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Fernando Muraca

La voce di Anna

 

Romanzo
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Prologo

I poeti dicono che conoscendo qualcuno si può cadere in un equivoco della ragione, nella follia, in una sorta di stordimento. Bisogna fidarsi di loro, delle cose che ci insegnano perché essi vedono quando guardano e hanno il dono della profezia. Sanno che si può fare qualsiasi cosa per rimuovere ciò che frena un desiderio autentico. I poeti hanno ragione quando ci istruiscono su queste cose perché i desideri ci spingono fuori dai recinti che ci infliggono le regole, aiutandoci a vincere le paure, il senso d’inutilità. Ci dicono la verità su noi stessi mettendoci di fronte a ciò che sentiamo e che siamo veramente. I desideri rivelano i bisogni più profondi, le angosce che cerchiamo di contenere, le menzogne cui siamo disposti per non affrontarli a viso aperto. Io amo i poeti e ho imparato a scrutare nei loro deliri e qualche volta vi ho trovato la luce di cui avevo bisogno, il coraggio necessario alle imprese più grandi che la vita mi ha messo davanti. Per questo mi sono decisa a dirti quello che sto vivendo anche se non ci siamo mai incontrati di persona. Ti voglio accordare la mia fiducia senza che tu abbia potuto meritarla e farti conoscere, senza veli, la mia anima. Sento che devo farlo, che posso rivelarti i miei segreti perché nelle poche cose che mi hai scritto, ho riconosciuto uno sguardo che assomiglia al mio, un modo di guardare il mondo che suscita in me curiosità e desiderio di relazione. Non sono mai stata avventata nelle amicizie e nei rapporti, mai così tanto almeno, ma prima non sapevo ascoltare i poeti.

I
Il viaggio

Una mano tiene davanti a sé un piccolo registratore vocale. Dita affusolate premono il tasto di registrazione. Sulle labbra morbide scivolano le parole raccolte con gli occhi su un piccolo diario dalla copertina rigida ricoperta di stoffa rossa.

Inizio a raccontare il mio ultimo viaggio attraverso il filo che ho lasciato dietro di me. I miei passi, rivisti camminandoci sopra all’indietro, sembrano irriconoscibili. Mi appaiono familiari e stranieri allo stesso tempo. Non mi sorprendo e non mi spavento. Sono una viaggiatrice di professione e sono consapevole che i misteri non si svelano al primo sguardo.

Anna sta registrando quello che ha scritto nel pomeriggio e legge con intenzione, come se avesse di fronte a sé qualcuno.

Finché avrò un soffio di vento nei polmoni da poter respirare, viaggerò. Il mio sogno nel cassetto è di morire alla fine di un viaggio, alla meta. Cammino, come so, come posso, più di questo non riesco a fare. Per questo mi sento prudentemente felice. Dico prudentemente per non offendere nessuno magari meno fortunato di me. Ci sono tanti che non riescono neanche a partire. Ci sono altri che non sanno neanche cos’è un viaggio. Ma non voglio abbandonare il mio cuore nella tristezza per questo.

Si ferma un istante.

Lo fa per assicurarsi di non essere sdolcinata, pedante.

Quanta bella gente ho incontrato viaggiando. Se chiudo gli occhi li vedo. Su di essi si ferma il mio cuore. Con un profondo abbraccio. Un senso di gratitudine che mi accompagna sulla strada quando sono sola. E capita di essere soli. Di sentirsi soli, capita.

La pagina è finita. Sola, seduta alla sua scrivania, con le sue dita affusolate, con le sue unghie dipinte tenuamente, la donna chiude il quaderno e preme il tasto di pausa sul registratore. Mentre spinge il tasto lo guarda e fa un pensiero stupido. Pensa al perché abbiano deciso di rappresentare la pausa con quel simbolo: II.

Spinta dalla curiosità prova a cercare su internet. Digita qualche stringa nel motore di ricerca ma non trova niente. Di solito sulla rete trova tutte le risposte che le servono per queste cose. Fa diversi tentativi cambiando le parole della ricerca. Niente. Si arrende. Allora prende in mano la penna, gira la pagina e sul foglio bianco che ha davanti scrive un titolo: Il mio nome. Lo scrive in alto, al centro del quaderno.

II
Il mio nome

Le anime diventano leggere a causa di voli sconsiderati, per la solitudine e difendendosi dalla paura. Quello che basta per una vita. Continuando sempre a credere e sperare oltre il muro della vergogna, della derisione, dell’ingratitudine. Così un’anima si fa leggera; nel pianto, nel vento, sognando.

Una mattina camminando lungo il fiume una madre vide passare il suo bambino e lo guardò crescere, camminare e allontanarsi verso gli oceani. Così l’anima che vuole volare tratta le idee, i bisogni, le estasi, gli altri da sé.

