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Giacomo Stipitivich

Lo schiavo patrizio

 

Romanzo
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Antefatto

Nell’anno 1453 i turchi conquistano Costantinopoli portando a termine una spettacolare cavalcata iniziata secoli prima tra le steppe dell’Asia. Il gigantesco Impero Ottomano prospera a fronte di un’Europa divisa e martoriata dalle guerre intestine.

All’alba del Sedicesimo secolo le flotte della mezzaluna dominano il Mediterraneo. A opporsi sono solo gli spagnoli, gli ordini militari e alcune repubbliche marinare italiane come Genova e, soprattutto, Venezia.

Dall’altra parte del mondo, il venti di maggio del 1498, il navigatore portoghese Vasco da Gama sbarca sulla costa del Malabar aprendo la via marittima per l’oriente. Dodici anni più tardi i portoghesi conquistano Goa e spalancano una finestra sul mondo sconosciuto dell’India.

I nuovi arrivati scoprono con rammarico che anche laggiù ci sono i turchi. Sono i lontani cugini di quelli di Costantinopoli; scesi dai monti dell’Asia Centrale hanno imposto la loro legge in quelle terre.

Nel sud della penisola un ultimo, grande impero indù ancora resiste all’invasione.

 

Prologo

Venezia, A.D. 1569

Il velo opprimente dell’afa era calato sulle acque immobili dell’Adriatico. Non tirava un filo di vento e un barcone da trasporto avanzava lentamente spinto dalle braccia dei rematori.

A prora un uomo osservava i lidi della laguna veneta spuntare a malapena dai flutti come i coccodrilli nei fiumi dell’India. L’uomo si chiamava Alvise Zorzi e nonostante avesse quasi cinquant’anni era ancora robusto e solido; a tradire la sua età non erano i tratti del volto o il portamento, ancora ben eretto, ma solo qualche pelo grigio sulla barba che restava però, in gran parte, ancora nera e lucente come l’ossidiana.

Sulla schiena portava i segni della frusta e nell’anima quelli meno evidenti ma più dolorosi di una tristezza antica.

Un suono di campane gli fece volgere gli occhi verdi. Riconobbe la forma familiare del campanile di San Niccolò del Lido, patrono della flotta veneziana, e sospirò.

«Sono passati venticinque anni. Venezia, sei ancora la mia patria? O forse la distanza ci ha reso estranei?»

Avvicinò la mano al pendaglio che portava al collo e passò le dita su una bizzarra effige di San Tommaso, molto distante dai gusti europei del tempo.

In realtà quel santo era così strano da far persino dubitare che si trattasse di un’immagine sacra, ma la cosa ad Alvise non importava.

Quel pendaglio, insieme a una piccola fortuna racchiusa in un anonimo scrigno di legno, era tutto quel che restava di venticinque anni di vita.

Anni ruggenti e crudeli. Anni in cui aveva avuto e perso tutto, l’amore, la felicità e la gloria. Ora quel che gli restava era solo quel San Tommaso, unico simbolo di una vita fatta di gioie e di certezze perduta per sempre nel rogo di una città dorata tra le roventi pianure dell’India.

Alvise scostò la mano dal pendaglio, come a voler scacciare la tristezza, e tornò di nuovo a volgere lo sguardo verso Venezia la cui sagoma cominciava ad apparire dietro il leggero velo di foschia che spesso si stende sulle lagune nelle mattine d’estate.

«Non sarà di certo un’entrata trionfale, ma sarà il caso di mantenere almeno la decenza» pensò prima di aprire il baule e indossare i suoi abiti migliori.

Si infilò le braghe di lino, una camicia in stile indiano, che trovava molto più comoda rispetto al farsetto di moda in Italia, e una sopravveste con le spalle bombate.

Quell’abbinamento strampalato lo faceva somigliare a un coloniale portoghese ma, a Venezia, l’umanità era varia e sapeva che nessuno avrebbe fatto caso a lui.

Il barcone entrò nella laguna e giunse in vista del Palazzo Ducale. Non aveva dimenticato quel trionfo di marmi bianchi e archi in stile bizantino con le cinque cupole della basilica che spuntavano da dietro la facciata.

Alvise sorrise tra sé; la vista di quello scenario familiare gli diede conforto.

