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Angelo Basile

Plenilunium

Romanzo
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Perea, odierna Transgiordania
Febbraio del 30 d.C.

L’aria è pesante e umida, tira un vento fresco, anche se non si può dire che faccia freddo, ma il cielo grigio non promette nulla di buono.

Il servo si fa strada tra gli arbusti ai margini del fiume, i piedi affondano nella melma.

In quel punto il Giordano non è molto profondo e forma un guado.

Per fortuna i suoi padroni sono molto ricchi e generosi, tra le famiglie più in vista di Betania, proprietari di estesi vigneti e oliveti.

Hanno fornito il loro servo di sandali robusti, uno spesso mantello di lana per ripararsi dal freddo, frutta e vino per ristorarsi durante il viaggio.

L’anziano servitore è partito dalla casa dei padroni poco prima del sorgere del sole, le due donne gli hanno detto di cercare presso un’ansa del Giordano un uomo, lo stesso che altre volte fu invitato gradito e riverito nella casa, anche se non riesce a spiegarsi il perché.

Ai suoi occhi l’uomo, che si fa chiamare Maestro dai suoi discepoli straccioni, non merita tutta questa considerazione.

Il luogo al quale è diretto è il medesimo dove un altro predicatore, un certo Giovanni, faceva proseliti prima di questo.

Il servo fedele capisce di essere giunto nel posto indicato poco prima del tramonto, quando si unisce a un piccolo gruppo di pellegrini provenienti dalla Galilea, in viaggio per incontrare e farsi battezzare dal Maestro.

Questi gli raccontano di come quel mistico stia portando avanti la predicazione e le opere del defunto Giovanni.

Il compito affidatogli è semplice: deve riferire all’uomo della malattia che sta velocemente consumando il fratello delle due donne.

Da giorni una febbre altissima lo divora, a niente sono valsi gli sforzi delle sorelle, i denari spesi per unguenti medicamentosi e i medici che si sono avvicendati al capezzale del malato.

Anche in quell’angolo di mondo lontano dove sorge Betania sono giunte le voci dei prodigi e delle guarigioni che l’uomo ha compiuto in Galilea, e proprio per questo le due sorelle, disperate, hanno inviato il servo a cercarlo per implorarlo di venire a guarire il fratello moribondo, verso il quale il guaritore nutre un debito di amicizia, per essere stato suo ospite in altre occasioni.

In cuor suo è convinto che si tratti di un ciarlatano, ma non osa dirlo alle padrone.

Sa bene quale sia il suo posto e quali i doveri di obbedienza.

Al tramonto l’aria si fa più pungente.

Il servo si avvolge con cura nel suo mantello, gli anni vissuti a potare vigne e raccogliere olive gravano sulle sue spalle, non ha più la resistenza dei giovani imberbi e un giorno di cammino l’ha sfiancato.

È felice quando vede l’accampamento e i fuochi, spera di ricevere del pane e di potersi riposare al caldo prima di intraprendere la via del ritorno.

Prima deve però trovare l’uomo per cui ha camminato fino a lì e portare a termine il suo compito.

Il piccolo gruppo di pellegrini con i quali ha diviso l’ultima ora del cammino viene accolto da altri uomini che li abbracciano fraternamente.

Si scambiano saluti e baci, evidentemente erano attesi.

Qualcuno lo guarda con sospetto, seguono i suoi passi.

Vede al centro della piccola radura un capannello di uomini seduti attorno ad uno in piedi che parla loro.

L’uomo veste un chitone di stoffa e ha un mantello di lana gettato su una spalla. Lo riconosce e allunga il passo, impaziente di portargli l’ambasciata delle due sorelle.

Due uomini che sembrano sbucare dal nulla gli sbarrano la strada.

Intravede le spade appese nei foderi di cuoio tra le pieghe delle vesti, mentre si rivolgono a lui in aramaico.

«Tu, straniero. Dove vai così di fretta?»

Il servo indica l’uomo in piedi poco distante, alzando la voce, in modo da farsi sentire dagli altri presenti.

«Devo parlare con quell’uomo, il Nazareno. Egli conosce i miei padroni.»

«E cosa nascondi sotto il mantello?»

«Nulla.»

Mani veloci s’infilano all’improvviso sotto il suo mantello, palpano il suo corpo magro in cerca di armi, ma si ritraggono vuote.

«Non nascondo nulla», ripete.

I visi dei due uomini sembrano rilassarsi un poco.

«Il Maestro ha subito diversi attentati. Cosa hai da dirgli?»

«Ho da riferire notizie brutte riguardo alla salute di un suo amico e una preghiera di due donne.»

Qualcuno si gira a guardarli, incuriosito dalla scena.

«Chi sono queste donne?»

«Marta e Maria di Betania.»

