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Annalisa Stancanelli

Archimede deve morire

 

Romanzo
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Antefatto

Piana di Giza
213 a.C.

Il Guardiano della Camera di Thot era pronto; la macchina era stata provata e ricaricata. Timeo terminò di bendare le mani ferite e contemplò con tristezza i due schiavi che aveva dovuto sacrificare e che giacevano morti ai suoi piedi, orribilmente feriti.

Il Guardiano era un congegno mortale, ma così doveva essere. 

Timeo a passi lenti uscì dall’ingresso sotterraneo. La pesante porta di pietra si chiuse dietro di lui mentre la Sfinge sembrava sorvegliare dall’alto le mosse dell’uomo e vigilava sulle piramidi.  Dal nulla spuntarono degli schiavi che portarono via i loro sfortunati compagni e li caricarono su un carro, in silenzio, mentre il sole si nascondeva dietro la faccia della Sfinge che sfoggiava un ghigno crudele. Sotto i piedi di Timeo si formò una strada di sangue e striature rossastre colorarono il sentiero che dalla spianata delle Piramidi portava all’ingresso della camera segreta nascosta sotto le sabbie roventi di Giza.

Subito si alzò un vento improvviso che mescolò i granelli dorati con quelli rossi. Poi li sollevò come se fossero una nuvola di sangue.

 

Il sole tramontava in quel momento anche ad Alessandria.

Nel carcere, che tutti chiamavano La Tomba perché nessun prigioniero ne era mai uscito vivo, la luce rossastra del sole morente entrava da una stretta feritoia e si proiettava sul polveroso suolo dove un  prigioniero giaceva. Il torace si abbassava lentamente e sembrava quasi fermarsi.

Lo sfortunato era rinchiuso nella stanza delle torture, ferito e sporco.  L’odore di muffa e di escrementi umani e animali rendeva l’aria irrespirabile. Una maschera di Seth pendeva insanguinata da un ferro nella parete. Un’altra maschera, con un ghigno terrificante, sembrava sorvegliare il misero che appena apriva gli occhi e vedeva quella smorfia crudele, li chiudeva terrorizzato.

Il prigioniero aveva lo sguardo allucinato di chi aveva visto da vivo il regno di Anubi. Aveva l’espressione di un uomo che aveva visitato il luogo dei morti riservato ai malvagi ma che per qualche motivo era stato rimandato indietro. Non riusciva a proferire parola, nemmeno a lamentarsi. Guardava terrorizzato una serie di ampolle piene di veleno disposte su un ripiano di legno.

Per terra giaceva un contenitore di foglie di palma intrecciate chiuso da corde fittamente annodate. Sembrava vivo tanto si muoveva: decine di aspidi vi si contorcevano dentro. Lui li aveva visti; ogni tanto il coperchio sembrava aprirsi sotto la spinta di quelle viscide creature, piccole e letali ma era il  rettile verde a spaventarlo a morte. Anche di notte sentiva su di sé i suoi occhi, due fessure dietro le quali s’intravedeva la morte.

Meravigliosa Siracusa

Siracusa 213 a.C.

Le acque cristalline del Porto Grande brillano al sole di Siracusa, la bella città di Artemide amata da dei e sapienti.

Lo scudo d’oro del Tempio di Athena da lontano sembra un miraggio per i naviganti che si beano dei riflessi cangianti del prezioso dono fatto alla dea protettrice della città.

Nei pressi delle banchine del porto, marinai mezzi nudi con i muscoli levigati luccicanti nel sole scaricano merci da innumerevoli navi, provenienti da tutti i paesi del Mediterraneo. I mercanti ricontrollano i carichi in partenza e vigilano su quelli in arrivo, meretrici e donne di malaffare avvicinano coloro che sbarcano dalle imbarcazioni più lussuose.

Da una snella imbarcazione scende tremolante un vecchio vestito di bianco, con le mani bendate e un gigantesco copricapo. La barba bianca gli scende morbida sul petto.

Un giovane, di carnagione olivastra, con i capelli neri, asciutto come un’acciuga, e un gigantesco schiavo nero, altissimo, con la testa rasata che luccica al sole, gli si avvicinano.

«Il mio Maestro ti saluta, saggio Timeo, e ti attende nella sua umile dimora. Non è venuto di persona perché stava terminando un complicato calcolo. Il mio nome è Daniele lui è Megarèo.    La dimora del Maestro non è lontana» disse inchinandosi il giovane bruno.