Persino negli anni più felici, quando la vita sembrava dolce e c’erano una moglie a scaldargli le notti e dei figli a rallegrargli le giornate, la visione della città dov’era cresciuto non l’aveva mai abbandonato. Era sempre rimasta lì, come un ricordo lieto che credeva sarebbe sempre rimasto tale.

Seguendo le sue indicazioni il barcone approdò alla sfarzosa porta acquea di un edificio in marmo bianco che spuntava dalle acque verdi del Canal Grande. Il massiccio portone ad arco, sorretto da colonne in stile dorico, aveva al centro un faccione barbuto di pietra. Forse si trattava di un suo antenato. Un tale Niccolò che aveva combattuto nella crociata del 1204, ma Alvise non ne era certo.

Alzò gli occhi verso i piani alti e vide il balconcino dove un tempo Catarina sedeva a guardare le gondole dei mercanti passare lungo il canale.

Erano anni che non pensava a lei.

Il ricordo gli regalò un sorriso amaro, ma subito la mente corse a un alto luogo e a un’altra donna.

Raccolse il suo bauletto, pagò più del dovuto i barcaioli e saltò sul molo.

Era a casa ma non lo sentiva.

Un giovane moro in livrea gli sbarrò la strada.

«Chi cercate e chi siete?» gli chiese cortesemente abbassando il capo in segno di riverenza.

«Annunciami al signor Pietro Zorzi.»

«E chi avrei l’onore di annunciare al signor Senatore?» rispose il valletto con il suo buffo accento africano.

«Beh» disse Alvise sorridendo al giovane «digli che suo fratello Alvise ha fatto ritorno dal regno dei morti e che chiede udienza. Digli anche che non ho intenzione di aspettare un altro quarto di secolo.»

Il moro rimase per qualche secondo senza parole, poi fece un leggero inchino, lo invitò a sedersi su una panca e corse su per le scale con la velocità di un fulmine.

«Questo moretto non era nemmeno nato quando lasciai Venezia» pensò Alvise mentre sedeva ad ammirare lo stemma della famiglia Zorzi scolpito sulla vera da pozzo. Uno scudo diviso in quattro quadranti con due galee e due elmi come a rimandare alla vocazione marinara e guerresca della casata.

Un tempo quello era stato anche il suo simbolo, si chiese se sarebbe potuto tornare a esserlo.

«Se un servo che, probabilmente, non ha mai sentito parlare di me reagisce in questo modo al mio ritorno allora mio fratello Pietro farà un colpo apoplettico» si disse sorridendo a denti stretti. In effetti il moro non era riuscito a mantenere la flemma ed era rimasto stupito come se si fosse trovato davanti a Gesù Cristo in persona.

Proprio in quel momento, dal balcone interno del piano nobile del palazzo, si affacciò la sagoma di un uomo gobbo e canuto con il volto scavato dal tempo e dal vaiolo. Il vecchio indossava un farsetto a falde sopra una camicia di seta e, nonostante l’aspetto grottesco, la sua presenza ispirava rispetto.

Alvise gli sorrise e non disse nulla aspettando che fosse l’uomo a parlare.

«Credevo fossi morto» disse Pietro Zorzi al fratello che lo osservava dal cortile «non è passato giorno che non abbia pregato per la tua anima, evidentemente è servito a qualcosa.»

«Lo sai che non ho mai riposto molta fiducia nelle preghiere» rispose Alvise sorridendo.

Due lacrime scesero lungo le guance di Pietro.

Pochi secondi dopo i due fratelli si trovarono l’uno di fronte all’altro.

Alvise aveva immaginato quel momento mille e mille volte negli ultimi mesi.

Si era chiesto quale sentimento avrebbe prevalso ora che erano passati così tanti inverni. Avrebbe vinto l’amore fraterno o l’odio nato dalla gelosia?

«Mi dispiace per tutto» gli disse Alvise.

«Anche a me. Non sai quanto.»

I fratelli sospirarono all’unisono. C’erano mille frasi non dette e un’infinità di ragioni per cui chiedere perdono.

«Non mi hai riscattato» disse Alvise rompendo il silenzio.

La bocca del gobbo si strinse in una smorfia di dolore.

«L’ho fatto, ma era ormai tardi. Ho mandato messi sia a Algeri che a Jeddah. Hanno detto che eri morto. Da quel momento in poi non ho fatto che tormentarmi. Credevo che la mia colpa verso di te e verso Dio fosse impossibile da cancellare.»