Quando tutti i fiumi avranno raggiunto il mare l’acqua si fermerà. Un silenzio diverso da quello che sperimentiamo adesso attraverserà la terra fino ad appoggiarsi sopra ogni uomo che ha passato giorni. Chi non avrà pesi volerà. Per questo l’anima si deve preparare e farsi trovare così, leggera, libera: per volare.

Anna si alza lasciando il suo diario sulla scrivania. Ha scritto quasi come fosse sotto dettatura. Sta parlando di sé, della sua anima. Conosce bene gli spazi interiori, sono il suo terreno di gioco preferito. Apre la finestra ed esce sul balcone. Guarda la natura davanti a sé. Gli occhi le si posano su una pianta. Vede una foglia ingiallita e la stacca. Più in là, accanto al muro del balcone, c’è un annaffiatoio. Lo riempie usando un piccolo rubinetto di servizio e dà acqua a tutti i vasi. Poi, risolutamente, rientra come se un pensiero la spingesse di nuovo a scrivere.

Oggi, un giorno come tanti, la casa del sole apre le finestre e la musica esce dalle arcate della vita, si fa strada dentro la città, fra gli uomini e sussurra le sue canzoni. A volte si ferma in un rivoletto di sconforto e dice una nota. Poi riparte verso altri paesaggi.

Le nostre vite sono costellate da una ripetizione delle stagioni, un ciclo vitale che serve a rassicurare. Abbiamo bisogno di ritrovarci nelle stesse cose dopo che le abbiamo conosciute in modo da gustarle meglio, con più libertà e spregiudicatezza.

Questo vale per l’amore fisico e ancora di più per quello spirituale. La confidenza è l’arma più potente per creare la comunione. Essa genera la prima ancella dell’unità: l’intimità. Ho conosciuto la confidenza per la via del perdono dopo averla cercata caparbiamente per le strade delle parole. Pare uno scioglilingua ma io penso così, in fretta. È un modo che ho escogitato per non farmi prendere dalla paura ed evitare per questo di andare in fondo alle cose.

Ci vuole che trascorra il tempo senza che sia assalito dalla nostra premura. È un atteggiamento interiore che si capisce lentamente e ha un nome. Si chiama pazienza. Non è un caso che sia scritto: «Con la pazienza possederete la vostra anima.» Quando essa si sarà fatta leggera.

Così ho scoperto il mio nome.

Il mio nome è Fantasia, me l’ha dato il vento in una notte di tempesta. Ecco, ognuno ha il suo nome che è parte del mondo. Un’asse infuocata fra la terra e il cielo. Fantasia è il nome della mia anima.

Al secolo mi chiamo in un altro modo. Sono alta un metro e settanta. Ho un corpo discreto e gli occhi che possono scrutarti dentro. Ma solitamente passo inosservata.

Sono una come tante.

Anna è davanti allo specchio col suo registratore all’altezza della bocca, nell’altra mano il quaderno rosso. Fissa la sua immagine riflessa. Lo fa per controllare la descrizione che ha fatto di sé. Guarda nel dettaglio le sue curve. Ha spento il registratore e lo mette, insieme al quaderno, nella borsa che ha sulla poltrona vicino alla cabina armadio. È nella sua stanza da letto adesso. Ci sono poche cose oltre alla poltrona bianca e al letto basso, quasi attaccato al pavimento. Una piccola pila di libri vicino alla lampada del capezzale, un grande quadro su una delle pareti dipinte di un delicato azzurro, una scultura che poggia su un piedistallo. Raffigura due mani che si cercano prima che si stringa la presa. È fatta di pietra di alabastro e le dita sembrano in movimento, un’opera di valore. Un’opera che sta nel suo precario equilibrio in una casa certamente non frequentata da bambini.

Anna si spoglia per cambiarsi d’abito mentre la luce del mattino entra dalle serrande leggermente socchiuse. Il suo corpo rosa è bellissimo e non corrisponde all’avara descrizione che ne ha appena fatto. Un tempo avrebbe saputo e potuto essere molto più generosa con se stessa. Ha vissuto giorni di spavalderia che oggi vorrebbe dimenticare completamente.

III

Chi sono io

Il piccolo trenino che costeggia il lago di Albano parte dalla stazione con fatica e inizia a cadenzare il viaggio attraverso il rumore che i binari rilasciano al suo movimento. Su questa linea fuori città i treni non possono incrociarsi marciando in direzioni opposte perché il binario per il transito è uno soltanto. I treni si aspettano nelle stazioni dove i binari raddoppiano. Ognuno dei convogli lascia la strada all’altro dopo averlo affiancato per qualche minuto. Gli uomini invece s’incontrano sugli scalini, uno sfiorarsi veloce che non lascia tempo né a saluti né a sguardi attenti. Anna è entrata nel vagone di destra e ha trovato posto vicino al finestrino. Guarda per un po’ verso il basso e contempla la nebbia che ricopre il lago.