Timeo guarda verso l’alto, Lo schiavo nero è così imponente che gli oscura il Sole, peccato, aveva tanta voglia di rivedere l’amico Archimede.

Davanti agli occhi gli scorrono le immagini delle giornate lunghe e ricche di soddisfazioni trascorse a studiare le reazioni degli elementi, le proprietà delle piante e degli umori degli animali, i pericoli dei veleni. E poi le serate che si chiudevano gustando la selvaggina del deserto e bevendo della buona birra attorno a un tavolo discutendo di meccanica e astronomia, di numerologia e composti magici. Non era semplice allontanare l’amico siracusano da Conone, Ctesibio e Dositeo con i quali trascorreva tutte le mattine ma Archimede era curioso di natura, tutto l’Universo lo affascinava e in Timeo trovava un geniale inventore, un appassionato di medicina e farmacologia.

Quanti ricordi!

Timeo sente il peso degli anni e la fatica degli ultimi mesi, le preoccupazioni e i rimproveri di Teofrasto, poi quelle morti insensate e infine quel viaggio terribile per mare e la calura opprimente. La stanchezza lo coglie d’improvviso e Daniele lo vede pian piano afflosciarsi come un fiore senza nutrimento. Con somma delicatezza Megarèo lo sostiene e lo prende in braccio come fosse un bambino ammirando il medaglione di lapislazzulo blu che gli pende dal collo. A Daniele, che rimane per un attimo distratto dalle mani bendate del vecchio, resta il compito di portare il bagaglio dell’anziano sapiente da cui fuoriescono alcuni rotoli di papiro.

La grande biblioteca

Alessandria d’Egitto
Qualche mese prima

«Gli ultimi trattati di Archimede sono pronti» disse l’uomo in piedi davanti a un immenso tavolo pieno di papiri srotolati. Era alto e snello, i capelli neri lucidi, gli occhi scuri intensi, portava una tunica candida e sandali in cuoio. Al centro del petto un medaglione con l’effige del dio Thot.

Dalla penombra che avvolgeva un angolo della sala giunse una voce flebile.

«Sai cosa fare, Stratos, e che sia celere il tuo viaggio».

Teofrasto distolse lo sguardo dal papiro che stava leggendo e si rivolse al suo attendente.

«Il compito che ti attende è pericoloso, lo so, ma importantissimo per la nostra causa. Stratos, hai tutta la mia stima.»

Bastò un cenno della mano per congedare l’uomo, poi Teofrasto tornò a leggere un documento che catturava tutta la sua attenzione.

Stratos drizzò il busto e indietreggiò lentamente per poi chinarsi nuovamente davanti all’uscio per l’ultimo ossequio al vecchio sapiente. Minuto, con i capelli candidi come la neve che teneva molto corti, Teofrasto, sembrava un innocuo vecchietto.

L’uomo era ormai quasi completamente curvo ma il suo sguardo parlava per lui. Fermo, brillante, capace di inchiodare l’interlocutore. Teofrasto rivestiva l’incarico di Supremo Guardiano della Camera di Thot, l’erede di una schiera di saggi venerati in tutto il mondo conosciuto, coltissimi nella matematica, nelle scienze e nell’astronomia, difensori del tesoro più grande della Biblioteca. In un luogo segreto dedicato al dio Thot erano conservati tutti gli originali dei manoscritti del celebre Bruchium, la parte più antica della Biblioteca, e dei documenti che, in seguito a una legge di Tolomeo, i comandanti delle navi che approdavano ad Alessandria dovevano lasciare in cambio delle copie, il famoso Fondo delle Navi.

Il silenzio della sala fu interrotto dalle parole di un altro vegliardo che si alzò dal grande tavolo sommerso da rotoli di papiro e si avvicinò a Teofrasto. Anche lui abbigliato con una tunica, i capelli lunghi e candidi che si appoggiavano sulle spalle e una barba bianca come il latte delle asine che le bellissime donne della corte usavano per mantenere la pelle perfetta, Dositeo si mosse facendo ondeggiare la sua collana, che aveva al centro il simbolo del dio Thot scolpito su un grande lapislazzulo blu.

Si rivolse al Guardiano al quale lo legava una lunga amicizia.