Alvise lesse negli occhi verdi del fratello il pentimento e il dolore. In cuor suo aveva sempre sperato che Pietro si fosse pentito di ciò che aveva fatto ma ora, nel vederlo così vecchio e afflitto, provò pena per quello che, anche lui, aveva passato.

«So cosa provi, ed è stato tutto perdonato molti anni fa. Piuttosto sono io che devo chiederti perdono per aver preso ciò che era tuo.»

Pietro gli sorrise. Non lo faceva da trent’anni.

«Se ciò che è stato è perdonato significa che adesso i nostri peccati sono affare che riguarda solo noi stessi e Nostro Signore. Ora spero solo che fino a che resteremo in questo mondo, potremo ritornare a vivere come una famiglia. Una famiglia che, come vedrai, si è allargata.»

Pietro strinse il fratello con la poca forza che gli consentiva il suo corpo piegato dagli anni e dalle malattie. Piansero a lungo, in silenzio, fino a che Pietro, staccandosi dalla morsa gli chiese, semplicemente: «Dove sei stato?»

«Sono stato in molti luoghi e sono stato molti uomini» gli rispose enigmatico.

«Allora siediti, fratello. Raccontami di questi luoghi e di questi uomini a cominciare dallo strano pendaglio che porti al collo» gli disse indicando l’effige di San Tommaso.

«Questo è tutto ciò che resta di mia moglie. Lei era parte di una delle mie vite e del più bello e felice dei miei mondi.»

Nella sua voce la tristezza pareva infinita.

PARTE PRIMA

Lo sposalizio del mare

 

Desponsamus te, mare.

In signum veri perpetuique dominii

 

Noi ti sposiamo, mare.

In segno di vero e imperituro dominio

 

1

Venezia, A.D. 1533

 

Alvise e Pietro sedevano su delle panche di legno al piano nobile del palazzo di famiglia che sorgeva poco lontano da campo San Polo. Nel grande salone affrescato attendevano la chiamata del padre.

Erano eccitati e timorosi.

Alvise era irrequieto. La sua mente correva a ritroso cercando di ricordare tutto quel che aveva fatto dall’ultima volta che il padre gli aveva fatto assaggiare la cinghia.

Seduto dalla parte opposta del salone Pietro sembrava essere molto più rilassato.

Che anche lui fosse stato convocato faceva sentire Alvise più tranquillo.

Pietro era un’anima obbediente, amante dei libri e dei numeri, e Alvise nemmeno ricordava l’ultima volta che il fratello maggiore avesse buscato qualche frustata.

Il suo sguardo si soffermò sulla pelle deformata dal vaiolo anche se sapeva che Pietro non amava essere squadrato in quel modo. Aveva tre anni più di lui, ma era gracile e debole a causa della malattia che lo aveva afflitto da bambino. Inoltre, il troppo studio ne aveva accentuato la scogliosi lasciandogli in eredità un aspetto grottesco come quello dei gargoyles delle chiese gotiche.

A vederli così nessuno avrebbe potuto credere che i due fossero fratelli. Ad accomunarli parevano essere solo il nome di famiglia, i capelli color ebano e gli occhi verdi come le acque della laguna.

Pietro amava sedersi al tavolo per leggere e copiare libri, analizzare i conti della famiglia e andare a messa nella vicina chiesa di San Polo. Alvise invece coglieva ogni occasione per filarsela oltre il muro del palazzo e andarsene a nuotare nei canali e a darsele di santa ragione con i ragazzini plebei del quartiere che lo avevano soprannominato Sior braghe onte.

Il nomignolo se l’era guadagnato quando aveva imbrattato un paio di braghe di lino del valore di tre mesi di salario di un artigiano.

Ad Alvise della matematica e delle sacre scritture interessava poco o nulla.

Lodovico da Mira, il suo maestro, gli aveva ripetuto quanto fosse disdicevole per un nobile veneziano non interessarsi alla scienza dei numeri, somma regolatrice dei commerci, che erano la linfa vitale sulla quale la città aveva costruito il proprio potere e la propria, invidiata, ricchezza.

Al solo fine di evitare di sentir schioccare la cinghia, Alvise aveva ingoiato il rospo e cercato di seguire con diligenza le lezioni ma, per la disperazione di Lodovico, continuava a non azzeccarci molto.