È salita alla stazione di Castel Gandolfo, la terza dal capolinea. Va a prendere il treno lì per lo spettacolo che si può osservare dalla banchina mentre si rimane in attesa ad aspettarlo. Da casa sua, in macchina, ci vuole poco a raggiungere la stazione. Una delle tante spettrali fermate delle province italiane dove non c’è più biglietteria e personale. Era stata una stazione disegnata da ordinate aiuole un tempo quando qualcuno l’aveva considerata la sua stazione e vi abitava con la famiglia a controllare il vicino passaggio a livello. Adesso è in stato di abbandono. Eppure molti salgono lì sul treno. Anna è vestita con una certa eleganza e presto inizia a scrivere sul suo quaderno rosso.

Una luce bianca si concede agli occhi turbati dalla paura. Oggi molto più di ieri posso credere alla voglia di riscattarmi. Di trovare gioia nella sola sensazione di respirare. Inspirare ed espirare lentamente. Un tempo che posso concedermi per ricordare di essere nel mio corpo.

Sto andando in treno verso il centro di Roma. Incontrerò per lavoro un uomo che potrei amare ma che non stimo abbastanza. Mi sento fortunata a essere così padrona di me ma anche un po’ saccente. Forse se non divento capace di maggiori compromessi resterò sola.

La solitudine non mi fa paura. Si ha paura di restare soli quando s’intravede nella propria vita la noia. Io non mi sono mai annoiata. Ho sempre un progetto davanti a me, un viaggio.

La conclusione alla quale sono arrivata è che una stabile serenità richiede un rapporto vero con le persone, con gli altri. Uomini e donne che ora cerco di guardare senza scambiarli più per nemici, concorrenti, soggetti di cui diffidare.

È una sfida e diventa un prologo per la vita futura l’inspiegabile coraggio che mi è nato dentro. Boom. Un colpo di fortuna senza precedenti l’idea maturata di uscire dal recinto emotivo, dalla comfort zone che avevo involontariamente costruito intorno a me. Ho compiuto trentacinque anni. Una donna formata, si direbbe. Adeguata più o meno ai tempi che corrono. Ho deciso di raccontare le cose che stanno succedendo. Le scriverò a te che sei un uomo che in un certo senso non esiste nella mia vita reale. Ti chiamerò... Come ti chiamerò? Non lo so. Per ora ti chiamerò col nome del tuo indirizzo mail, Signor X. Ti va bene?

Carissimo Signor X, ti scrivo per dirti che la fortuna che mi è capitata non è una cosa che si possa raccontare con facilità. È il punto di mezzo di una storia. Oggi giro intorno alla boa che ho raggiunto per moto perpetuo e torno sui miei passi attraverso una rotta nuova… Che vorrei nuova. Tentenno perché il coraggio che mi è nato dentro non cancella tutta la paura.

Da noi, quaggiù, in questo piccolo e prepotente primo mondo, i dolori interiori sono prevalenti. Per questo siamo aggressivi con gli altri. Di più se siamo donne. È capitato ad alcune di noi di essere amate e che questo amore lo lasciassimo scivolare senza troppo riflettere sotto le gonne. Poco a poco, abbiamo imparato a combattere le femmine e odiare i maschi mentre fingevamo di desiderarli. Forse non succede a tutte così, certamente no, ma negli ambienti che frequento io ne conosco tante con questa fisionomia, la stessa che ho avuto io per troppo tempo.

Ho passato una lunga stagione d’irrequietezza. Quella esteriore, fin troppo misurata, la lasciavo intravedere senza troppi sotterfugi. Ma la malinconia che mi sono portata dentro in questi anni non l’ho rivelata a nessuno. Per istinto mi sono messa in viaggio. Senza ragionare troppo. Mi sembrava una cosa buona e l’ho fatta.

A volte sono partita perché ho avuto paura, paura che qualcuno potesse entrare dove nessuno doveva entrare. Dove non volevo essere guardata. Nei miei traumi e nei miei sogni. Allora pensavo che la persona fosse riducibile, sul piano interiore, al solo universo psicologico e «psichiatrico». Quanto mi sbagliavo! Quanto mi sono ferita, contenuta e depressa per questa strada.

Il mondo in cui vivo mi ha portato fino a questo punto. A pensarmi e a scoprirmi come essere psicologico in rapporto alle proprie pulsioni ed emozioni.  Se non fosse che io stessa ho beneficiato di questo scandagliare dentro per saper vivere meglio, direi che tutto questo mi riempie di orrore, sì, orrore! Lo dico perché ora so che ho avuto un’immensa nostalgia d’altro. Un mondo spirituale dal quale sono stata distolta da cose buone che hanno trasceso al loro compito di aiuto per diventare motore del mondo e unico strumento per la comprensione delle cose. Un’assurdità a pensarla adesso.