«Quando troverai un po’ di tempo per me? Dobbiamo ancora rispondere ai quesiti di Archimede sul teorema di Aristarco, che, come ricorderai, sostiene che il sole e le stelle fisse sono immobili mantre la terra ruota attorno al sole percorrendo una circonferenza. Sono passati molti anni ma la teoria che il siracusano discute è talmente rivoluzionaria che merita le nostre considerazioni.  Il suo ultimo messaggio è arrivato mesi fa, rimandiamo da tempo la risposta; l’argomento è interessante, persino Eratostene è rimasto interdetto dagli studi astronomici dell’amico di Siracusa che attende le nostre argomentazioni sull’eliocentrismo».

Nell’esortare Teofrasto a riprendere il dialogo epistolare con Archimede, interrotto ultimamente a causa della sorveglianza sempre più stretta sulle attività della Biblioteca, Dositeo fu preso dai ricordi che lo legavano al famoso matematico. Non avrebbe mai dimenticato i giorni trascorsi insieme quando erano studenti di Conone.

«Archimede merita la nostra attenzione. Tutte le volte che gli abbiamo chiesto  aiuto e consigli si è sempre mostrato disponibile.»

«Conosco bene il valore dell’amico siracusano ma ben altre questioni mi preoccupano». Teofrasto chiuse con aria stanca il papiro che stava consultando, si alzò e iniziò a passeggiare nervosamente per la sala accarezzandosi il medaglione d’oro che portava sul petto. Il dio Thot con uno stilo in mano era al centro del gioiello.

«Eratostene sovrintende la Biblioteca ma come sai è ben più gravoso il compito che mi è stato riservato. La difesa e l’arricchimento della Camera di Thot con il Fondo delle Navi e la trascrizione di tutte le opere più pregevoli che gli scienziati di tutto il mondo conosciuto ci inviano».

Teofrasto continuò il suo lungo discorso mentre sistemava alcuni papiri in una nicchia del muro dedicata all’astronomia, voltandosi a guardare Dositeo.

«I sospetti del sovrintendente sono sempre più forti, noi siamo di numero esiguo e deboli di fronte al potere. Filolao è già stato nelle segrete di Tolomeo per il solo sospetto del trasferimento di alcuni papiri».

Teofrasto si muoveva angosciato per la stanza agitandosi al solo pensiero di una possibile scoperta della loro seconda attività nella Biblioteca.

«Come preservare un così grande tesoro del sapere?» chiese a se stesso corrugando la fronte.

«Il nostro segreto deve essere affidato a qualche altro scienziato, un uomo retto e amante della scienza. Se noi fossimo imprigionati o uccisi nessuno potrebbe mai continuare a nutrire la Camera e il Tesoro.»

Il Guardiano mentre si muoveva sovrappensiero inciampò e fu sostenuto da Dositeo. D’un tratto prese con forza il polso dell’amico quasi cercando un’infusione di energia e forza.

«Archimede. Ecco la risposta, solo lui può aiutarci. Dositeo, convoca tuo fratello».

Dopo queste parole pronunciate con rinnovata energia, quasi si fosse liberato da un grande peso, il vecchio matematico si sedette al tavolo prendendo con delicatezza alcuni fichi succosi e profumati da un vassoio, lasciando Dositeo senza parole.

Teofrasto non aveva mai voluto incontrare Timeo di Pelusio, il meccanico lo chiamava, e gli affidava solo attraverso ordini scritti la costruzione di congegni meccanici e di misurazione.

Questo atteggiamento verso suo fratello faceva soffrire il filosofo ma non ne aveva mai fatto parola con l’amico.

«Perché questa improvvisa decisione? Dimmi se hai qualche rimprovero da muovergli, gli parlerò io. L’hai già umiliato con la tua lettera per il ritardo nella costruzione del Guardiano!»

«Non posso ancora rivelarti il mio progetto. Convocalo, te ne prego» ripeté Teofrasto che continuò con dolcezza, vedendo l’amico rattristarsi.

«Dositeo, perdonami se qualche volta sono stato troppo duro ma questo compito ha segnato la mia vita. Puoi chiamare Fileide?» aggiunse ancora il vecchio con un pallido sorriso dopo essersi schiarito la voce.

