– Recensione Sartori – Il vampiro di Venezia

La recensione

di Luca Sartori

 

Il vampiro di Venezia - Giada Trebeschi - Oakmond Publishing

Luca Sartori dice de "Il vampiro di Venezia"

Pubblicato su:
Linguæ & – 2/2017
06.02.2017 - Recensioni e interviste pp.134-138
www.ledonline.it/linguae/

Ci sono più vampiri (a Venezia) di quanti ne sognino le nostre filosofie

Dopo aver letto questo romanzo mi esimerò dal fare due cose fin troppo scontate: una classificazione di genere e il solito riassunto. A beneficio di coloro che non possono fare a meno di identificare un testo come appartenente a questo o a quell’altro genere, dirò che nel romanzo di Giada Trebeschi, giovane studiosa shakespeariana (recente l’uscita del suo saggio Essere o non essere Shakespeare) e autrice di alcuni thriller tra cui La dama rossa (2014) si riscontrano elementi afferenti alla prosa storica, all’horror impregnato d’arte, al teologico e, seppur in minor misura, alla narrativa d’indagine. Tenterò dunque di tracciarne una sintetica mappa filologica procedendo per parole chiave.

La prima di esse è certamente Venezia, dove è ambientata la vicenda.
Venezia, come ben si sa, è più che una città: è un mito, un’icona culturale, un’architettura endemica che non ha eguali al mondo; e il mito di Venezia è strettamente legato alle acque marine, tant’è vero che una delle celebrazioni veneziane par excellence è il cosiddetto “Sposalizio del Mare”; Venezia è dunque sposa del mare e da esso, in particolar modo a partire dalla fine del XV secolo e per tutta l’epoca delle grandi esplorazioni, trae ricchezze, gloria e potere. Dal mare, però, non arrivano solo le preziose mercanzie del Levante, ma anche la pestilenza; la prima grande epidemia di “morte nera” arriva in Europa nel 1348 entrandovi proprio da Venezia; nel 1575-76 la morte nera miete quasi 50.000 vittime, ed è proprio a cavallo di questi due anni che si svolgono le vicende narrate nel romanzo. È la Venezia della tarda Rinascenza ammantata dei caldi colori di Tiziano Vecellio, morto nell’agosto 1576, e vittoriosa sugli ottomani a Lepanto. Il Lazzaretto dove si ricoverano gli appestati e i monatti mascherati che adempiono al loro macabro dovere ricordano la Milano secentesca del Manzoni; ma l’idea di Venezia associata a quella di malattia arriva fin quasi ai giorni nostri: basti pensare all’aria malsana della laguna che ghiaccia le ossa d’inverno e opprime il respiro d’estate, al colera che ammorba la città in Morte a Venezia di Thomas Mann; la malattia, nel romanzo della Trebeschi, non è solo la pestilenza collettiva intesa come castigo divino, ma anche quel “mal francese” (sifilide) proprio dell’individuo dai costumi sessuali fin troppo libertini e dal quale alcuni personaggi sperano insensatamente di mondarsi attraverso lo stupro di fanciulle vergini (una credenza all’epoca molto diffusa).

Come se tutto ciò non bastasse, come se la peste, la sifilide e le dissolutezze non fossero già di per sé sufficienti a gettare l’uomo nelle braccia dei suoi demoni peggiori, ecco che arriva il vampiro. Attenzione: il lettore non si aspetti il Lestat di Ann Rice, né il fascinoso Lord Ruthven di Polidori o l’ancor più abbacinante Dracula di Stoker; no, qui siamo ben lontani dai cliché letterari gotico ottocenteschi che ci presentano dei revenant poeti e poetici, tenebrosi, seduttori, cicisbei maudits eternamente giovani e belli nell’eternità della mort vivant. La tipologia di vampiro (parola che del resto comparirà per la prima volta solo verso il 1734) con cui abbiamo a che fare è quella del folklore esteticamente spoglio e concretamente spaventevole già raccontata nelle cronache medievali di Guglielmo di Newburgh e rediviva fino al Settecento di Augustin Calmet, passando per la Dissertatio historico-philosophica de masticatione mortuorum (1679) di Philippus Rohr: il Nachzehrer, ossia il “divoratore notturno”, il “masticatore di sudari” d’aspetto repellente che in verità, almeno secondo il nostro moderno immaginario, assomiglierebbe più a uno zombi di Romero che non a Carmilla. Vediamo la definizione di vampiro che Massimo Introvigne ci offre nel saggio La stirpe di Dracula: “Il vampiro è una persona umana morta che ritorna e appare con il suo corpo, attacca i viventi e si nutre del loro sangue”. Proviamo ad applicare tale definizione al Nachzehrer polacco-tedesco, e in particolare al Nachzehrer che terrorizza la Venezia di fine Cinquecento: lui – o meglio lei, perché si tratterebbe di una donna – emerge dalla sepoltura masticando il proprio sudario e parte delle proprie membra per poi accanirsi sui viventi e nutrirsi del loro sangue. Per quanto il Nachzehrer non sia un vampiro strictu sensu, lo diventa nel momento in cui agisce come un vampiro assassino. C’è il poi il legame superstizioso che unisce il Nachzehrer alla pestilenza: il Nachzehrer appare ogni volta che c’è una pestilenza, o viceversa. E la leggenda germanicopolacca, nella Venezia cosmopolita del 1575-6, era certamente nota a molti.