Ho vissuto una realtà in cui mi sono odiata, nella quale ho avuto davanti il nulla. In fondo a questo incubo è riaffiorata una sete d’infinito che mi ha teso la mano. Non so perché l’ho afferrata. Sono stati i fiori che ho raccolto in viaggio a darmi la spinta ad accettare questo aiuto. Li ho pensati in un gran cesto proprio come un’immagine, il giorno che ho deciso di seguire una voce che sentivo venire da lontano mentre ero come in tunnel: «Vieni, vieni, non avere paura.»

Ci vuole l’amore di qualcuno per uscire dalla solitudine, qualcuno che ti lanci una voce. A volte è anche il ricordo dell’amore ricevuto un tempo. L’amore non passa mai. Si stratifica dentro di noi come una terra sedimentaria. Come il marmo di Carrara dipinto di sfumature. Quei fiori erano la raccolta di tutto l’amore ricevuto. Sembra assurdo che io abbia potuto ritrovare un senso delle cose sotto la spinta di gesti  che riaffioravano dai ricordi. Non mi restava nulla oltre questi fiori.

Ecco, da qui sono ripartita. Ho ricominciato a vivere affrontando le domande che contano. Quelle che ci portiamo dentro tutti. Per un po’ puoi andare avanti supportata dalla razionalità ma a un certo punto la logica arranca e devi ricorrere a ipotesi di ricerca diverse.

Mi sono chiesta per esempio: Chi sono? Solo tre anni fa se qualcuno mi avesse proposto una domanda di questo tenore lo avrei subito bollato di banalità ed evitato in seguito come un portatore di peste. Ma adesso, cercando di guardare alle cose senza pregiudizio, non trovo più questa domanda banale, anzi… È una questione che mi sfida con serietà e che non posso ignorare porgendole le spalle.

Dopo avere ripercorso l’infanzia, il rapporto con i miei genitori, i traumi e tutto il resto ho avuto la chiara percezione che il bagaglio accumulato nella ricerca non bastava a rispondere alla domanda. Chi sono io?

L’interrogativo mi camminava a fianco. Non l’ho vissuto come una cosa angosciante, avevo la sensazione di essere in compagnia. La domanda era il passeggero che marciava con me in un tratto di strada e non a caso, dopo un po’, mi si sono affiancati altri avventori e altre domande. Chi sono? 

Con questo quesito ho viaggiato a lungo e alla fine ho capito che per rispondere, mi mancavano categorie dello spirito che dovevo ancora scoprire e riscoprire. È stato un compito difficile. Alla luce di questa nuova dimensione ho ripercorso tutto quello che mi era accaduto nella vita e ho visto affiorare alla coscienza cose che avevo ignorato di me. I rapporti con le persone che avevo visto sempre come incidenti del destino, considerati in modo meno primitivo, mi sono apparsi eventi che avevano spesso messo in gioco percorsi di luce e ombra in quella parte della persona che più la rappresenta: l’anima.

Anna si ferma. Appoggia la penna sul diario. Come si fa a parlare dell’anima a uno sconosciuto, pensa. Riflette su quello che sta facendo e decide che non rivelerà la sua identità all’interlocutore. In questo modo sì, può anche prendersi il rischio di parlare dell’anima, della sua anima. L’unica tristezza che potrà venirne sarà quella di non trovare un’adeguata corrispondenza, un ritorno che la soddisfi. Allora decide di continuare. Tirare fuori di sé queste cose le serve ma ci vuole un interlocutore per vincere la pigrizia e scavalcare la paura. Non le importa di non avere mai incontrato di persona l’uomo cui sta scrivendo. Le è bastato quello che è successo fin qui con lui. I suoi brevi messaggi, le cose che ha scritto, l’hanno fatta vibrare come non le succedeva da tempo. Forse quello che sta accadendo è solo una proiezione dei suoi desideri, può essere anche questo, ne è consapevole ma è un rischio che ha voglia di correre e per questo riprende a scrivere...

Non nascondo in questo tipo di rivelazioni un mio avvicinamento alla religione ma esso è avvenuto in piena coscienza ed è stato una conseguenza naturale, non un rifugio nella disperazione. Non si può immaginare che cosa abbia significato per me prendere coscienza di essere un’anima. È stata una rivoluzione completa. Tutto quello che avevo dentro si è dovuto riposizionare. In un primo momento in ordine al suo valore oggettivo. Intendo dire che ho dovuto e voluto modificare la scala dei miei valori. In questo rialloggiamento dei desideri e delle aspirazioni sono stata spettatrice di eventi mirabolanti. Infatti, ho iniziato a ritenere possibili per me cose che prima mi avrebbero fatto orrore e soprattutto viceversa. La cosa che più mi ha stupito è stato l’estinguersi dentro di me di questioni e cose ritenute fino ad ora indispensabili.