Congedato da Teofrasto, che si era rialzato alla ricerca di qualche documento, e ancora sorpreso dallo strano e insolito invito rivolto al fratello meccanico, Dositeo si diresse verso l’uscita della Sala grande, la varcò e dietro la porta trovò seduto in una strana posizione l’assistente di Teofrasto.

Non si trattava di uno scriba come gli altri, il prezioso segretario di Teofrasto era una fanciulla, Fileide, unica donna ammessa nelle stanze segrete della Biblioteca e in grado di leggere e scrivere in tutte le lingue conosciute. La ricordava ancora bambina quando negli anni felici in cui Archimede era tornato ad Alessandria spesso li cercava nei giardini della Biblioteca, li invitava a giocare con lei e si divertiva delle strane filastrocche che il siracusano componeva al momento con i numeri più disparati per farla divertire. Archimede aveva inventato e costruito per Fileide anche uno strano gioco a incastro, che però era rimasto senza nome o perlomeno ognuno lo chiamava in modo diverso.

Era stato Timeo che, dopo la partenza di Archimede, ne aveva realizzato altre copie.

La bimba vivace e intelligente era poi diventata una fanciulla sottile come un giunco e felina nei movimenti, solo le lunghe ciglia e lo sguardo dolce rivelavano il suo sesso.

Dopo un affettuoso saluto e un abbraccio, Dositeo disse alla giovane che il padre aveva chiesto di lei.

Fileide ripose il papiro su cui stava pennellando strani segni e si alzò riflettendo su quale fosse il nuovo compito che Teofrasto intendeva affidarle. La sua abilità era stata spesso molto utile alla Camera di Thot.

Archimede

Siracusa
Molti anni prima

In uno splendido giardino Ierone II liba del nettare di Ibla da una coppa finemente cesellata. Due serve agitano verso di lui foglie di palma e un musico lo allieta con una dolce melodia.  Un altro schiavo vicino a una fonte declama versi di Teocrito alle donne della sua corte.

Prima di recarsi nell’angolo del giardino da lui prediletto per incontrare il suo amico Archimede il sovrano era stato seduto a lungo nella tribuna d’onore del Teatro dove alcuni attori provavano una commedia di Epicarmo che doveva essere rappresentata in suo onore.

Il Grande Teatro era per lui il gioiello più grande. Dopo le modifiche che aveva apportato all’originaria costruzione di Myrilla - quanto gli piaceva appellare con il soprannome il suo architetto Damokops, più profumato di un etera - era divenuto ancora più imponente e straordinario per la sua bellezza. Dotato di un’acustica perfetta sembrava nascere dall’anima di pietra del colle Temenite; la cavea costituita da sessantasette ordini di gradini, il diazoma a metà altezza con inciso il suo nome accanto a quello delle divinità più importanti, la grotta del Ninfeo in alto, sulla terrazza, che lui aveva trasformato nel regno delle Muse ornandolo con meravigliose divinità femminili, aggraziate e seducenti.

Il Teatro lo rilassava e lo aiutava a concentrarsi. Quando doveva prendere importanti decisioni mandava via tutti, cercava la solitudine e ammirava dall’alto del teatro la baia e l’isola di Ortigia. Spesso in quelle occasioni mandava a chiamare Archimede che non mancava mai di farlo attendere.

Il vecchio prima si fermava davanti all’Ara, la più grande del mondo greco, dove durante le feste dedicate a Zeus Eleuterio, in ricordo della caduta del tiranno Trasibulo nel 466 a.C., si sacrificavano più di quattrocento tori contemporaneamente, ne ammirava i due ingressi laterali con i telamoni colorati, la grandezza del basamento e la meravigliosa decorazione che correva tutt’intorno. Poi si metteva a immaginare poderose macchine per sollevare gli animali durante i sacrifici e sveltire i rituali dei sacerdoti.

Ierone II sorrise fra sé, attendendo il matematico, ripensando a quante volte l’aveva fatto cercare dai suoi soldati e consiglieri per conferire con lui in merito a problemi sorti con l’argano, con la costruzione della magnifica nave Siracosia, progettata da Archimede e inviata in omaggio all’Egitto carica di grano, con la sistemazione del porto Lakkios. Archimede era stato di volta in volta sorpreso dai suoi dentro la grotta a Orecchio delle Latomie, che lo affascinava per le sue caratteristiche acustiche, nella scuola filosofica sorta accanto al Tempio di Apollo, mentre dibatteva con i maestri giunti da Alessandria di astronomia e cosmologia, o ancora nei pressi del Tempio di Athena. Il sacerdote più anziano del tempio gli aveva chiesto un congegno particolare per la stanza del tesoro dopo che Archimede gli aveva regalato quello straordinario orologio che era diventato l’orgoglio della città.