Per quanto lo obbligassero a far di conto e a leggere quelle noiose Vite dei Santi, non erano riusciti a domare l’indole riottosa del ragazzo che sembrava pensare solo a combinare disastri con quei pezzenti dei suoi amichetti mandando il Sior Zuane Zorzi su tutte le furie.

Alvise sapeva che la disubbidienza e la pelandroneria avevano un prezzo e i segni che portava sulla schiena e sul sedere erano lì a ricordarglielo, tuttavia le avventure che lo attendevano al di là del muro o del canale valevano bene qualche vergata. Aveva quindi continuato a disobbedire fino a che il padre non si era messo il cuore in pace e lo aveva lasciato fare a patto che non trascurasse lo studio e che stesse attento alle braghe.

Tra padre e figlio si era quindi instaurata una specie di pace armata in cui Alvise la mattina studiava mentre il pomeriggio scavalcava il muro e cercava, non sempre con successo, di non lasciare troppi segni delle proprie bravate.

Con tutti quegli impegni gli restava ben poco tempo per andare a messa, scatenando le ire del precettore che, per ironia della sorte, era un frate.

Ai rimproveri di fra Lodovico rispondeva sempre che poteva andare tranquillamente a messa con Pietro che, alla fine dei conti, pregava per tre.

Frate Lodovico da Mira era ormai vecchio ma non si poteva dire che non avesse vissuto. Prima di diventare il precettore dei giovani Zorzi aveva viaggiato molto indossando il saio dei francescani.

Durante i suoi lunghi pellegrinaggi aveva conversato con dotti musulmani all’ombra di Santa Sofia a Costantinopoli, condiviso pasti frugali con i fratelli del convento del monte delle Beatitudini e posato una mano tremante sul sepolcro di Cristo nella città santa di Gerusalemme.

Il Levante era stato per decenni la sua casa e aveva quasi finito per dimenticare il villaggio di Mira in cui i suoi genitori avevano vissuto l’umile vita dei contadini.

I viaggi avevano avuto per lui una doppia funzione: da una parte, nella sua visione manichea dell’esistenza, servivano a spalancargli le porte del regno dei cieli, dall’altra saziavano la sua curiosità per le cose del mondo.

Le peregrinazioni del frate non si sarebbero interrotte se di mezzo non si fosse messa la malasorte. D’un tratto il priore dell’ordine francescano l’aveva richiamato a Venezia mettendo fine al suo soggiorno nel Levante.

Anche se di controvoglia, ligio al voto d’obbedienza, Lodovico era tornato in Italia senza fare storie e così dalle sabbie del Cairo si era ritrovato a lavorare nell’orto del convento di San Francesco del Deserto. Il monastero si trovava in un’isola poco lontana da Burano ed era stata chiamata così perché San Francesco d’Assisi, di ritorno dalle crociate, vi si era fermato per pregare e meditare.

«Strana e ironica la sorte» pensava Lodovico; l’idea che un’isoletta circondata dalle acque della laguna fosse chiamata del Deserto era l’unica cosa che gli regalava un sorriso in quella vita scandita dai salmi dei suoi confratelli e dall’incessante picchiare della zappa nel terreno.

E così erano passati anni in cui Lodovico combatteva la propria inquietudine lavorando nei campi ed elevando lodi al Signore in un quadrato di terraferma lungo poco più di trecento piedi per lato sperduto tra le nebbie della laguna settentrionale. Una bella differenza con la vita frenetica di Alessandria e di Acri.

Lodovico era entrato nell’ordine francescano per seguire la vocazione del pellegrino, non certo per starsene lontano dal mondo e di fatti detestava la clausura e solo il timore di affrontare la vita senza la protezione del saio gli aveva impedito di seguire il proposito di abbandonare l’ordine e di camminare una volta ancora per le vie del mondo.

Non sorprende quindi che, quando Zuane Zorzi si presentò alle porte del piccolo convento in cerca di un precettore per i suoi giovani rampolli, Lodovico cominciò ad agitarsi come un’anguilla in un cesto. Il priore del convento, che di Lodovico era confessore oltre che superiore, decise di non farsi sfuggire l’occasione di rimpiazzare quell’anima inquieta con qualche giovane dal temperamento più adatto all’eremitaggio.

Fu così che, all’età di 50 anni e con un lustro di clausura alle spalle, Lodovico rientrò nel mondo con lo scopo di plasmare due giovani menti di nobile famiglia pensando che si trattasse di un compromesso accettabile. Certo non era eccitante quanto l’attraversare i mari e i deserti ma Venezia era pur sempre la più cosmopolita tra le città d’occidente.