È stato difficile cambiare le abitudini ma è stato facile riconoscere gli errori commessi e riconsiderare l’organigramma etico che mi accompagna nella vita. Perché, conscio o inconscio che sia, ognuno di noi ha dentro una sua visione del mondo, del suo starci dentro. Ho imparato che se sei convinta di una cosa in modo profondo puoi cambiare tutto in un attimo. Come riaprire gli occhi dopo che sono stati chiusi. Il tempo di un battito di ciglia. Chi sono io?

Io sono una piccola poetessa, una duna che si muove col vento e un desiderio ininterrotto d’incontro. Non lo sapevo. L’ho scoperto sotto la scorza che m’intrappolava il cuore. Soffrivo ma non capivo. Amavo senza mai godimento vero. Fuggivo e pensavo di viaggiare. Quante cose mi sono persa vivendo così. È una tragedia il solo pensarci! Adesso però non me ne occupo. Ho deciso di radicare tutte le mie intenzioni nel momento presente.

Present Moment.

L’ho scritto su centinaia di piccoli biglietti che ho disseminato dovunque. Ogni volta che ne ritrovo uno mi accorgo che bivacco nel rimpianto o a immaginare il futuro che desidero e devo rimettermi in riga a vivere il presente. La prima volta che uno di questi Present Moment mi è capitato fra le mani mentre ero centrata completamente in quello che stavo facendo, ho provato una gioia difficile da descrivere e ho deciso di conservare il foglietto nella scatola dove tengo i gioielli. Adesso ce ne sono ventuno. I miei primi ventuno Present Moment perfetti! Ho deciso di conservare i primi cento. I miei primi cento attimi di vita così, come vorrei che fosse fino alla fine. Un’intensa vita nel presente.

Non significa non progettare niente, tutt’altro. Vedere passato e futuro che non ci sono più o non ci sono ancora, dall’unica realtà che ho davanti: l’attimo presente. Con questo criterio si capisce che non si può concepire una guerra con nessuno in virtù di un bene maggiore o superiore che verrà dopo. Questo bene maggiore ho deciso di cercarlo subito, ogni istante della mia vita come se fosse l’ultimo, l’unico che ho.

Questa cosa, messa in pratica, non è stata solo una rivoluzione. È proprio un’altra vita. Questa esistenza nuova mi alleggerisce dei pesi che ho sul cuore. Nello stesso tempo, però, mi costringe a fare i conti con la solitudine.

Ecco sono arrivata a Roma Termini Signor X. Fin qui ti ho scritto che mi piace viaggiare, come si chiama la mia anima e chi sono, anzi, chi credo di essere.

Dopo l’appuntamento di lavoro a Roma che si rivela noioso come aveva previsto, Anna non torna a casa ma scende dal treno e, recuperata la macchina, va nel suo studio, entra e si siede alla scrivania. Collega il registratore vocale con un cavetto USB al computer che lo riconosce subito e, sullo schermo, compare un’icona: registratore vocale. Ci clicca sopra e la cartellina si apre. Ci sono dentro tre file che si chiamano: 001.mp3, 002.mp3, 003.mp3. Li rinomina. Il primo lo chiama I. Il viaggio. Il secondo II. Il mio nome. Il terzo III. Chi sono io. Li copia sul desktop del computer. Li prova tutti e tre per verificare se la copia è avvenuta correttamente e, solo dopo questa verifica, cancella gli originali dentro il registratore.

Anna lavora in ambiente Linux. Niente sistemi chiusi. È una cosa che le ha insegnato il padre che odiava l’invadenza di Windows e la supponenza di Apple. Il padre nella scuola dove lavorava diceva ai suoi studenti che bisogna usare Linux ma li faceva diventare esperti anche nell’uso dei PC e degli imac, con ogni sistema operativo. Perché, diceva, bisogna conoscere il nemico. Così, nella casa dov’è cresciuta, Anna ha imparato a usare tutti i tipi di computer. Anche se le è costato, ha abbandonato Windows e non ha mai voluto usare Apple perché chi lo usa le sembra sempre un po’ snob.

Apre il suo programma di posta elettronica. Cerca nelle mail in arrivo. Scorre indietro fino a una che porta la data del 3 febbraio 2016 e rilegge per la centesima volta il primo messaggio che il Signor X le ha mandato. Dopo averci pensato qualche istante clicca sull’icona rispondi e nella casella dell’indirizzo compare signorx@architettiassociati.eu. Trascina i tre file che ha registrato e il programma li allega automaticamente alla mail. Nella riga dell’oggetto scrive: da Fantasia. Poi digita nello spazio riservato al messaggio quello che aveva scritto nel diario sui poeti e sul desiderio, come una sorta di prologo ai file che ha allegato. Sposta il puntatore sul pulsante invio ma temporeggia. Non clicca. Si alza e inizia a passeggiare per il suo studio. È una specie di capannone pieno di tele appoggiate al muro. Uno spazio in cui è possibile darsi un tempo di riflessione senza l’angoscia di quattro mura che ti si stringono intorno a metterti premura.

