Comincia subito a leggere „Per Francesco che illumina la notte“

Elsa Flacco

Per Francesco, che illumina la notte

Romanzo
l'incipit in anteprima gratuita...

I

Campagna umbra, ottobre 1224

Il sole sfiorava l’orizzonte, le ombre si allungavano sul terreno: mancava poco all’arrivo della sera. I due frati si fermarono, contemplando il borgo raggruppato intorno alla chiesa e il campanile che svettava contro la luce radente degli ultimi raggi. La temperatura era gradevole, mite per quella stagione; o almeno tale la sentivano loro, reduci da un viaggio interminabile dal lontano settentrione, dopo aver attraversato montagne e boschi, colline e paludi, con caldo, pioggia e ogni tempo. Ma la lunga estate di cammino non bastava a far dimenticare i gelidi inverni d’Alemagna, e adesso assaporavano voluttuosamente l’ultima carezza del sole, così dolce sul saio di tela grezza che li copriva. Restarono in silenzio, assorti in una visione che avevano a lungo rimpianto negli anni delle asprezze germaniche. Il più alto e meno giovane ruppe il silenzio per primo:

«Non siamo lontani dal tuo paese, Giacomo: dovrebbe essere poche miglia a mezzogiorno di Perugia, se non sbaglio. Non vi sono mai stato».

«Sì, Bevagna è vicina, non ci torno da tre anni e non vedo l’ora di rivederla.»  Si voltò verso il compagno: «Immagino che per te sia lo stesso: da quando manchi dall’Abruzzo?»

«Da molto tempo. Era il 1215 quando sono stato per l’ultima volta a Celano, nella terra dei Marsi, insieme a Francesco: subito dopo essere entrato nella fraternitas ha voluto che lo accompagnassi in un giro di predicazione da quelle parti. Non vi sono più tornato da allora.»

«Non ho mai visto le montagne d’Abruzzo, Tommaso, mi ci devi portare.»

«Non hai idea di che vertigine possano dare, a voi che vivete tra queste colline tondeggianti così ben coltivate, in una terra accogliente dove tutto parla del Creatore. Non potete immaginare l’asprezza delle nostre rocce, i picchi altissimi innevati per tanti mesi.»

«Ne avrai nostalgia, dopo tanti anni. Adesso però potrai tornarci, il viaggio non è lungo.»

«Credo che andrò, ma non so quando. Ogni tanto mi assale il ricordo della famiglia, del palazzo dove sono cresciuto; soprattutto da quando ho saputo che Celano è stata distrutta per ordine dell’imperatore, nella primavera dell’anno scorso.»

«La tua città? E per quale motivo?»

«Federico II ha voluto punire l’arroganza del conte Tommaso, figlio di Pietro, che stava contrastando la sua politica. Chi c’è stato ha riferito dell’incendio, del silenzio, dell’abbandono. Ma il mio popolo è fiero, la ricostruirà più bella di prima. E io tornerò e vincerò il dolore e la rabbia: sono sentimenti che non devono albergare nell’animo di nessuno, meno che mai di un frate minore.»

«Mi dispiace, non sapevo nulla, la situazione del Regno non è ben conosciuta dalle nostre parti. Dev’essere doloroso riavvicinarsi alla patria sapendo che non si ritroveranno le case, le strade, le chiese.»

«Dovrò farmi coraggio.»

«Se decidi di andare entro l’inverno, e se può esserti di conforto, verrò con te, mi piacerebbe visitare la tua terra. Sai che a primavera dovrò ripartire, mi aspettano incarichi importanti lassù, non posso sottrarmi. Ma un giorno tornerò anch’io per restare.»

«Se vorrai accompagnarmi ne sarò felice: in due si affronta meglio qualsiasi cammino, e noi abbiamo già percorso parecchie miglia insieme.» Tommaso sorrise.

«Accetto molto volentieri e ti ringrazio.» Tacque un momento. «Adesso però sono in ansia per fratello Francesco, le ultime notizie non erano rassicuranti. Sono tornato soprattutto per rivederlo.»

