissimo e diventa… può diventare qualunque cosa, un animale, una fata, insomma… è vivo, ecco. È vivo e mi parla. E io pure gli parlo ma dentro la mia testa, e tutt’e due ripetiamo le parole delle favole e anzi ne aggiungiamo altre e cambiamo un pochino le storie, per esempio i personaggi simpatici non soffrono tanto e quelli cattivi invece sono sconfitti subito. Poi a volte chiedo al mio amico laccio di inventare una storia nuova. Allora lui per un po’ ci pensa su e poi si trasforma e mi dice, per esempio, buongiorno, principessa, sono il vostro umile scudiero. Allora io gli ordino di fare quello che desidero e Bric obbedisce, mi fa salire su un cavallo bianco e sta ad aspettare mentre vado in giro al galoppo. Quando la mamma non mi controlla ci raccontiamo favole lunghissime, io e il laccio magico, poi se la sento arrivare lo faccio sparire, me lo infilo in tasca e lei mi rimprovera perché sto a… come dice? Bighellonare, dice. Che bella parola, però significa una cosa brutta, una cosa che alla mamma non piace.

Ma perché non vuole sapere a cosa mi serve il laccio? Non mi fa domande, chissà cosa immagina, devono essere cose molto cattive quelle che pensa lei. Mi piacerebbe spiegare per bene che non facciamo nulla di male io e Bric, che lui non è un semplice pezzo di spago, che c’è una magia, ma non sono sicura di essere capace di dirlo bene.

Mentre dormo, qualche volta, mi trovo nelle favole che con Bric ho inventato di giorno. E una notte ho sognato – mi ricordo tutti i particolari anche se è passato più di un anno − un incontro tra un principe e una principessa. E sono io, la principessa. Con le trecce, il diadema e l’abito lungo svolazzante corro sotto il pergolato. Ho un appuntamento segreto. Nessuno sa, nessuno deve sapere che il principe mi aspetta oltre il pozzo, vicino al ruscello. Ma quando sto per raggiungerlo, quando lo vedo avanzare verso di me sorridendo, arriva una donna vestita di nero. Si mette in mezzo e non mi fa andare avanti. È una strega, sono sicura. È come se dagli occhi le uscissero fiamme. Il principe sparisce e mi sveglio. Che paura. L’orribile strega, mi viene subito in mente di chiamarla così, è mia madre, l’ho riconosciuta appena l’ho vista perché ha gli occhi duri che mi rimproverano.

 

Angelica, dicembre1963

La mia scuola è gialla (papà dice giallo ocra) e l’aula è stretta, lunga e buia, con una sola finestra. In certe giornate d’inverno si deve tenere acceso il neon sulla parete alle spalle della cattedra, proprio sopra il crocifisso. La maestra tiene accesa una stufetta elettrica ma il calore arriva solo alle fortunate della prima fila. Io sono troppo alta e mi tocca stare indietro.

«Alabiso, leggi tu la poesia a pagina quindici del libro di lettura.»

La maestra Grasso è una donna anziana, vestita sempre di scuro, con i capelli grigi e la gobbetta. La sua voce rauca è sempre gentile.

Mi alzo in piedi e apro il libro.

E poi è come se fossi stata per un po’ da qualche altra parte, la maestra mi sta chiamando e io non capisco che succede: perché tutti mi fissano? Perché la maestra si è avvicinata e mi sta chiedendo se sto bene?

Dico di sì, ma solo muovendo la testa.

«Leggi, su» ripete con il tono che hanno i grandi quando perdono la pazienza.

E poi accade di nuovo ma stavolta lo sento, sento che apro la bocca e non esce la voce. Che paura, sento la faccia calda, caldissima come quando ho la febbre. La voce se n’è andata.

«Siediti» dice la maestra. Guarda Franchi, la bambina del banco davanti al mio, bravissima con i numeri, i ricci e gli occhi grandi neri neri, sempre seria però non triste. «Leggi tu» le ordina la maestra senza più occuparsi di me.