Come per aiutarsi a riordinare le idee dentro di sé, inizia a spostare verso una cassa un gruppo di tele. Le avvolge una a una in un tessuto si iuta. Le lega e, dopo averle issate a un paio di metri da terra con una carrucola, le fa scendere dentro una cassa di legno lasciando scivolare lentamente la corda che tiene fra le mani. Poi con martello e chiodi la sigilla con il coperchio. Torna al computer e guarda nel monitor il messaggio con gli allegati che ha preparato. Ripassa nella memoria ogni momento, tutto lo scambio già avvenuto con Carlo.

Aveva cominciato a scrivere al Signor X un anno fa. Prima messaggi brevi cui l’uomo ha risposto in modo imprevedibile e interessante. Ora però, con questa mail, potrebbe cambiare il registro della conversazione. Meditava da tempo di fare questo salto ma non ne aveva avuto mai il coraggio. Il Signor X era apparso nella sua vita un giorno, alla fine della sua ultima esposizione. Anna aveva chiuso le casse con i quadri per riportarli nel suo studio. La metà di quelli che erano entrati in galleria. Gli altri erano partiti per la Germania acquistati da una banca che li avrebbe usati per le pareti di una nuova sede a Monaco di Baviera, Munchen.

Con il libro dove gli ospiti lasciano le loro impressioni sotto braccio, era andata al bar di fronte a farsi una cioccolata calda perché che la temperatura a Milano era scesa all’improvviso per colpa di un anticiclone che i milanesi benedicevano per liberarsi dello smog. Anna sorseggiava la sua bevanda e leggeva seduta al suo tavolino. Sull’ultima pagina questo messaggio:

Passo per caso da qui perché (fra pochi minuti ormai) ho un appuntamento ed ero in anticipo di un’ora. Sono un architetto ma confesso che non vado mai alle mostre. Una volta entrato ho iniziato a guardare le tele appese ai muri e la prima cosa che ho pensato è stata: Ma chi è questo? Ho guardato la firma e ho letto A.A. Correvo da una tela all’altra con avidità perché mi sono emozionato subito. Una cosa che non mi capita spesso guardando quadri contemporanei. Non me lo aspettavo e le sue querce spoglie mi hanno colpito al cuore. Mi è sembrato strano che su nessuna di esse ci fosse la scritta venduto come su tutti gli altri quadri che ha esposto. Tornerò domani con più tempo perché vorrei acquistare quella che ha intitolato: Ti porto dentro. Mi ha ricordato i momenti nei quali mi sento, di fronte al mondo, piccolo e di fronte al dolore, sgomento. signorx@architettiassociati.eu

La mostra di Anna, intitolata Querce e fari, era al suo ultimo giorno. I quadri con le querce erano per lei parte di un lavoro più ampio che sentiva ancora incompleto. Li doveva avere tutti sotto gli occhi per dominare l’insieme di un percorso creativo che si doveva ancora compiere. I fari invece, dipinti in altre epoche, erano andati ai tedeschi. Le querce, benché anch’esse molto richieste, non erano in vendita. Ne aveva ancora bisogno.

Nessuno le aveva mai fatto un’analisi così vicina a quello che lei voleva rappresentare con quegli alberi. Ti porto dentro l’aveva dipinto il giorno in cui era morta sua nonna Angelina. Si era sentita proprio come la descrizione del Signor X, sgomenta di fronte al dolore.

La mattina seguente l’uomo era andato alla galleria ma la mostra era finita la sera precedente con una festa fino a tarda ora. Le serrande erano abbassate e il Signor X doveva tornare a Roma. Pazienza aveva pensato.

Anna, dopo che ebbe finita la sua cioccolata calda, d’istinto tirò fuori dalla borsa il suo tablet e scrisse una mail.

Gentilissimo Signor X, la ringrazio del suo messaggio. Lei ha capito il quadro. Se mi manda un suo indirizzo postale vorrei inviarle in dono il catalogo della mostra. Le querce non sono state vendute perché per ora non sono in vendita. Il suo messaggio è stata la cosa che mi ha gratificata di più in questi freddi giorni a Milano. A.A.

Il Signor X, al secolo Carlo Nicotera, non tardò a rispondere. Da quel mi ha gratificata contenuto nel messaggio, aveva capito che il pittore che l’aveva fatto emozionare con i suoi quadri era una donna.