«La sua salute è sempre stata debole, ma il suo animo ha un vigore straordinario; preghiamo il Signore che gli dia la forza di vincere infermità e dolore.»

Giacomo sospirò, poi si mosse.

«Scendiamo in paese, che dici? Chiediamo da mangiare e un riparo per la notte. Francesco non ci biasimerebbe, alla fine di un lungo viaggio anche due poveri frati hanno bisogno di riposare.»

«E di riempire la pancia vuota: per trovare la forza di fare del bene, come ci raccomanderebbe lui. Almeno qualche boccone di pane e rape riusciremo a rimediarlo, speriamo anche qualcosa di meglio.»

Si avviarono lentamente. Il sole era sceso sotto l’orizzonte, le ombre erano scomparse. E la sera avanzava silenziosa.

Mano a mano che si avvicinavano alle prime case venivano raggiunti dai suoni del borgo, dalle voci delle donne e dei fanciulli, dai richiami di qualcuno in lontananza. Gli odori della strada, delle bestie, degli escrementi si mescolavano a quelli delle botteghe e delle cucine. Qualche passante si voltò a guardarli, gli sorrisero: i lunghi anni al nord non avevano indurito la loro mitezza, che serbavano cara seguendo l’esempio del loro maestro; che tra l’altro si sarebbe sommamente indignato a sentirsi definire “maestro” di chicchessia. Le porte di molte abitazioni erano aperte, parecchi bambini si attardavano a giocare nella via: i frati li guardarono inteneriti, ricambiati con sfacciata curiosità. I piccoli erano amati da nostro Signore, come tutti i semplici, come gli animali, mansueti o da ammansire: uno degli insegnamenti più preziosi di Francesco.

Tommaso lo aveva conosciuto quasi dieci anni prima, ai tempi del suo ingresso nell’Ordine, dopo una fanciullezza spensierata trascorsa nel suo paese nella Marsica e una giovinezza dedicata agli studi, come si conviene a un chierico di famiglia agiata. Il Regno meridionale conservava ancora i vecchi ordinamenti, con signori laici e abbazie in lizza per il controllo del territorio, ma costretti a fare i conti con l’autorità centrale, di re o imperatori a seconda del periodo. Ma i sovrani erano lontani e raramente facevano sentire la loro presenza, lasciando i pretendenti locali a combattersi per un terreno, un abitato, una chiesa rurale e le entrate che potevano assicurare.

I conti di Celano erano tra i più potenti di quel lembo settentrionale del Regno, sempre pronti a far valere la loro forza su chi osasse sfidarli. Il conte Pietro non aveva esitato a cambiare più volte alleanza nella lotta che aveva contrapposto diversi anni prima il guelfo Ottone di Brunswick a Filippo di Svevia e, in seguito, al giovane Federico II. Ma arriva il momento in cui l’opportunismo non paga più, e a cadere in disgrazia presso l’imperatore era stato il successore di Pietro, Tommaso: ecco che una a una cadono le rocche di Roccamandolfi, Boiano e Ovindoli, fin dove arrivano i vasti domini dei signori di Celano. Frate Tommaso aveva sentito delle vicende della sua patria: aveva saputo, quando tutto era finito, della distruzione per mano del magister iustitiarius, il giudice presidente della Magna Curia Enrico di Morra, come monito a chi avesse ancora osato ribellarsi al grande Federico. Il suo cuore aveva pianto nella lontana Germania, dove amministrava le comunità francescane che nascevano come funghi. I Minori non riuscivano a tenere dietro al pullulare di conversioni non solo a Spira, Magonza, Worms, ma anche in Sassonia e Turingia, dove dovevano essere spediti continuamente gruppi di fratelli a gestire questa crescita tumultuosa.