Abbasso lo sguardo, vorrei diventare invisibile.

Che ore strane, mi sento come un pesce in un acquario, sono qui, vedo e sento tutto senza guardare nessuno, fisso il pavimento e non parlo. Durante la ricreazione resto ferma al mio posto, senza tirare fuori dalla cartella il panino con la marmellata. Del cibo la mamma non si dimentica mai.

La maestra si avvicina, mi tocca la fronte.

«Misurati la febbre, quando torni a casa» dice piano.

Faccio sì con la testa, dondolo i piedi e non alzo gli occhi dalla punta delle scarpe. Tornare a casa mi fa paura. Decido di non raccontare ai miei genitori cosa è accaduto oggi. Sono certa che si arrabbierebbero. Già non piaccio a nessuno dei due…

Quando suona la campanella e andiamo via la voce è tornata, posso salutare. Lo faccio continuando a tenere gli occhi bassi, certa che niente sarà più com’era prima e che non sono uguale alle altre bambine.

 

Maria, febbraio 1964

Angelica oggi ha la febbre. Certo che le succede spesso, molto più spesso che a Marianna e Germano. Nemmeno toglierle le tonsille è servito, il mal di gola le viene lo stesso e si è fatta magrolina e pallida. Era una bimba rotondetta e colorita fino a qualche anno fa, poi crescendo si è fatta più delicata. Mi dà un gran da fare, Angelica, e tante preoccupazioni.

Le ho preparato il latte caldo con il miele dentro, ma solo dopo molte insistenze sono riuscita a fargliene mandare giù mezza tazza. Ha fatto un sacco di storie, di mangiare qualcosa di solido proprio non se ne parla. Poi ho messo sul letto i suoi libri di favole ed è stata quieta per un bel pezzo.

Sono così stanca, a volte. Quando mi sono sposata pensavo che tutto sarebbe cambiato nella mia vita e che dopo le brutte esperienze di prima – la guerra, i genitori persi molto presto – sarei stata felice.

Certo che non è andata proprio come mi aspettavo, però. Anche se le difficoltà economiche che avevamo all’inizio le abbiamo superate presto, anche se Pietro ha un ottimo lavoro, anche se abbiamo tre figli e una bella casa, non posso dire di essere felice.

La mia prima gravidanza è andata male, si è protratta troppo e alla fine il bambino era già morto quando finalmente ho partorito. Certo che è stato un brutto colpo, proprio non l’avevo messo in conto che potesse andare così. Sono un’ostetrica e avrei dovuto immaginare le complicazioni e invece m’illudevo che non avrei avuto problemi. Per fortuna Angelica è arrivata poco dopo un anno ed era una bella neonata robusta. Avevo tanta paura che si ripetesse il disastro del primo parto. E poi è nata Marianna. Per avere Germano ho dovuto insistere con mio marito, diceva che di un figlio maschio non sentiva il bisogno e che sarebbe potuta arrivare un’altra femmina. Ma io me lo sentivo che sarebbe stato un maschio. Certo che non avevo considerato la fatica di tirar su tre bambini, soprattutto quando uno di questi bambini è difficile come Angelica.

La famiglia di Pietro, almeno la famiglia più stretta, cioè sua sorella Armida e la zia Gianna, che li ha allevati, non ha mai smesso di essere un problema. E la cosa peggiore è che lui non la vede così e io non so con chi parlarne per sfogarmi.

«Non abitiamo neppure nella stessa città e ci vediamo solo per le feste comandate, se dicono qualcosa che non ti suona bene fai finta di non sentire» mi esorta infastidito.

È sempre così, con Pietro. Solo se un argomento gli interessa è capace di parlarne a lungo, e allora spiega le cose con tutti i particolari, come se tenesse una lezione.

«Sei nato professore» gli dice ogni tanto suo cugino Renato. E lui ridacchia, perché gli fa piacere essere come è.