I due uomini si scambiano uno sguardo preoccupato, poi gli dicono di non muoversi e retrocedono di qualche passo, in modo da poter discutere tra loro senza che il viandante li senta.

Almeno hanno fatto sparire nuovamente le armi tra le vesti, e da questo pensiero trae conforto mentre il sole si prepara a morire oltre le alture e un refolo di vento lo fa rabbrividire.

I due si parlano per meno di un minuto, poi gli si parano nuovamente davanti.

«Non è saggio che tu riferisca di queste cose al Maestro in questo momento. Ti daremo ospitalità per la notte, ma domani tornerai da dove sei venuto e dirai alle tue padrone di non averlo trovato.»

Il vecchio urla e si lancia in avanti, tentando di forzare lo sbarramento dei due.

«No! Lasciatemi passare. Devo parlare col Nazareno!»

Mani ferme lo trattengono, non ha alcuna possibilità.

«Taci stupido servo!»

Ora in molti si voltano a guardare, tra i quali anche l’uomo in piedi al centro dei discepoli.

Basta un suo cenno perché i due lascino libero l’uomo, che avanza verso di lui seguito dal loro disappunto.

Il servo entra nel cerchio dei discepoli, che ora si sono alzati e lo osservano incuriositi.

Molti altri, uomini e donne, si avvicinano per guardare la scena.

Tra le ombre della sera, ne conta un centinaio.

Quello che gli altri chiamano Maestro saluta il nuovo venuto e lo invita a parlare.

In sua presenza avverte un brivido freddo lungo la schiena e si domanda se sia dovuto alla stanchezza e al vento.

Non crede alle cose che si dicono di quest’uomo, ma il dolore che gli vede nascere negli occhi mentre gli racconta della malattia dell’amico e della speranza che le due sorelle ripongono in lui, lo turba profondamente.

Avrebbe voglia di asciugargli le lacrime che vede comparire con il dorso della mano, come si fa con i bambini, ma subito un piccolo gruppo di uomini, probabilmente i più fedeli, si richiude sul Maestro e lo trascina via, alcuni sorreggendolo.

Li sente discutere, qualcuno grida che sarebbe follia avvicinarsi a Gerusalemme.

Poi il manipolo, una dozzina, porta il Maestro dentro una tenda, abbastanza distante da dove il servo viene trattenuto da altri perché possa udirne le voci.

Il tempo passa, immagina che la discussione di cui è stato testimone prosegua nella tenda.

Intanto gli viene concesso di passare la notte vicino al fuoco e gli viene dato del pane d’orzo per rifocillarsi.

Vinto dalla stanchezza, si addormenta.

Alle prime luci dell’alba, quando il fuoco accanto al quale riposa inizia a languire, viene ridestato con malagrazia da un uomo che gli assesta una pedata e lo ingiuria in greco.

Soddisfatto del brusco risveglio che ha impartito al viandante, l’uomo gli si rivolge in aramaico, perché possa comprenderlo.

Dall’espressione del volto il servo capisce che il suo ospite deve avere passato una notte insonne, probabilmente cercando di convincere il suo Maestro a non partire, ma alla fine ha dovuto cedere alla sua volontà.

«Va’, e riferisci a Maria e Marta sua sorella che Gesù verrà.»

 

Milano, ospedale San Carlo
zona triage del pronto soccorso,
martedì 15 novembre 2016, ore 01:00

Qualcuno ha sintonizzato la radio su una stazione che trasmette grandi classici rock.

L’apparecchio è nascosto sotto il bancone dell’accoglienza, che domina la sala d’attesa con le file di sedie di plastica.

Il volume non è così alto da dare fastidio ai clochard che dormono raccolti nei loro giacconi lisi o ai pazienti in barella in corridoio, vegliati dai volontari delle autolettighe, in attesa di essere accompagnati nelle sale visita.

Un infermiere siede dietro il bancone, annotando dei parametri sulla cartella di un paziente in osservazione nella vicina astanteria.

La nottata, fino ad ora, non è stata terribile.

Non c’è ancora il ghiaccio nelle strade, quindi gli incidenti automobilistici non sono già così frequenti.

Lo saranno quando le temperature scenderanno, nelle prossime settimane, e allora aumenteranno anche le crisi cardiache dovute alla vasocostrizione da freddo, gli ubriachi, i senzatetto assiderati, le febbri e le complicanze respiratorie severe dei bambini, che affolleranno il pronto soccorso.

I doni dell’inverno.

Un deejay notturno commenta la super luna, ancora visibile, piena e al perigeo, la più grande degli ultimi settanta anni.

Tra gli attuali ascoltatori, però, la notizia non suscita particolare interesse.

Il telefono rosso sul bancone, quello associato alla centrale operativa del centodiciotto, squilla.

Un barbone apre un occhio, ma si riaddormenta subito.

