Io sono niente

 

 

 

Laura Radiconcini

 

 

 

Io sono niente

Questa è la storia del giovane paracadutista americano Matthew Roberts, vampiro e partigiano mandato dai servizi segreti militari sull’Appennino bolognese nel 1943.

Durante la sua missione Matthew, viene aiutato e nascosto per qualche tempo dalla Resistenza in un casolare in mezzo alla campagna dove abita una ragazza che cela un pericoloso segreto. Pur schiacciati dalla paura e dall’orrore della guerra, l’amore si fa strada nel cuore dei due giovani che s’innamorano perdutamente. Ma il destino mischia le carte e mentre Matthew tenta di ritornare al suo battaglione per raggiungere Anzio, due vampiri lo aggrediscono trasformandolo in uno di loro: furioso, disperato e assetato di sangue.

Dovrà rassegnarsi a essere un mostro o riuscirà a riconquistare parte dell’umanità perduta? E se ritroverà la donna che ama, saprà trattenersi dall’ucciderla?

La passione di Laura Radiconcini per i vampiri risale all’adolescenza. Dracula è stato il suo primo amore, poi abbandonato per la sua intrinseca malvagità senza speranza di redenzione. Tuttavia da allora il mito dei vampiri in letteratura si è evoluto, presentando ai lettori creature immortali non più solo mostruose ma anche capaci di scelte etiche, i redimersi e, sì, anche di amore. Dall’entusiasmo per tali nuove caratteristiche nasce Io sono niente in cui la trama soprannaturale si mischia a quella storica in parte ispirata alle memorie della sua famiglia.

 

 

Dettagli prodotto

  • Autore: Laura Radiconcini
  • Editore: Oakmond Publishing (13 aprile 2019)
  • Lingua: Italiano
  • ISBN paperback: 978-3-96207-102-8
  • ISBN kindle: 978-3-96207-103-5
  • Acquista qui: amazon.it

 

 

 

Incipit

Prologo

Guardo la casa che brucia, consumando le mie vittime e i miei assassini. Quelli che mi hanno trasformato in un mostro e quelli che ho ucciso per soddisfare la sete che mi arde in gola. Comportamento perfetto di un vampiro dabbene: si deve pulire dove si è sporcato. Di ciò che è avvenuto non resterà traccia.

Che farò, dove andrò ora? Mi allontano dal rogo, evitando le strade e tagliando per boschi, campi e prati. Non so dove le gambe mi stanno portando e non mi importa. Certo non posso tornare all’esercito americano e al mio battaglione. Farei più danni di una divisione di panzer. So che non vedrò mai più Claudia, la donna che amo. Non devo vederla. Tutte le mie promesse non significano nulla, adesso che non sono più un uomo.

Spero che mi creda morto, come effettivamente sono, e mi dimentichi. Forse troverà qualcun altro che l’amerà come merita di essere amata. È un pensiero che non mi dà alcun conforto.

Ho voglia di piangere, ma mi accorgo che dagli occhi non colano lacrime ma stille di un liquido denso e scuro. Sono di nuovo infuriato. Davanti a me c’è un capanno in rovina, il tetto sfondato. La sua vista mi offende, comincio a prenderlo a calci e in pochi minuti c’è solo una pila di pietre e calcinacci. Mi ci lascio cadere sopra, scalzo ora, perché gli scarponi non hanno retto. I piedi invece sono intatti. Neppure un graffio.

Tutto ciò per cui vivevo, tutto ciò che faceva di me quello che ero, è perduto ormai.

La vita mi è stata tolta.

Ho già ammazzato due innocenti e lo farò ancora, questa è la mia natura.

L’umanità mi è stata tolta.

Non potrò tornare da Claudia mai più. La ucciderei.

L’amore mi è stato tolto.

Sono un mostro a due zampe. Non dormirai più, mi hanno detto, non mangerai più. E non sono più capace di piangere lacrime vere.

Il corpo mi è stato tolto.

Non ho più niente. Non sono niente. Voglio diventare meno di niente.