Una famiglia di sapientoni, la sua. Erano molto poveri, ma lui e sua sorella sono riusciti a studiare, a laurearsi. Lui non ne parla volentieri e all’inizio pensavo che volesse tenere lontani i brutti ricordi: la perdita dei genitori, avvenuta molto presto, e gli anni tristi in cui lui e Armida scansarono l’orfanotrofio grazie alla zia Gianna. Dev’essere stata dura, e non solo per la miseria, certo che la zia Gianna è una persona tremenda, una tiranna, una vera strega. Brutta di corpo e di cuore, non sorride mai, non parliamo di ridere, sempre con la bocca serrata e quando la apre esce veleno. Poveri bambini, tirati su da una con quella faccia. Però poi ho cominciato a capire che non è il dolore che mio marito vuole dimenticare, no, è soprattutto la vergogna della miseria, mentre mia cognata, al contrario, delle origini umili e di essersi laureata tra gli stenti è molto orgogliosa e lo sbandiera ogni volta che può, anche quando non c’entra niente. Molte cose le ho sapute proprio da lei, che mi guarda dall’alto in basso, come se non fossi anche io un’orfana che s’è fatta da sé. Certo che non ero una senz’arte né parte al tempo in cui conobbi Pietro. Mi ero diplomata ostetrica e mi mantenevo da sola. Peccato che Pietro non abbia voluto che continuassi a lavorare.

La prima volta che andai a casa loro Armida fu calorosa, ma siccome non ha personalità e si conforma in tutto a quello che pensa e che dice la zia, quando la vecchia cominciò a ostacolarci cambiò atteggiamento pure lei. E io non riesco a perdonarglielo, né riesco a ignorarla come suggerisce Pietro, che poi predica bene e razzola male: quando le sente dire una delle stupidaggini che è capace di tirare fuori la strapazza senza riguardi. Certo che di solito fra loro si limitano a parlare di argomenti tranquilli, sono io quella che discute e litiga con lei ogni volta che c’incontriamo. Che frecciate le escono di bocca, anche se mantiene sempre l’espressione da santarellina. Ipocrita! Con la zia Gianna evito gli scontri, però, dopo aver ingoiato fiele per una frase che la vecchia strega mormora in modo da farmela sentire, sono così nervosa che esplodo con i bambini per ogni sciocchezza.

In questa famiglia mi criticano per un sacco di cose: perché mi faccio aiutare nei lavori di casa da una ragazza di campagna, perché secondo loro sono una spendacciona. Se compro un bel vestito ad Angelica, Armida dice che la vizio, che così non capirà mai il valore del denaro. Che ne sa lei, di come si tirano su i figli? Pensa di potermi dare lezioni anche su questo, solo perché insegna? Certo non è la stessa cosa allevare figli e stare a parlare con ragazzi grandi dalle otto e mezza all’ora di pranzo per poi tornarsene a casa. Ma che se ne stia fra i suoi libri, la professoressa Alabiso, con il suo greco e il suo latino.

La cosa più grave però è un’altra. È che con il tempo io non sono più sicura di capire cosa passi per la testa di mio marito e se sia felice o no. Voleva che tutto in famiglia fosse al suo posto, che io stessi a casa a mettere ordine, cucinare e aspettare lui e i bambini. Certo che io ho fatto del mio meglio, buon Dio, faccio ogni giorno del mio meglio, ma a volte mi sento prigioniera in mezzo alla scontentezza di tutti, compresa la mia.