L’infermiere ascolta e prende nota, poi parla nel microfono e la sua voce si diffonde chiara in tutto il pronto soccorso.

«In arrivo codice rosso. Poli trauma in arresto cardiorespiratorio. Sala rianimazione.»

Nel reparto che fa fronte alle emergenze, il personale è abituato a reagire prontamente.

Dopo pochi minuti il rianimatore in turno e gli infermieri presidiano la sala rianimazione, in attesa dell’autolettiga.

Il suo arrivo è annunciato dall’ululato della sirena che squarcia il silenzio notturno, spenta solo quando l’ambulanza affronta la rampa che porta all’ingresso della camera calda.

Le porte automatiche si spalancano, tre infermieri del centodiciotto e un medico irrompono nel corridoio di linoleum spingendo una barella sulla quale è assicurato un uomo da robuste cinghie arancioni.

Lo attraversano di corsa, fermando la barella una volta arrivati nella sala.

L’uomo è intubato, il medico che lo accompagna insuffla aria nei suoi polmoni spremendo ritmicamente un pallone ambu, mentre un infermiere in tuta arancione non smette di praticargli il massaggio cardiaco.

Su un braccio è fissato il deflussore di una flebo, una sacca di plastica ripiena di un liquido giallastro, simile a plasma, sul torace denudato sono applicati degli elettrodi e due piastre adesive collegate a un defibrillatore semiautomatico giallo, grande quanto un computer portatile.

Il tubo che fuoriesce dalla gola dell’uomo viene collegato a un respiratore automatico dal rianimatore, che ne imposta i volumi di aria e ossigeno e la frequenza degli atti respiratori.

Un infermiere in tuta azzurra dà il cambio al collega per proseguire il massaggio.

Agli elettrodi appiccicati sul torace vengono applicati dei cavetti colorati collegati a un monitor. La traccia verde sullo schermo reagisce a ogni affondo praticato dall’infermiere a mani unite sul petto dell’uomo.

La voce registrata dell’apparecchio defibrillatore, fissato con dei ganci alle spondine metalliche della barella, irrompe nella sala.

Interrompere il massaggio.

L’infermiere riprende fiato.

Non toccare il paziente. Valutazione in corso.

La macchina ci mette qualche secondo ad analizzare la frequenza impazzita dell’uomo, una serie di impulsi elettrici del tutto inefficaci a garantire una valida contrazione del suo cuore.

Scarica consigliata. Allontanarsi.

Al comando perentorio tutto il personale fa attenzione a non essere in contatto con elementi metallici della barella, per non assorbire incidentalmente parte della corrente che sta per essere erogata.

Il rianimatore preme il grande tasto verde che lampeggia sul defibrillatore, ma prima pronuncia a voce alta l’ultimo ammonimento, come prevede il protocollo.

«Via tutti!»

Il rumore è simile a quello prodotto da un piccolo generatore di corrente.

Il corpo dell’uomo si contrae.

Sul monitor appare una traccia.

Il cuore per il momento ha ripreso a battere.

Anche l’apparecchio posto sulla barella se ne accorge e lo formalizza nella sua voce metallica.

Interrompere il massaggio.

Il rianimatore ascolta la consegna del collega, mentre gli infermieri tagliano gli abiti ancora indosso all’uomo, già ridotti a brandelli e intrisi del suo sangue.

Gliene viene prelevato altro che riempie alcune provette, inviate immediatamente al laboratorio.

«Paziente maschio, adulto.

Intubato con tubo endotracheale, vie aeree pervie.

Presenta diverse ferite lacero contuse su tutto il corpo.

Ferite profonde presumibilmente da taglio.

Rinvenuto in arresto cardiorespiratorio probabilmente dovuto a shock ipovolemico.

Presenta segni di massiva emorragia interna.

Addome acuto.

Anisocorico, possibili danni cerebrali da anossia.

Praticata adrenalina intracardiaca e infuso con duemila di emagel. Tutto quello che avevamo. Perde come una fontana.»

Il medico valuta la cartellina che gli passa il collega, poi si rivolge al resto dell’equipe.

«Dai, avvisiamo la chirurgia. Mandiamolo su subito. Chiamate il radiologo per un torace al volo.»

Nel giro di pochi minuti l’uomo viene trasferito in sala operatoria.

Rimasti soli, i due medici si sfilano i guanti sporchi di sangue.

Il rianimatore di turno in ps si rivolge al collega dell’auto medica.

«Che casino. Dove lo avete trovato?»

«In strada. Era riverso in un lago di sangue. Sembra sia stato massacrato. Mai vista una roba del genere.»

«Brutta faccenda. I chirurghi avranno il loro daffare a ricucirlo.»

«Non credo che superi la prossima mezz’ora.»

«Sì, probabilmente hai ragione. Vieni, ti offro un caffè.»

«Volentieri, ne ho proprio bisogno.»

...

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