Una volta si era imbarcato su una nave e aveva fatto un giro, come aveva detto lui, nel Mar Mediterraneo per provare una nuova macchina per orientarsi durante la navigazione. Era uno strano congegno a due quadranti con simboli astronomici e zodiacali. A detta dei marinai Archimede era stato in grado di calcolare la durata dei giorni, la posizione delle stelle, parte del ciclo lunare anticipando i tempi di percorrenza del tragitto far i vari porti che avevano toccato fra la Sicilia e il Nord Africa.

Per Archimede, però, il congegno era ancora da perfezionare e non aveva voluto mostrarlo a nessuno. Era stato il comandante dell'imbarcazione a raccontare a Ierone II la vicenda quando l’aveva riportato a Siracusa.

Pensare ad Archimede era come pensare al vulcano che ogni tanto si faceva sentire laggiù a Catania.

Ierone II manda giù un altro sorso della sua bevanda iniziando a spazientirsi per l’attesa. Accanto al basamento di una piccola Sfinge, intanto, davanti a Gelone II il nipote Geronimo posa lo Stomachion, un complicato gioco a incastri, e insieme a un amico si sfida in un gioco che assomiglia alle bocce e lancia orgogliosamente i globi che gli sono state costruiti da Archimede in persona.

Il tiranno di Siracusa riposa vicino alla piccola ara di Athena e spesso i suoi occhi si soffermano su un meraviglioso planetario dorato circondato da un globo di vetro che ruba i raggi al Sole e li trasforma in magici arcobaleni.

«Archimede, sei arrivato finalmente!» esclamò il tiranno osservando con stupore le vesti del vecchio, sporche di sabbia.

«Per Zeus, Ierone II - rispose irritato Archimede, scuotendo le vesti piene di rena- cosa accade di così urgente da disturbarmi mentre sono in spiaggia a studiare i granelli di sabbia?».

«Come? Osi anteporre la sabbia al tuo re?» replicò scherzosamente Ierone II, lontano cugino da parte di madre dello scienziato.

«Non voglio perdere tempo a spiegarti cosa stavo studiando. Di cosa hai bisogno?» borbottò Archimede contrariato per esser stato distolto da difficili e arditi calcoli. L’ultimo suo lavoro, l’Arenario, si stava rivelando interessantissimo. Lo avrebbe dedicato a Gelone.

«Questa volta, Archimede, non ho bisogno di nulla. Sei qui perché ho trovato il modo migliore per ringraziarti di questa macchina meravigliosa che mi fa sentire Zeus quando la guardo. Fate entrare i regali»disse imperiosamente il tiranno a due ancelle che attendevano in silenzio dietro un olivo alle sue spalle.

D’un tratto gli occhi di Archimede e di tutti i presenti furono catturati da una figura scura e gigantesca che oscurava un corpo più piccolo, che sembrava sparire a suo confronto.

«Vedo che i miei doni ti lasciano senza parole! Ti presento Megarèo, il nubiano, schiavo fortissimo e docile e Daniele di Giudea, scriba. La sorte lo volle schiavo ma l’intelletto lo rende superiore agli altri come lui. Daniele è la voce di Megarèocui i mercanti di schiavi hanno tagliato la lingua durante una ribellione. Prendili sono tuoi».

«Ierone, non ho tempo per badare agli schiavi, io» replicò Archimede.

«Archimede, stavolta ti ho battuto in intelligenza; saranno loro a badare a te. Sappiamo tutti quanto poco ti curi della tua salute. Non discutere. Ora, se vuoi, torna pure a contare i granelli di sabbia» aggiunse il tiranno schernendo una delle ultime stranezze del vecchio genio.

Archimede, più preoccupato del tempo perduto e delle congetture matematiche sfumate, che delle conseguenze della sua decisione, fece un breve cenno ai due nuovi ospiti della sua disordinata dimora e si ritirò a casa.

 

Questa è la fine dell'anteprima gratuita. 

 


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ISBN 978-3-96207-120-2