Angelica, poi, mi stanca da morire. Mi sfiniva quando parlava tanto, con tutte quelle domande, perché questo, perché quello, perché perché perché. Per fortuna le è sempre piaciuto leggere, le ho comprato tanti libri e così almeno quando legge sta in silenzio e io posso far riposare le orecchie e la testa. Le ho messo presto in mano una lavagnetta e i gessetti. Le ho insegnato a scrivere le lettere a stampatello e da sola ha cominciato a combinare vocali e consonanti e a formare le parole. Già, le parole, c’è sempre un problema tra Angelica e le parole, come una maledizione, sono sempre troppe o troppo poche. Era da qualche tempo che mi pareva silenziosa e un po’ stralunata. Poi un giorno la maestra le ha fatto scrivere sul quaderno di italiano che voleva parlarmi. L’ho sgridata, ero sicura che avesse combinato qualcosa. Mi sono vestita elegante e sono andata lì pronta a chiedere scusa, a rimproverare Angelica davanti alla maestra e alle compagne. E poi gliele avrei suonate a casa, un paio di schiaffoni giusti. È così difficile ottenere qualcosa da mia figlia… E invece la maestra ha voluto che parlassimo io e lei da sole. Ho avuto una gran paura, mi sono sentita torcere le budella. Doveva averla fatta davvero grossa, mi sono immaginata le situazioni peggiori, la vergogna, Pietro che avrebbe dato la colpa a me, dice che non sono abbastanza severa con i figli, ma in realtà pensa che non lo sono con Angelica. Germano è piccolo e con Marianna non c’è bisogno di alzare la voce e le mani, è tranquilla, sta quieta con una bambola in un angolo e dice che da grande vuole fare la mamma. Vorrebbe giocare con Angelica, che invece vuole diventare dottoressa e preferisce altri giochi, soprattutto quelli che può fare da sola. Da un po’, non saprei dire da quando, è molto più chiusa e fa un gioco strano, si procura un pezzo di spago e ho la sensazione che… bedda matri, vuoi vedere che è matta? Ci parla, con quel coso, mi sembra. Lo rigira e lo guarda come se fosse una cosa viva.

Insomma, arrivo a scuola tutta agghindata, tenendo Angelica per mano, e la maestra le fa una carezza sulla testa e le dice di andare in classe. Siamo rimaste nel corridoio e mi ha detto una cosa che non mi aspettavo e che nemmeno capisco bene. Dice che non parla quasi più, Angelica. Non riesce, ha detto, non legge a voce alta e non risponde alle domande, abbassa la testa e non si muove. Ha raccomandato di farla visitare e di aver pazienza, lei non sa di cosa si tratti ma dev’esserci qualcosa che fa soffrire la bambina.

Per dirlo a Pietro ho aspettato che avessimo finito il pranzo, non volevo che andasse di traverso a tutti. Come al solito Angelica è stata l’ultima ad alzarsi da tavola. Non ha mai appetito, fa un sacco di storie e le piacciono pochissime cose. Poi le bambine sono andate a giocare, Germano dormiva. E quando ho raccontato a Pietro com’era andata a scuola si è arrabbiato moltissimo, pensa che secondo la maestra noi non siamo a posto, che siamo una famiglia strana e che qualcosa a casa nostra non va. Questo lo fa imbestialire. Però poi ad Angelica non ha detto le stesse cose che ha detto a me, le ha fatto un discorso complicato, da professore appunto, sulla bellezza delle parole. Senza la parola saremmo come gli animali, la parola è un dono prezioso e cose simili.

Lei lo guardava, faceva sì con la testa.

Allora mi è venuta in mente mia madre, che quando ha iniziato a stare male, ad avere quegli esaurimenti, li chiamavano così, anche lei stava zitta per giorni, poi di colpo buttava fuori tutte le parole, pareva che le avesse conservate proprio per questo, per buttarle fuori tutte insieme. Non erano sempre comprensibili le cose che diceva. Era così mite, mia madre, povera donna, sposata con un vedovo che recava in dono sei figli di primo letto, e poi tutte quelle gravidanze, i figli morti di malattia, con la facilità con cui si moriva allora, e la vedovanza precoce. E a cinquantatré anni se n’è andata.

No, Angelica, non mi puoi fare questo. Non sei malata, non sei matta. No, no, no.