Eppure Tommaso ripensava spesso alla famiglia, al borgo natio, alla grande casa dove era cresciuto. Ai primi maestri che lo avevano avviato agli studi e a quelli che in seguito avevano fatto di lui un chierico dotto e austero. Aveva studiato lasciandosi alle spalle la prima giovinezza dissipata, un po’ come quella di Francesco, a sentire i racconti dei confratelli che meglio lo conoscevano: era uno dei motivi che lo avevano attirato verso di lui, quel percepire un’affinità di cui non sapeva se l’altro si fosse accorto.

Non era stato uno dei primi seguaci. Era arrivato diversi anni più tardi rispetto a Bernardo, Pietro, Egidio, Silvestro, Rufino, Angelo, Illuminato, Masseo. Anche più tardi di Leone il candido e di Elia il concreto. Aveva ventisette anni quando si era unito alla fraternitas che si stava ingrandendo ed era rimasto affascinato da quella figura minuta capace di soggiogare con la sua umiltà. Non aveva abbracciato la vita comunitaria, aveva continuato a spostarsi, a studiare, preda di un’inquietudine senza perché. Ma era tornato ogni volta ad abbeverarsi alla saggezza del figlio di Pietro Bernardone, alla sua santità più potente di qualunque dottrina.

Poi la svolta, il Capitolo di tre anni prima alla Porziuncola, il giorno di Pentecoste dell’anno 1221. Una così grande affluenza di frati non si era mai vista: oltre tre migliaia, avevano calcolato. Non essendoci alloggi per tutti, avevano dovuto intrecciare coperture di rami e frasche all’aperto; tutta la popolazione di Assisi era accorsa a rifornire di cibo quella moltitudine, al punto che dopo la conclusione si dovette restare due giorni in più per smaltire gli avanzi. Tommaso sorrise al ricordo. A quel tempo si sentiva insoddisfatto, inadeguato: non era ancora riuscito a lasciare il mondo per darsi alla nuova vita. E così quando Francesco, per bocca del portavoce Elia, aveva invitato i fratelli presenti a offrirsi per la missione in Germania, lunga e pericolosa, d’impulso si era fatto avanti ed era stato subito preso.

Erano partiti, dodici chierici e tredici laici, al seguito del ministro provinciale Cesario da Spira: quasi sessanta giorni per giungere nelle fredde lande di Germania, a colonizzare quella terra inospitale. Un viaggio faticoso, avevano sofferto la fame nutrendosi di cavoli e rape per settimane. Si erano fatti forza reciprocamente, avevano fondato fraternitates in diverse città, mandati in missione da Cesario a gruppetti di tre o quattro. Tommaso si era guadagnato la stima dei superiori per la vastità della sua cultura e la simpatia dei confratelli per la capacità di non usarla come trofeo o strumento di prevaricazione; aveva stretto amicizia soprattutto con frate Giordano da Giano, anch’egli letterato. La considerazione che il ministro aveva per lui era tale che l’anno dopo lo aveva nominato custode dei conventi di Magonza, Worms e Colonia; quando era ripartito per l’Italia lo aveva promosso vicario, lasciandolo responsabile di tutte le comunità della Germania.

Questo accadeva l’anno prima. Ma mentre Giordano era rimasto, Tommaso aveva sentito il richiamo della patria, il richiamo di Francesco. Aveva ceduto la sua carica a un confratello ed era ripartito in compagnia del buon Giacomo di Bevagna. E adesso, dopo oltre cinquanta giornate di viaggio, rivedevano il dolce paesaggio dell’Umbria.

Il compagno lo strappò ai suoi pensieri:

«Stanno chiudendo quella bottega, affrettiamoci se vogliamo avere un pezzo di pane e, se Dio ci aiuta, una scodella di zuppa. Ho la pancia vuota e i piedi a pezzi.»

«Hai ragione, andiamo. E cerchiamo di riposare stanotte: per Assisi sono quattro ore di cammino e non sappiamo che situazione troveremo.»

 


© 2017 Oakmond Publishing GmbH & Co. KG
Günzburg - Germany
Proprietà letteraria riservata
ISBN 978-3-96207-120-2