Cercò subito su internet A.A. Pittrice mostra viale Alemagna Milano e trovò tutte le indicazioni sulla mostra. Il nome della pittrice sempre riportato come A.A. Le notizie di acquisto da parte della banca tedesca e diverse recensioni di critici d’arte importanti ma altre informazioni su A.A. nessuna. Solo il nome della sua agenzia. Carlo chiamò subito ma la risposta lo lasciò di sasso: A.A. ha sempre conservato il suo anonimato è famosa anche per questo. Nessuno sa il suo vero nome tranne il capo dell’agenzia che ha il mandato di non rivelarlo a nessuno.

Carlo pensò che doveva essere una specie di trovata di marketing ma allo stesso tempo gli ritornava alla mente il quadro che gli era piaciuto e moriva dalla voglia di vedere almeno una foto di questa pittrice. Chissà quanti anni ha, com’è e giù di lì mille cose di questo tipo. Dopo le ricerche e questi istintivi pensieri, scrisse l’indirizzo del suo studio in una mail e glielo spedì.

Anna, come promesso, gli mandò il catalogo e lui non tardò a risponderle con i suoi apprezzamenti. La storia di questo scambio inaspettato sembrò così conclusa. Una parentesi inconsueta e stimolante nella vita di Carlo. Un piacevole scambio con un estimatore per Anna che subito tornò al lavoro con le sue querce. Per quasi un anno continuò a dipingerne febbrilmente, doveva portare a compimento il percorso iniziato con Ti porto dentro. Quando sentì di aver concluso questo filone di lavoro decise di preparare una nuova mostra per rispondere alle sollecitazioni della sua agenzia che a fatica aveva tenuto a bada negli ultimi mesi. Le querce ormai erano trentatré dipinti, trentatré opere originali che avrebbe esposto per la prima volta a Firenze in occasione della giornata della terra che ricorre il ventidue aprile di ogni anno. Doveva scrivere le note dell’autore collocate in apertura del catalogo per il vernissage e per trovare ispirazione rilesse le impressioni della mostra dell’anno precedente a Milano. Quando arrivò all’ultima pagina trovò il commento di Carlo a Ti porto dentro, la sua prima quercia, l’immagine che aveva deciso, insieme al suo agente, di collocare sulla copertina del catalogo. Provò un’emozione particolare, intensa, inequivocabile.

Cedendo ancora una volta al suo istinto imballò il quadro e lo fece recapitare all’indirizzo di Carlo Nicotera (detto Signor X), c/o studio di architettura, p.za della Trinità dei Monti 18, Roma. Adesso poteva farlo perché non le serviva più averlo a fianco nel suo lavoro.

Carissimo Carlo, (o se preferisce Signor X), ho deciso di regalarle il quadro di cui mi scrisse lo scorso anno alla mostra di Milano. La prego di accettare il dono e non se ne stupisca. Mi è capitato altre due volte. Lo faccio quando qualcuno interpreta perfettamente i sentimenti che mi hanno spinto a dipingere l’opera. È una cosa che avevo giurato a me stessa ai tempi dell’Accademia. Questa volta ci ho messo un po’ a mantenere fede al mio giuramento perché a questo quadro sono molto legata e mi serviva averlo vicino per completare il mio lavoro sulle querce. Forse ha avuto solo fortuna o forse no... I tedeschi mi hanno offerto per quest’opera quindicimila euro. La prego di trattarla bene e sappia che presto gliela chiederò in prestito per una mostra. La prego anche di rimandare alla mia agenzia, firmato, l’impegno a renderla disponibile ogni qual volta gliela chiederà. La busta è già affrancata con l’indirizzo del mio agente. La trova, insieme a questa mia lettera, nel pacco che le ho mandato. Cordiali saluti, A.A.

Carlo, con la lettera in mano appena letta, la faccia sgomenta dalla sorpresa, il quadro appoggiato alla scrivania, non sapeva cosa pensare. Ogni tanto era tornato a sfogliare il catalogo che gli aveva mandato ma non poteva immaginare che potesse accadere qualcosa di simile. Non gli era neanche mai capitato ultimamente di esprimere le sue emozioni come aveva fatto nel messaggio che aveva lasciato scritto sul libro delle impressioni alla mostra e pensò a un colpo di fortuna, un gran colpo di culo! Non aveva mai vinto niente in vita sua, neanche con la schedina del totocalcio che giocava tutte le settimane da quando aveva quindici anni. Tutto quello che aveva ottenuto nella sua esistenza l’aveva conquistato con impegno perché proveniva da una famiglia di contadini abruzzesi che per pagargli gli studi, aveva dovuto fare molti sacrifici. Non si era sposato perché le donne che frequentavano il suo mondo non gli piacevano fino a quel punto anche se, con molte di loro, aveva avuto storie intense e divertenti. Guardò di nuovo il quadro e si ricordò che la quercia che vi era raffigurata gli ricordava l’albero al centro del piccolo campo del padre e gli venne voglia di scriverlo subito alla sua misteriosa interlocutrice.