Angelica, novembre 1965

Nello studio di questo dottore nuovo c’è poca luce, come a scuola, però non fa freddo. I mobili sono scuri, con tanti libri in giro, l’odore di polvere fa pizzicare il naso.

Il dottore nuovo ha la barbetta castana e gli occhiali d’oro.

Parla lentamente, guardando un po’ me e un po’ la mamma.

Poi mi fa fare le stesse cose che ho fatto con il dottore di Palermo, che però aveva uno studio luminoso e dalla finestra si vedeva il mare. Questo studio scuro si trova invece alla periferia di Caltanissetta, in una villa con gli alberi alti intorno.

Il dottore nuovo è una palla di grasso con le gambe secche e corte. Però ha una voce gentile. Ma anche il dottore di prima aveva una voce gentile ed era pure alto e snello. E non c’è più, per questo siamo qui invece che nel suo studio luminoso con la finestra e la vista del mare. Lo so perché ho ascoltato i discorsi dei grandi. Pensano sempre che nessuno li stia a sentire. Forse perché loro non stanno mai a sentire. Hanno detto frasi sbadate e così ho capito che il dottore di Palermo è morto. Si è ammazzato, hanno detto. Chissà perché, ha chiesto uno di loro. Qualcuno ha risposto che forse neppure lui, che avrebbe dovuto curare gli altri, sapeva vivere. E io mi sono chiesta che cosa significa che uno sa o non sa vivere. Ma non ho fatto domande, ci sono domande che tengo per me, ho imparato che ci sono cose che si possono chiedere e cose che fanno innervosire gli adulti. Se chiedessi perché il dottore di Palermo non sapeva vivere non risponderebbero o mi rimprovererebbero: sono cose da grandi. Come se fosse colpa mia se sono disattenti e chiacchierano senza pensare a noi piccoli, come se facessimo parte dell’arredamento.

Il dottore nuovo sorride e si comincia. Prima di tutto i disegni, la famiglia prima di tutto e poi una casa.

Papà e mamma, sul foglio, sono grandi grandi, al centro del foglio, io molto piccola, tutta da un lato, e Marianna e Germano non ci sono, non li disegno mai.

E nel disegno della casa ho messo pure un albero.

«C’è un dipinto che si intitola così, Albero e casa», dice il dottore. Ma lo dice alla mamma. Vabbe’, allora anche per lui faccio parte dell’arredamento.

La casa che ho disegnato è come quelle dei miei libri di favole, con il tetto a punta, l’albero è più alto con tanti rami storti. Pure i fiori nel prato sono storti. E c’è un recinto che mi stanco di continuare fino alla fine del foglio, tanto si capisce che è un recinto e anche se i fiori sono storti si capisce che sono fiori e anzi sono più belli perché quelli veri non sono tutti dritti e ordinati.

Il dottore nuovo dice le stesse cose che dice mio papà (ma anche mia mamma), però in un altro modo, che pare bello, non come se stesse parlando dei miei difetti.

«Una grande sensibilità» dice, sempre rivolto a mia madre. «Non sarà mai di quei praticacci…», dice proprio così e fa dei gesti e una smorfia che non capisco bene. Sarà che non gli piacciono i tipi praticacci.

Forse allora ho superato l’esame. Forse sono cose buone questa grande sensibilità e non fare parte degli -acci (un dispregiativo, l’ho studiato). Io non sono da disprezzare, allora. Allora mamma e papà saranno contenti. Forse. Chissà. Ma chi lo capisce mai se sono contenti o no? A me sembrano sempre accigliati, una parola che ho imparato da poco e mi piace molto.

Però adesso che andava tutto bene il dottore nuovo vuol farmi leggere qualcosa da un libro.

Una poesia. Ma perché? Io lo so già che non ce la farò!

E infatti non ce la faccio.

Il dottore nuovo aspetta un po’ e si gratta la barbetta castana.

La mamma tace, con quell’espressione che ha sempre quando si parla del mio disturbo oppure difficoltà.

«Angelica, che succede?» chiede il dottore nuovo.