Il vampiro-Nachzehrer non può che portarci alla notte. Il vampiro dorme il sonno dei morti di giorno e si risveglia di notte, ma è tutto il romanzo ad essere per lo più notturno, a cominciare da un dipinto di Tiziano che sembra avere un qualche significato nella macabra scia di delitti, Il martirio di San Lorenzo; questo dipinto, per chi non lo sapesse, è uno dei primi esempi – se non il primo in assoluto – di raffigurazione in notturna di una scena. Il martirio di San Lorenzo, nella fantasia di Tiziano, avviene di notte, una notte cupa illuminata solo dai bagliori delle torce e delle braci della graticola sulla quale si consuma il supplizio del santo. Anche il misterioso assassino della Venezia tardocinquecentesca uccide solo di notte, e nelle tenebre va cercato. Insomma, indagare su questi delitti equivale a indagare un macabro dipinto notturno. Dal nero della notte si passa poi al rosso del sangue: il vampiro, come ben si sa, è assetato di sangue, e tutte le vittime risultano dissanguate; il sangue è onnipresente, anche nell’arte, in una sanguigna (disegno tracciato ad ematite ferrosa che ricorda appunto il colore del sangue) di Tiziano, celebre per il suo “rosso” dai riflessi ramati. Anche le acque dei pozzi della città, così come quelle dell’antico Egitto maledetto da Mosè, si tingono di rosso sangue.

Tutte le vittime vengono uccise di notte, abbiamo detto, ma non basta: il modo in cui vengono uccise evoca altre due parole chiave: martirio e dissacrazione. Non si tratta di semplici omicidi, infatti, ma di veri e propri supplizi non meno feroci di quelli patiti dai santi della prima cristianità: tutte le vittime vengono torturate e orrendamente mutilate, e ciò avviene sempre in una chiesa, in un luogo sacro che viene così dissacrato. Anche il numero delle uccisioni, sei in tutto, rimanda al 6, il numero della Bestia, e ovviamente alla suddivisione di Venezia in sestieri. Il martirio, in questi delitti, è la quasi naturale conseguenza dell’espiazione: le vittime non sono così integerrime come sembra, e tutte pagano lo scotto di atti riprovevoli che avrebbero commesso in vita. Questi veneziani lenoni, pur decimati dalla peste, non rinunciano alla lussuria e procedono senza ritegno nei più loschi traffici di carne umana, attirando su di loro, secondo un’interpretazione superstiziosa, la biblica ira divina che si manifesta attraverso l’epidemia e la contestuale comparsa dei Nachzehrer. Ci sono più cortigiane a Venezia di quante ne sognino le nostre filosofie. Pare di udir riecheggiare un distico tratto da Venus and Adonis di Shakespeare:

Call it not Love, for Love to heaven is fled,
Since sweating Lust on earth usurp’d his name …