Carissima A.A., il suo regalo mi ha colto di sorpresa. La sua quercia mi ricorda un albero che si trova in un terreno della mia famiglia in Abruzzo. Lo dovrebbe vedere una volta. Mi piacerebbe molto conoscerla per ringraziarla di persona anche se so che lei vuole restare anonima, me lo hanno detto quelli della sua agenzia a cui oggi stesso invierò la lettera acclusa al suo regalo che mi impegna a rendere disponibile il quadro per le mostre. Il quadro è suo. Lo terrò nel mio studio dove passa sempre tanta gente e potrà così generare in tanti l’emozione che ha suscitato in me. Questa esperienza è come un film e la ringrazio di avermene reso coprotagonista. Con gratitudine, Carlo Nicotera.

Nei giorni seguenti Carlo, con l’accordo dei suoi soci cui il quadro era molto piaciuto, fece sgombrare una parete intera della sala riunioni, la fece ridipingere e vi collocò il quadro. Fece una foto e la mandò via mail ad Anna commissionandole un’altra opera per la stessa somma del valore di Ti porto dentro. Le scrisse che il nuovo quadro sarebbe servito a sostituire il primo quando sarebbe stato via per qualche mostra. Inviò un assegno di quindicimila euro all’agenzia di A.A. e restò in attesa di una risposta che non tardò.

Anna non aveva valutato una possibilità del genere e si trovò impreparata ad affrontare la situazione perché non aveva mai dipinto su commissione. Si consigliò col suo agente che concordò un appuntamento con Carlo a Roma.

L’uomo arrivò con le foto di tele della stessa misura di Ti porto dentro, tutti quadri di Anna che erano disponibili e gli disse che poteva scegliere fra essi quello che avrebbe voluto. Carlo però non seppe scegliere subito e si portò a casa il catalogo. Dopo alcuni giorni scrisse ad Anna.

Carissima A.A., non sono capace di scegliere uno dei suoi lavori e mi prendo un po’ di tempo per una decisione definitiva visto che per ora non c’è urgenza di rimpiazzare Ti porto dentro. Ho mandato alla sua agenzia un libro che ho pubblicato lo scorso anno sui fari. È singolare la coincidenza che lei ne abbia dipinto alcuni che io ho analizzato da un punto di vista architettonico e storico. Sarebbe stato più coerente che m’innamorassi di uno di quei suoi dipinti ma evidentemente non l’ho fatto perché erano tutti venduti. 🙂

Anna legge il libro tutto d’un fiato e ne rimane affascinata. Carlo non poteva sapere che per più di cinque anni lei aveva girato il mondo in lungo e in largo a disegnare fari. Diversi di quelli che lui aveva analizzato e descritto nel libro lei li aveva visti e dipinti, molti di più di quelli che aveva venduto ai tedeschi e che erano presenti alla mostra. In particolare uno poteva essere interessante. Un faro che non esiste più, il colosso di Rodi. Lei lo aveva dipinto su una tela di grandi dimensioni e pochi mesi dopo lo aveva venduto a un imprenditore canadese di Montreal che se n’era innamorato. Un miliardario italoamericano che possedeva nella capitale del Québec tre grattaceli. La tela era stata collocata nel grande androne di uno di essi dov’era anche la sede dei suoi uffici immobiliari. Carlo aveva riservato al colosso di Rodi un intero capitolo del suo libro raccontandone la leggenda.

Anna, suggestionata dal suo racconto, viene presa dal desiderio di ridipingere in modo diverso il faro mitologico e ne fa una nuova versione, la fotografa e la manda al suo Signor X. La tela è grande e, anche se di forma verticale, è sufficientemente larga per coprire i segni che nel tempo avrebbe lasciato sul muro Ti porto dentro che invece è sviluppata in orizzontale.

Anna ha dipinto il suo primo quadro su commissione. È incuriosita e attratta da questo architetto abruzzese e per questo si è decisa a compiere un gesto sconsiderato. Ha deciso. È il 3 febbraio del 2017, spedisce le registrazioni del suo diario. Il viaggio; Il mio nome; Chi sono io.  Spedisce il messaggio e inizia un cammino di cui non può progettare le tappe da sola. Sta dando vita a un dialogo e non sa dove la porterà. Non può prevedere se le causerà gioia o dolore. Quando sei con qualcuno non puoi mai essere certo che non verrai tradito, deriso, abbandonato. La corrispondenza con Carlo s’inoltra in un territorio nuovo, un luogo che si apre all’improvviso nella vita di entrambi. Uno spazio sospeso dove si può gustare il sapore dell’anima.

Questa è la fine dell'anteprima gratuita. 

 


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