Abbasso la testa.

«Vede?» dice la mamma.

«Vuole leggere lei, signora?» chiede il dottore nuovo, porgendole il libro. Mi chiedo perché se non leggo io debba farlo lei.

E lei legge.

«Che bella voce» dice il dottore nuovo.

Poi parlano un po’. Io smetto di ascoltare. Mi allontano senza che se ne accorgano, è facile, il corpo resta qui e i pensieri scappano dove vogliono. I pensieri sono tutti miei e non può controllarli nessuno, nemmeno la mamma, nemmeno la maestra.

«I pensieri non me li puoi cambiare» ho detto giorni fa alla mamma. Avevo paura, mi batteva forte il cuore, pensavo che mi avrebbe dato uno schiaffo. Invece le è venuto da ridere, poi ha fatto gli occhi feroci ma per un momento ha proprio riso, l’ho vista!

Mentre penso a questa cosa la mamma mi dice di salutare. Torno anche con i pensieri nella stanza scura che odora di polvere. Non viene fuori la voce.

Ce ne andiamo a casa in silenzio.

Angelica, dicembre 1965

Da quando siamo state dal dottore nuovo qualcosa è cambiato.

Noi bambine abbiamo avuto un permesso speciale, Germano no, perché ha solo tre anni e mezzo. Abbiamo una stanza dei giochi che prima serviva per stirare e cucire. In un angolo è rimasta la Singer, ma ci sono anche due scaffali con i nostri giocattoli e soprattutto possiamo disegnare e scrivere sulle pareti.

«Solo qui, in nessun’altra stanza» ha precisato la mamma con gli occhi severi e l’indice alzato.

Nessuno lo ha detto e forse mi sbaglio, ma deve entrarci la visita dal dottore nuovo. Sono molto contenta, perché frequento la prima media adesso e il mio professore di disegno ci fa usare gli acquerelli, le tempere e i pastelli di cera, così provo a disegnare sulle pareti verde chiaro. Marianna vorrebbe che glieli prestassi, ma io non sono d’accordo. Sono i colori della scuola, perché devo darli a lei che ancora va alla scuola elementare? Si mette a piangere e la mamma arriva furiosa per darmi due sberle, senza nemmeno chiedere cos’è successo, basta che quella lì faccia due lacrime e sono sberle. Pure stavolta va così, poi la mamma mi strappa di mano gli acquerelli e dice che questi da ora in poi si usano solo a scuola. Per fortuna non pensa alle tempere e ai pastelli a cera, così quando Marianna gioca con Germano posso fare i miei disegni.

Ho ragione o no di preferire il mio amico laccio? Mia sorella del laccio non sa che farsene, così mi lascia in pace. E se faccio attenzione la mamma non se ne accorge.  

 

Marianna e Germano stanno ore a fare un gioco stupidissimo con i Lego, quando li usano loro io faccio altre cose. Hanno inventato una gara a chi fa la costruzione più bella ed è papà che deve scegliere quando torna a casa. Mia sorella non capisce niente. La costruzione più bella è sempre la sua perché lei è più grande, a gennaio compirà otto anni, Germano ancora non ha fatto neppure quattro anni. Però papà sceglie sempre la costruzione di mio fratello e Marianna ci resta malissimo e piange, ma di nascosto, perché a papà non piacciono i piagnistei, come li chiama lui.

«Fai una prova» le ho detto ieri. «Scambia la tua costruzione con quella di Germano, vedrai che papà nemmeno le guarda, cioè le guarda ma per finta, non per davvero. Vedrai che sceglie sempre quella di Germano.»

Lei non ci voleva credere e ho dovuto insistere tantissimo, ma alla fine si è convinta.

Germano non voleva fare cambio, ma quando Marianna gli ha promesso che l’avrebbe lasciato giocare con la sua palla di pezza a spicchi bianchi e rossi ha detto sì.