Mi frugo in tasca a tiro fuori il portasigarette, il dono avvelenato che il Colonnello Thompson dell’OSS mi ha fatto prima di inviarmi in missione sull’Appennino bolognese. Il cianuro serviva in caso i tedeschi mi avessero catturato e volessero torturarmi. Sono stato torturato, sicuro, ma non dai tedeschi e il tempo di prendere il cianuro non c’è stato. Ma ora c’è.

Mi faccio scivolare l’ampollina di vetro sul palmo della mano, attento a non romperla con questa forza che a malapena controllo. Mi porto la mano alla bocca, rompo il vetro con i denti e inghiotto. Mandorle amare, giusto. Speriamo sia rapido…

Non succede nulla.

Cristo.

Me lo avevano detto. Ma non credevo che fosse così… vero. Sono invulnerabile, dentro e fuori. Solo un altro vampiro mi può distruggere. Sono immortale.

Anche la morte mi è stata tolta.

Rimango sui calcinacci in posizione fetale. Non mi muoverò finché la sete non diventerà insopportabile e allora… allora lo farò di nuovo. Giorno dopo giorno sarò un assassino.

No, aspetta, idiota! Ce l’hai un modo per morire: ora è notte, ma domani il sole sorgerà di nuovo. Basterà che tu ti sfili l’anello che ti hanno dato e brucerai.

Devo aspettare, anche se mi è insopportabile, anche se non posso sfuggire ai ricordi che mi affollano la mente… la mia vita prima di arrivare in Italia, la mia prima missione… Avellino.

1

Operazione Avalanche

L’invasione dell’Italia continentale da parte delle forze Angloamericane è iniziata con l’assalto anfibio a Salerno. Il battaglione di paracadutisti 509, parte dell’82a Divisione aerotrasportata, è stato dapprima tenuto in riserva e poi lanciato su Avellino, per tagliare i rifornimenti alle truppe tedesche. Appena atterrati, i paracadutisti scoprirono che un’intera Panzer Division si era dispiegata tra loro e il resto della forze alleate. Per circa due settimane i parà americani hanno combattuto come guerriglieri dietro le linee nemiche, aiutati talora anche da civili italiani, che hanno dato loro acqua e cibo, finché, alla fine di settembre, non sono riusciti raggiungere Salerno in ordine sparso. L’impresa ebbe un costo molto alto, 123 uomini furono uccisi o catturati, compreso il Comandante del 509 e il suo staff. (Bob Moore, History of 509)

 

Il soldato tedesco emette solo un gorgoglio sommesso mentre Caputo gli taglia la gola. L’altro soldato però, quello che ho stordito con il calcio della mia carabina, è ancora vivo. Caputo mi guarda con durezza e, comprendendo la mia riluttanza, si decide a compiere quello che io non ho il coraggio di fare. Quando lo uccide, cerco di rimanere impassibile e poi lo aiuto a nascondere i due corpi sotto una pila di calcinacci.

Saliamo al secondo piano della casa bombardata per avere una buona visuale sullo spazio che la circonda. Ci sarà parecchio da aspettare, la notte è ancora lontana. Fa molto caldo, lui mi passa la borraccia e beviamo. Ovviamente Joe Caputo mi ritiene una femminuccia; chissà cosa penserebbe se sapesse che suono anche il piano. O almeno, lo suonavo. Lui viene da Trenton, la capitale del New Jersey, e lì i veri uomini, soprattutto quelli di origine italiana, di sicuro non suonano il piano. Possono avere un’officina meccanica, come la famiglia Caputo, o dedicarsi ad altre attività virili. Lui ha deciso tuttavia che mi proteggerà, finché non riusciremo a raggiungere le nostre linee. Se ci riusciremo. Ormai abbiamo perso i contatti con il resto del plotone e temiamo che siano tutti morti, o prigionieri.

Mi domando quale è il mio problema. Subito dopo il lancio su Avellino ho fatto tranquillamente il mio lavoro di pathfinder; anche se il mio gruppetto è stato identificato poco dopo l’atterraggio e ci sparavano addosso.