«Potrò viaggiare semplicemente parlando con i mercanti di Rialto» si illudeva «e poi chissà? Magari tra qualche anno mi permetteranno di ripartire…»

Lodovico aveva trovato piuttosto semplice farsi un’idea del carattere dei suoi due nuovi studenti. Per un monaco abituato alla clausura dove si parla poco e quando lo si fa si misurano le parole con il contagocce l’esuberanza dei due ragazzini ebbe l’effetto di rendergli immediatamente chiaro quale fosse la tempra di ognuno dei figli del Senator Zuane Zorzi.

Pietro, il maggiore dei due, era pacato, taciturno e attento ai dettagli quanto Alvise, figlio cadetto e destinato quindi alla carriera militare o a quella ecclesiastica, era irruento, chiassoso e curioso fino all’eccesso.

Lodovico capì subito che non ci sarebbe stato verso di fare di Alvise un buon ministro di Dio.

«Questo qua diventerà capitano dell’armata da mar» pensò sin dalle prime lezioni. «Non sarà un pastore di anime ma, a Dio piacendo, aiuterà a spedire al Creatore un buon numero di infedeli.

«Se la Repubblica non fosse così ostile a certi ordini monastici suggerirei al Sior Zuane di farlo entrare nei cavalieri di San Giovanni.»

Il frate sapeva bene che si trattava di una fantasia irrealizzabile. I veneziani non amavano lo zelo crociato dei cavalieri di San Giovanni e li consideravano alla stregua di pirati che si coprivano dietro la croce il cui unico effetto era danneggiare i commerci e infastidire il Sultano che reagiva rinforzando la flotta a tutto danno della Serenissima. Quindi, anche se Alvise sembrava apprezzare i risvolti violenti della fede cattolica e adorava leggere le cronache delle crociate, quello di Lodovico era destinato a restare un sogno incompiuto; il padre avrebbe sicuramente sfruttato l’aggressività del ragazzo per fargli far carriera nella marina veneziana e, magari, pure per fargli comandare i convogli mercantili che la famiglia ogni anno inviava nel Levante.

Se in Alvise, Lodovico vedeva un soldato, in Pietro vedeva invece un cardinale, ma sapeva che anche quello era un sogno irrealizzabile.

La fede di Pietro era salda, il suo atteggiamento verso Santa Madre Chiesa era rispettoso e timorato come si confà a un buon cattolico.

Il ragazzo amava leggere le Vite dei Santi, non si addormentava durante le letture dei Vangeli, non perdeva una messa e attendeva la Pasqua non tanto per mangiare l’agnello quanto piuttosto per avere l’occasione di confessarsi. In realtà, fosse stato per lui, si sarebbe confessato ogni mese ma il parroco, che reputava la confessione una cosa assai seria, gli aveva imposto di farlo una sola volta l’anno.

La differenza tra i due non si limitava di certo solo all’atteggiamento nei confronti della Santa Fede. Il primogenito era meditativo, ombroso e piuttosto dotato per la filosofia mentre Alvise non era capace di stare seduto per più di cinque minuti a meno che non si parlasse di guerra o di navigazione.

Lodovico aveva, durante i suoi anni di pellegrinaggi nel Levante, assistito a diverse battaglie, quasi tutte terminate con una vittoria degli infedeli e con nuovi lutti per il gregge di Cristo, e aveva attraversato più volte il Mediterraneo imparando così i rudimenti della navigazione quasi in omaggio alla propria origine veneta.

Alvise adorava quelle storie ma, con grande delusione del frate, non sembrava provare troppa pena per le vittime soffermandosi piuttosto a sognare a occhi aperti le azioni fulminee dei giannizzeri e della cavalleria turca.

Quando Lodovico descriveva una città Pietro chiedeva quali fossero i principali luoghi santi e quali fossero i beni che vi si commerciavano mentre Alvise si informava sul porto e sulle difese.

«Quanti castelli? Quante torri? Quante navi da guerra può ospitare la rada?» Al ragazzino sembrava non interessare altro.

Che i due fossero fratelli solo di nome apparve ancor più evidente durante una sorta di lezione all’aperto che il frate aveva deciso di impartirgli.

Questa è la fine dell'anteprima gratuita. 

 


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