Papà è tornato e aveva la faccia di quando parlare gli fa fatica, però è venuto nella stanza dei giochi e ha guardato le costruzioni e ha fatto finta di studiarle per bene, le ha prese in mano, prima una, poi l’altra, poi le ha messe giù.

«La più bella è questa» ha detto. Era quella di Germano che però era di Marianna.

Germano non ha capito niente ed era tutto contento. Stupido.

«Quella l’ho fatta io» ha detto Marianna. Stupida pure lei.

Papà non ha detto nulla e se n’è andato e sembrava annoiato.

 

Pietro Alabiso, agosto 1968

Com’è cresciuta in fretta Angelica. Sembra una ragazza di diciassette o diciotto anni, anziché la tredicenne che è, e i giovanotti qui al mare la guardano, persone molto più grandi di lei che forse se ne accorge e forse no, non mi è chiaro. Ho raccomandato a Maria di tenerla d’occhio, di fare attenzione a non lasciarle troppa libertà. 

Quando è nata Angelica ho immaginato che la mia povera madre, andata via così giovane (nemmeno me la ricordo, se non fosse per le fotografie non ne conoscerei il volto), fosse tornata. Proprio questo scrissi ad Armida nel telegramma con cui annunciavo la nascita, che era tornata la nostra mamma. A quell’epoca ancora non avevamo il telefono e non intendevo meridionee fino a casa della zia Gianna, che del mio matrimonio era stata tutt’altro che entusiasta. In realtà non vedevo la mia famiglia da tempo.

Quella sciocca di mia sorella e la zia vennero a farci visita nel giro di poche ore. Dalla zia non mi aspettavo altro che la bocca serrata in un’espressione scontenta con la quale infatti si presentò. Mia sorella invece sorrideva e fu affettuosa con Maria, a sua volta però piuttosto sostenuta. Ma Armida è una specialista nei discorsi inopportuni e, dopo aver accarezzato la testa della bambina e fatto qualche domanda sul parto e l’allattamento, si rivolse a me guardandomi con il cipiglio della professoressa che ha corretto un tema e non è soddisfatta (anche l’indice mi puntò contro). Non capii subito cosa volesse dire con quel lungo discorso sull’immortalità dell’anima, i defunti che non ritornano, le credenze pagane e la nostra religione. Quando mi resi conto che stava sproloquiando con tanta foga per la frase sentimentale del mio telegramma, la zittii bruscamente. Dopo un po’ lei guardò la zia che, seduta rigida con il cappotto ancora indosso e la borsetta sulle ginocchia, saltò su come una molla, quasi che quell’occhiata avesse azionato un pulsante. Nel giro di pochi minuti se n’erano andate, la zia impettita e mia sorella con la faccia lunga e gli occhi lucidi.

Poi, nel corso degli anni seguenti, la presenza di Angelica fece il miracolo. I rapporti tra la mia nuova famiglia e le due donne con le quali avevo trascorso i primi trent’anni della mia vita, con la parentesi della guerra, ripresero e divennero quasi normali. Qualcosa nella durezza della zia Gianna si sciolse; quando era con la bambina le sentivo ridere insieme e cantare canzoncine. Con me e con Armida la zia non era mai stata così tenera. Le dobbiamo moltissimo, ma abbiamo pagato tutto molto caro.

 

Maria ripete spesso che Angelica assomiglia a sua madre. Non mi piace sentirglielo dire, preferirei che nostra figlia, già così tanto delicata, troppo delicata, non se ne convincesse. Mia suocera, che non ho conosciuto, non era una donna equilibrata. Maria racconta dei suoi esaurimenti, delle stranezze del suo comportamento. Non voglio che Angelica si identifichi con una persona sofferente. E poi mia figlia assomiglia a mia madre, più cresce e più si fa simile a lei: magra, con gli occhi grandi e lucenti, l’espressione malinconica.

Oggi l’ho portata davanti al ritratto della nonna Angelica.

«È a lei che assomigli» ho detto.