Questa è la mia prima azione di guerra. In Nord Africa non ho partecipato all’Operazione Torch, perché ho dovuto addestrare i nuovi arrivati al battaglione e, per mia fortuna, non sono stato scelto per la disastrosa missione su El Djem. Quando le forze alleate sono sbarcate in Sicilia, il 509 è stato tenuto in riserva.

Poco dopo il lancio, ci siamo resi conto che una Panzer Division nemica si era intromessa tra noi e il resto del battaglione. Ho combattuto, per difendere la mia vita e quella dei miei compagni, e per infliggere perdite ai tedeschi. Ho anche ucciso, sicuramente, perché ho visto uomini cadere sotto i miei colpi. Ma tagliare una gola a freddo mi è sembrato un atto di intimità così oscena che non ho potuto farlo, malgrado l’addestramento cui sono stato sottoposto.

I due tedeschi che ora riposano sotto i calcinacci occupavano una casa diroccata, perfetta per attendere la notte e poi, dal retro dell’edificio, scivolare sotto la macchia fino a raggiungere la valle; dalla valle – ci aveva assicurato Ciro – sarebbe stato possibile evitare i nemici e raggiungere le nostre linee senza essere scoperti. Per questo abbiamo deciso di farli fuori. Io li ho attirati all’esterno parlando in tedesco e, appena il primo è sbucato, l’ho colpito con la carabina, mentre Joe prendeva l’altro alle spalle.

«Come mai parli il tedesco?» mi chiede Caputo.

«Mia nonna materna era austriaca e ci teneva che lo imparassi» rispondo. Che penserebbe ora la mia Oma, se fosse viva, vedendomi impegnato a combattere contro l’esercito del suo concittadino più famoso, il piccolo caporale che lei ha prima disprezzato e poi appassionatamente odiato, dopo l’Anschluss? Penso che sarebbe felice, ma anche molto preoccupata.

E avrebbe ragione. Se non ci fosse stato Ciro, ora probabilmente sarei morto. Ci eravamo trovati in un’imboscata, il nostro plotone circondato da forze soverchianti. Eravamo contro un muro, rispondevamo al fuoco, ma stavamo chiaramente soccombendo. Io e Caputo eravamo vicini all’angolo del muro, cercavamo di ripararci dietro un carretto rovesciato. Poi un sussurro: «America’, venite cu’ mmia». Miracolosamente ci riuscì di girare l’angolo e seguire il contadino che ci aveva chiamato, fino a un cancello aperto.

«Trasite int’ o’ pozzo» ci disse, dandoci delle cannucce di paglia e dicendo a gesti che dovevamo usarle per respirare.

Seguendo Caputo mi calai nel pozzo, agevolato dalle pietre sporgenti. L’acqua scura ci arrivava alle spalle, infradiciando tutto, anche le armi. Quando abbiamo sentito parlare in tedesco ci siamo immersi del tutto, respirando con le cannucce. Siamo rimasti a lungo nell’acqua gelida, fino a che Ciro non è venuto a tirarci fuori; i tedeschi se ne erano andati da un po’.

Nei giorni successivi, con incredibile coraggio, ci ha tenuti nascosti, ci ha sfamato e ci ha dato dei vestiti mentre le nostre divise si asciugavano. Le carabine e le pistole non funzionavano più. Ormai non potevamo far altro che cercare di riguadagnare il fronte senza farci catturare, come del resto anche le regole di ingaggio stabiliscono, quando uno o due soldati restano isolati e non sono più in grado di combattere.

Giunta la notte lasciamo la casa diroccata da una finestra sul retro, scivolando lungo il pendio fino a che non siamo al sicuro sotto la copertura della macchia. Ciro ci ha dato istruzioni precise sul percorso verso la salvezza e ci mettiamo a correre. Dopo un po’, Joe inciampa e una sfilza di bestemmie gli esce dalla bocca. Un filo di ferro gli si è conficcato nel piede attraverso lo scarpone. Riesce a risollevarsi e riprende a muoversi, ma non può più correre. Marciamo tutta la notte e parte del giorno seguente finché, assetati e affamati, sentiamo delle voci. Ci avviciniamo cautamente, rimanendo nascosti dai cespugli e, grazie a Dio, stanno parlando in inglese. Sembra che ce l’abbiamo fatta!