Un altro tema portante della storia, molto più delicato di quelli fin qui esaminati, è quello dell’ambiguità di genere, perfettamente incarnata nel personaggio dopplegänger di Diamante alias Adamas – Adamas in latino medievale vuol dire appunto diamante: una creatura androgina, nata femmina ma voluta maschio da imposizioni familiari; Venere e Adone al tempo stesso, Adamas il mercante d’Oriente per tutti e Diamante la fanciulla negata per pochissimi: Diamante si traveste da giovinetto, e qui ritorna il motivo del travestimento transessuale della cinquecentesca commedia dell’arte molto caro anche a Shakespeare – basti pensare alla sovrapposizione Giulia/paggio in The Two Gentlemen of Verona e Rosalind/Ganymede in As You Like It; lo sdoppiamento di personalità tra Adamas/Diamante si snoda sulle differenze di genere dell’epoca, culminando in una scena carnevalesca in cui Diamante travestita da Adamas si traveste da Diamante. Adamas, in quanto maschio, può fare cose precluse alle donne: può viaggiare liberamente per il mondo, trafficare a suo piacimento, leggere certi passi proibiti di Pietro Aretino. Il suo segreto è noto a pochissimi, e tra questi pochissimi ci sono i fratelli Alvise e Nicolò Foscari, the two gentlemen of Venice, a questo punto, sapientemente modellati su Valentino e Proteo di Shakespeare, anch’essi, come i personaggi nella commedia del Bardo, entrambi innamorati della stessa donna (Diamante), ed entrambi illegittimamente padri del figlio che Diamante ha portato segretamente in grembo. Mater semper certa est, pater numquam.

Abbiamo parlato di doppi, e il doppio più pervasivo e affascinante nel romanzo di Giada Trebeschi è senza dubbio il confronto tra i due detective, chiamiamoli così, della storia: Orso Pisani e Nane Zenon. Pisani e Zenon sono un’impeccabile contrastive pair di opposti che ben s’armonizzano tra loro. E qui veniamo a un’altra parola-chiave: inquisizioni, alla Borges. La prima inquisizione è… l’Inquisizione con la I maiuscola, quella del Sant’Uffizio istituito nel 1542 da Paolo III con la bolla Licet ab initio e rappresentata nella fattispecie narrativa dal sinistro e malvagio inquisitore Nardo Pesaro. La seconda inquisizione è l’indagine vera e propria che mira a scoprire l’identità del colpevole (o dei colpevoli), come nella più classica tradizione whodunit. La terza e ultima inquisizione, la più elaborata, è lo scontro/confronto tra ragione e superstizione. L’autore degli orribili delitti veneziani è una creatura soprannaturale o un essere umano? Tale dilemma genera nel lettore quel dubbio che, secondo Todorov, è alla radice del fantastico. Il caso va risolto con puro raziocinio o affidandosi a pratiche occulte? Orso Pisani è un magistrato, uno scettico uomo di legge coi piedi per terra, amante delle donne e della buona tavola. Un epicureo rinascimentale che, come San Tommaso, crede solo in ciò che vede e in ciò che si può spiegare con la ragione. Nane Zenon, di contro, è uno stoico, un dolente dedito all’oppio, un de Quincey ante litteram, un erudito sospeso tra la medicina, l’alchimia e la negromanzia. Non cerca le donne, è di costumi morigerati, una figura quasi magica che non ha del tutto rinnegato il suo antico amore: l’empirismo. L’influsso di Orso Pisani, uomo carnale e terreno, lo riavvicinerà all’empirismo e a certi piaceri della vita che sembrava aver dimenticato. Orso, di contro, beneficerà della presenza di Zenon mitigando la sua natura dionisiaca ed acquisendo la sottigliezza intellettuale che gli manca. Insieme risolveranno il caso.

Vorrei concludere con un’ultima parola-chiave che, a differenza delle precedenti, è positiva: amore. Parrà strano, ma in un dilagare di lussuria, lenoni, qualche significato nella macabra scia di delitti, stupri e prostituzione c’è anche spazio per l’amore. L’unico vero amore, tra tutti i carnali accoppiamenti che si susseguono nel romanzo, è quello tra due persone che non arrivano mai a congiungersi carnalmente: Diamante e il fedele servo siriano Paulus, che ovviamente conosce il segreto della padrona/padrone e ne difende l’incolumità a costo della sua stessa vita. Entrambi si concedono avventure estemporanee, ma si amano nel silenzio di chi “guarda e tace” e non osa andare oltre la fantasticheria: l’amore tra Diamante e Paulus è Agape allo stato puro che ha vinto le lusinghe di Eros.

E la soluzione del mistero? Be’, se è vero che il Nachzehrer si può rendere inoffensivo ficcandogli un mattone in bocca cosicché non possa più masticare e risollevarsi dalla tomba, è altrettanto vero che i vampiri sono di vari tipi, e tra di essi c’è anche il vampiro più insospettabile: l’essere umano, la cui sete di sangue non è una necessità fisiologica, ma un qualcosa che viene dall’anima. Trasfigurando una celebre frase del commediografo latino Plauto, concludo così: homo homini vampirus.

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  • Lunghezza stampa: 221
  • Editore: Oakmond Publishing (6 giugno 2017)
  • Lingua: Italiano
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