È stata zitta per un po’, guardandomi con quell’espressione nervosa e spaventata che tanto mi irrita. Poi si è concentrata sul ritratto. Ogni tanto, anche qui in casa, le prende il blocco che le impedisce di esprimersi. Cominciavo a inquietarmi, non so mai cosa fare in questo tipo di situazione.

«La zia Gianna me ne ha parlato tante volte» ha detto lentamente. «Mi ha raccontato che la nonna era vanitosa e le piaceva ballare. Che portava i tacchi alti anche quando era incinta. Mi pare che la zia non… non le volesse bene.»

«La nonna era bellissima e il nonno era pazzo di lei» ho tagliato corto. «Ed è a lei che somigli.»

È rimasta a lungo a guardare il ritratto, con quell’aria incantata che ha quando si perde in un pensiero e sembra andarsene lontano, diventare irraggiungibile.

 

Angelica, ottobre 1969

Corriamo docili nel cortile del Liceo classico che sto frequentando a Catania, dove ci siamo trasferiti da poco. Il sole, in questo periodo dell’anno, è ancora offensivo, ma dobbiamo obbedire agli ordini del sergente Bozzi, come chiamiamo fra noi la professoressa di Educazione fisica.

Non è che il movimento mi entusiasmi, soprattutto il movimento di truppa organizzata in cui consiste l’Educazione fisica; ma mi adeguo, compensando con una buona dose di disciplina tutta la diversità che devo farmi perdonare.

Da una delle aule del pianoterra sta uscendo un gruppo di liceali, saranno di seconda o di terza. Mi sembrano così tanto più grandi di noi ginnasiali. Mi rendo conto che gli occhi incendiari di un tipo molto alto, col mento color carbone per la traccia di una barba fittissima, mi si sono incollati addosso.

Uno sguardo maschile di apprezzamento mi galvanizza sempre. Per ragioni che mi sono e mi resteranno oscure per sempre, mi fa pensare che posso farcela a diventare come tutti gli altri.

Quando le lezioni finiscono esco nel tenace tepore di ottobre con Mariastella, la mia compagna di banco. Facciamo un pezzo di strada insieme. La mattina passo da casa sua alle otto e dieci, l’aspetto per cinque minuti e poi, se non scende, me ne vado. Ho la mania della puntualità e l’intolleranza per chi ne è privo; è un tratto di famiglia.

Il principe arabo è lì, appoggiato a una motocicletta rossa. Mi fa un cenno di saluto, come se ci conoscessimo. Sorrido e passo oltre con la mia amica.

«Chi è?» indaga lei.

«Veramente non lo so. Oggi era in cortile mentre correvamo.»

Parliamo d’altro, lei è molto discreta e io piuttosto chiusa.

Dopo averla salutata sotto il portone proseguo e al secondo incrocio mi passa davanti, rallentando, il moro in moto rossa. Accosta, fa un cenno del capo verso di me e mette un piede a terra.

«Vuoi un passaggio?» chiede con naturalezza.

Con altrettanta naturalezza vorrei dire sì, certo, grazie. Vorrei saltare in groppa al destriero d’acciaio come vedo fare alle mie compagne, quelle che hanno genitori meno medievali.

«Mio padre mi ammazza» rispondo invece.

«Anche il mio ammazzerebbe mia sorella» ride. «Dài, lascio la moto e ti accompagno a piedi.»

«Meglio di no.»

«Mi chiamo Donato» dice, porgendomi la mano.

La stringo, trattiene la mia. Una sensazione buona di caldo e asciutto e forte. Mi batte il cuore e sento che sto arrossendo. «Angelica. Domani mattina davanti a scuola. Alle otto e un quarto» mi lancio, sottraendomi alla stretta e allontanandomi a passo svelto.

...

Questa è la fine dell'anteprima gratuita. 

 


© 2017 Oakmond Publishing GmbH & Co. KG
Günzburg - Germany
Proprietà letteraria riservata
ISBN 978-3-96207-120-2